Speciale
Occhio rotondo 60. Vetrina
San Francisco. L’obiettivo di Wayne Miller inquadra una strada da dentro un negozio. Dalla forma delle macchine esposte dietro la vetrina riusciamo a capire che si tratta perlopiù di macchine calcolatrici. Sono offerte allo sguardo dei passanti. Su tre curiosi supporti a forma di Z le macchine sembrano proiettarsi in avanti. Altre tre sono appoggiate invece su dei carrelli piani. Una donna sta guardando e la vita ferve là fuori: una coppia a sinistra, un gruppo attraversa la strada, un altro venditore è seduto nel suo cubicolo, e là in fondo altre persone. È il negozio Olivetti della città americana. L’ha progettato un curioso designer, illustratore e pittore italiano, Leo Lionni, trasferitosi in America a causa delle leggi razziali nel 1938. Una vita, la sua, tutta da raccontare (è l’autore di Piccolo blu e piccolo giallo, 1959, e di altri meravigliosi libri per bambini e di La botanica parallela). Come lo è quella dell’autore di questa fotografia, Wayne Miller, nato a Chicago nel 1918. Giovane fotografo di guerra, documentò gli effetti del bombardamento di Hiroshima quale membro della Unità fotografica dell’aeronautica guidata da Edward Steichen e poi entrò alla Magnum. Che cos’ha di così interessante questa fotografia, pubblicata nel volume che documenta la collaborazione tra la casa produttrice di macchine per scrivere e calcolatrici italiana e la più famosa Agenzia, raccontata in Olivetti e i fotografi della Magnum (a cura di P. Barbaro, C. Cavatorta, P. Mantovani e M. Turchetti, Moebius editore)?
L’idea di guardare la città, meglio la strada, da dietro una vetrina; la dilatazione dello spazio attraverso una visione panoramica, qui aiutata dalla presenza dell’angolo. In questo modo c’è un quadro interno/esterno a sinistra e uno, sempre interno/esterno ma più piccolo, a destra. Come nota Paolo Barbaro in questo, come in altri scatti del servizio di Miller, si palesa la lezione del Bauhaus, presso cui Miller del resto insegnò dopo l’approdo della scuola tedesca in America nel 1937: portò là quello che restava della grande lezione visiva della vecchia e nuova Europa. Poi ci sono quegli strani espositori tubolari le cui zampe sembrano confondersi e sovrapporsi al centro dell’immagine, che corrisponde a quell’angolo che unisce e separa le due vetrine. Non so perché tra le varie immagini di Miller presenti nel volume, tutte singolari e uniche, questa mi è sembrata tra le più riuscite: la preferisco. È una fotografia che serve a pubblicizzare il negozio Olivetti e i suoi prodotti, una operazione commerciale, se vogliamo, ma contiene il modo di guardare di questo fotoreporter che possiede uno spiccato senso dello spazio. Certo la fotografia non è solo un’arte della luce; in qualche misura lo è dello spazio, perché racchiude nel riquadro ottenuto lo spazio stesso, sino al punto che questo sembra miracolosamente generato dal clic del fotografo. Qui, come ricorda Barbaro, c’è il tentativo di mettere in comunicazione due realtà separate da quella lastra trasparente che è la vetrina.
Come ci ha spiegato in un libro bellissimo e intelligente Wolfgang Schivelbusch, Luce (del 1983 in originale), i negozi prima dell’invenzione dei grandi vetri erano quasi solo l’anticamera del deposito delle merci disposte nel retro. L’aumentata dimensione delle lastre di vetro le trasformò in un palcoscenico. Successe a metà del Settecento, e da finestra il negozio diventò una scena praticabile con gli occhi. Questo successe dopo il 1851, quando la massa di vetro continua scendeva dal soffitto al suolo. Che cos’è questo spazio disegnato dalla macchina fotografica di Wayne Miller se non un teatro? Le macchine al di qua del vetro parlano e si muovono: recitano. Vogliono farsi vedere come attori, in particolare le calcolatrici con la loro forma snella e panciuta insieme e con quel rotolo bianco di carta su cui disegnano numeri. E fuori cosa c’è, se non un altro palcoscenico? È la strada, luogo degli eventi quotidiani, grande spazio composto di tanti piccoli spazi, in cui si recita ogni giorno con diversa fortuna un testo non scritto da parte di donne e uomini.
Li vediamo da dentro il negozio impegnati nella loro rappresentazione giornaliere, da soli e in coppia o in gruppo: a destra degli umani sono sfuocati: si stanno muovendo, attraversano la via; a loro corrisponde la signorina con gli occhiali che sta studiando tutta compresa la calcolatrice. Chissà cosa sta pensando? Sarà un’impiegata, una ragioniera o invece no, solo una curiosa? La bravura di Miller sta nel farci vedere tanti palcoscenici contemporaneamente stando dentro quello che è il più deputato a esserlo e a farlo. La merce è qui incarnata da oggetti allora tecnologicamente avanzati: corposi pur nella loro modesta dimensione. Adesso guardando meglio, ho come l’impressione che alcune delle macchine calcolatrici danzino mentre altre invece riposano. Non so dire se è più rilassante quello che succede dentro il negozio o quello che avviene fuori. Bravissimo il fotografo della Magnum nel fare dialogare le due situazioni dilatando il tutto con la propria macchina panoramica, probabilmente una Widelux – questo particolare per nulla irrilevante, lo aggiunge Barbaro.
Wayne Miller, Negozio Olivetti a San Francisco, (L. Lionni e arch. G. Cavaglieri, 1953), vintage gelatina bromuro su barite, 1958, Fototeca, Fondo foto Lodovichi negozi e showroom Olivetti, fasc. 45, ©️ Wayne Miller / Magnum Photos
Associazione Archivio Storico Olivetti – Ivrea ITALY
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