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Occhio rotondo 61. Altalena

15 Febbraio 2026

New York. Girl on the a Swing. È una fotografia di Walter Rosenblum del 1938. Siamo sotto il ponte di Manhattan sul lato del Lower East Side, il luogo dove il giovane fotografo, figlio di una famiglia di ebrei romeni, ha iniziato la propria carriera seguendo il corso della Photo League di Sid Grossman, la leggendaria associazione messa al bando per comunismo nel 1951 in epoca maccartista. Ha 19 anni quando ha scattato questa istantanea. Come ha scritto una volta, “era da lì che dovevo cominciare”. E che inizio! L’immagine che apre il libro a lui dedicato (Walter Rosenblum. Master of Photography, cura e testo di Angelo Maggi, Silvana Editoriale), in occasione della recente mostra Il mondo e la tenerezza, a cura di Roberto Mutti (“Centro Culturale” di Milano), rappresenta una ragazzina che vola sull’altalena: uno slancio formidabile. 

La costruzione di questo principiante, allievo di Paul Strand, è perfetta. Quasi al centro del rettangolo c’è il corpo della ragazza vestita con un abitino bianco e intorno il nero del ponte e degli edifici che la circondano; la struttura dell’altalena, composta da tubi e dai fili che reggono la tavola, è leggerissima, così che a un primo colpo d’occhio la ragazza sembra librarsi nell’aria. Lei è in piedi sulla seduta e il suo volo sembra all’indietro, anche se è lanciata in avanti: non è un angelo che scende o che sale. Le braccia tese e le gambe scoperte, la bocca leggermente aperta, quasi in una esclamazione o un moto di paura; è davvero molto in alto e sotto di lei, sulla sinistra, corre a breve distanza una cancellata con punte. Vola. È il principio della “vertigine”: “l’ebbrezza che strappa al mondo razionale e la mette, seppur per un solo momento, sull’orlo dell’imponderabile, esposta alla visione delle forze che governano il mondo senza che lei possa governarle”, scrive Raffaele K. Salinari nel suo libro dedicato a questo gioco, L’altalena (Edizioni Punto rosso). Quali sono queste forze? La gravità, senza dubbio; il movimento, come stato vitale necessario; il volo, come aspirazione dell’uomo e della donna che evidenziano i miti. Tutte forze che hanno a che fare con due elementi presenti negli antichi racconti: l’erotismo e la morte: il dondolio dell’erotismo e il simbolismo della morte. 

Chiunque abbia provato da bambino il gioco dell’altalena, sa quanta emozione susciti quella oscillazione che va dal basso verso l’alto, e che toglie il fiato nel suo ritorno verso il basso. Di volo in volo, spingendo con il corpo, produce un piacere strano, quasi la scoperta di un continente sino ad allora ignoto. Quiete e movimento sono un binomio inscindibile, un’opposizione decisiva: l’altalena permette di passare dall’una all’altro. L’obiettivo di Rosenblum ha colto il momento di massima estensione dello sforzo, così il corpo della ragazzina sembra arcuarsi leggermente per reggerlo e la conseguente tensione. Un balzo che eccita e insieme impaurisce. Questo antico gioco, presente anche in statuine arcaiche, in vasi e anfore greche, si basa sulla vertigine prodotta dall’azione del corpo ed è, come scrive Roger Caillois, il tentativo “di distruggere per un attimo la stabilità della percezione e far subire alla coscienza lucida una sorta di voluttuoso panico”. A osservare con attenzione il viso dell’oscillante si coglie proprio il “voluttuoso panico” che gli antichi attribuivano a Dioniso, il dio della vertigine e dell’ebrezza. Vertigine perché, come mostra con rara maestria Rosenblum, è un andare verso il vertice, appunto, senza però raggiungerlo, perché le corde dell’altalena trattengono e non permettono al corpo di volare via: la restituiscono alla terra senza però deporvela. 

Tuttavia, il gorgo vitale è sfiorato in questo impegno. È la stessa vertigine che prova il funambolo che avanza sul filo: il vuoto è sotto di lui, proprio come nell’impeto che ha ritratto il fotografo americano. Il vuoto sotto e il vuoto sopra.  Galleggia nell’aria la ragazzina, e cosa vede? La terra là sotto, il cielo sopra di lei. Nota Salinari, citando Nietzsche – “quando tu guardi l’abisso, l’abisso guarda te” –, che la discensione dell’altalena “è un luogo immaginato da noi e che per questo possiamo e dobbiamo guardare, affinché altri abissi, baratri sull’orlo dei quali camminiamo quotidianamente, ci vengano svelati. Nella brusca discesa l’unione sostanziale con ciò che ci atterrisce può diventare salvifica”. L’altalena offre la possibilità di ripetere questa estasi istantanea e illumina il varco che si apre lassù in alto, mentre le corde ci richiamano indietro per ripetere da capo: ancora e ancora. C’è in questo scatto l’immagine stessa dell’“attimo immobile”, il punto di estrema elevazione. Walter Rosemblum è stato classificato tra i grandi fotografi sociali degli anni tra le due guerre e dopo. 

Attento a descrivere la condizione dei salariati, dei neri, degli immigrati, delle donne, degli anziani e degli indigenti. Le fotografie scattate prima della Seconda guerra mondiale, ma anche in seguito, mostrano questa attitudine sociale del suo lavoro. Ma partendo da questa immagine, e sfogliando l’elegante e sobrio catalogo, si sente che nelle sue fotografie c’è qualcosa d’altro, che le immagini del fotografo di origine ebraica contengono qualcosa di intemporale e persino di mitico. Le sue fotografie aspirano a raccontare una storia millenaria, proprio come fa la Bibbia, che è intrisa di mito, cioè di sogno e utopia. Una storia che si ripete da migliaia d’anni e che, per essere letta, anche solo in un fotogramma, ha bisogno di un salto, come accade in questa foto così sorprendente ed evocativa. La fotografia non ci restituisce la realtà, il cosiddetto “realismo”, ma anche qualcosa d’altro: bisogna immaginare.

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