Belle Greene / La donna che creò la Morgan Library

26 Dicembre 2021

Nella sua immagine più conosciuta Frederick Douglass, girato a tre quarti, fissa l’obiettivo con sguardo severo e bocca serrata, sui capelli folti pettinati all’indietro si intravede una macchia bianca, che avanzerà di fotografia in fotografia a scandire il passare del tempo. È il Diciannovesimo secolo e Douglas è un ex-schiavo che, riuscito a sfuggire al suo destino, diventa attivista per l’abolizionismo, autore, viaggiatore e appassionato oratore. A lui si deve il primo utilizzo del termine “linea del colore” con The Color Line, un articolo scritto nel 1881 per la North American Review: dodici, fitte pagine sul pregiudizio della razza. La linea del colore, insomma, è quella che origina nella schiavitù e va a tracciare un confine di possibilità e privilegio in base al colore della pelle di una comunità o di un popolo. Vent’anni dopo, nel 1903, sarà il sociologo Du Bois a riutilizzarlo in The Souls of Black Folks, un testo eterogeneo in cui memorie, pamphlet, perfino spartiti musicali, si uniscono per raccontare la cultura afroamericana e la segregazione razziale. Du Bois lo elabora proprio negli anni in cui Belle Greener, figlia dell’attivista e primo laureato afroamericano ad Harvard Richard Theodore Greener, amputa il suo cognome della lettera finale e, fingendo ascendenze portoghesi, diventa Belle da Costa Greene e, col suo nuovo nome, supera la linea del colore diventando intellettuale stimatissima e una delle donne più ricche e ambite dei salotti newyorkesi. Ed è sua la storia che Alexandra Lapierre racconta nell’omonimo romanzo, Belle Greene (e/o, 2021).

 

Le foto che ci sono rimaste di Belle Greene raccontano di una donna elegante e fiera, terribilmente alla moda, che non ha paura di mostrarsi al punto da intraprendere una scalata professionale che la porta al fianco di J.P. Morgan nella conduzione della sua biblioteca privata e a contatto con l’élite socio-economica newyorkese dei primi decenni del Novecento. La scelta di superare la linea del colore non viene inizialmente presa da lei, ma dalla madre che, abbandonata dal marito, vuole assicurare ai figli possibilità economiche e benessere. Belle e i suoi fratelli, ancora molto giovani, appoggiano questa decisione, pur consapevoli che li allontanerà dai loro cari e dalla loro comunità e, anzi, finiscono  negli anni con il perfezionarla. Belle, che ama i libri, in particolar modo quelli antichi, sceglie di non restare nascosta dal mondo, ma di esplorarlo in lungo e in largo, partendo, nel 1902, da Princeton, dove, come bibliotecaria, conosce Junius Spencer Morgan, nipote di John Pierpont, che la presenterà al magnate segnando un definitivo cambio di rotta al suo destino. Destino che Belle Greene sa fabbricarsi, lavorando indefessamente alla costruzione della biblioteca di J.P. Morgan, catalogando i preziosi volumi recuperati in tutto il mondo dal banchiere, contattando venditori, ricercando rilegature antiche e preziose. Un abnegazione che, unita a un carattere estroverso e sicuro di sé e a una manifesta eleganza e attenzione per la moda, le consente di muoversi a suo agio nell’alta società. Belle Greene si trasforma così in una delle newyorkesi più potenti della sua epoca, arrivando a persuadere l’erede di J.P. Morgan a rendere la biblioteca pubblica, in modo che tutti possano godere delle sue ricchezze. È il 1924 e Belle Greene ne sarà nominata direttrice, ruolo che manterrà fino al 1948.


Per comprendere a pieno la storia privata e pubblica di Belle Greene è cruciale entrare in contatto con il concetto di “passing”: passare per bianchi, un modo, per quegli afroamericani con la pelle particolarmente chiara, per riuscire a salvarsi dalla schiavitù prima della guerra civile e, dopo l’abolizione, per sfuggire a un destino di discriminazione, di assenza di possibilità, di rischi per la propria incolumità e la propria vita. Il passing comportava enormi rischi, nel caso si venisse scoperti, e conseguentemente un’enorme solitudine, causata dalla necessità di recidere i propri legami famigliari.

 

 

Il portato di negazione insito nel passing e le profonde implicazioni socio-politiche dietro questa scelta si riflettono sulla persona e sulla sua comunità, sulla sua famiglia e sui suoi figli. E, tornando al nostro romanzo, è interessante proprio da questo punto di vista considerare che Belle Greene, quella storica e quella raccontata da Lapierre, abbia scelto di non sposarsi e di non avere figli, per tutelare coloro che le stavano accanto da quella che è una scelta unicamente individuale e delle cui eventuali ripercussioni era pienamente consapevole. 

 

Alexandra Lapierre si accosta con gentilezza a una materia complessa, scegliendo il romanzo come forma più adatta per raccontare la storia di Belle Greene, per poterne immaginare dialoghi, emozioni e dubbi, per poter costruire il suo personaggio regalandogli quella straordinaria forza di volontà che Belle Greene ha dimostrato in vita. Il testo, per quanto romanzesco, si basa tuttavia su una scrupolosa documentazione. Lapierre, che già ha avuto a che fare con biografie storiche femminili, sceglie infatti di non usare i vuoti che sempre la storia ci consegna per costruirvi attorno ipotesi, magari plausibili ma sempre frutto dell’immaginazione. Sceglie di non andare oltre i documenti, di non superarli con la fantasia e lasciare il suo racconto aderente alla vicenda conosciuta. Anche se “conosciuta” è un bel dire, il lavoro di Lapierre attorno alla figura di Belle Greene è stato lungo e certosino: la donna che ha creato la biblioteca J. P. Morgan, che ha lottato per farla diventare pubblica e accessibile a tutti, e che l’ha poi diretta, sembra introvabile. Un mix di cultura primonovecentesca, non certo adusa a dare il giusto riverbero a una donna che, per l’epoca, aveva lavorato come un uomo, e della volontà di Belle Greene di far sparire, alla sua morte, tutto ciò che la riguardava, temendo che il suo segreto venisse alla luce.

 

Il romanzo di Lapierre coniuga, seguendo le vicende di un’unica protagonista, una serie di tematiche, che chiedono al lettore di coglierle e, se vorrà, approfondirle. C’è la questione del passing, di cui abbiamo già parlato, e di quella linea del colore quasi impossibile da superare di cui parla anche Igiaba Scego, nel romanzo intitolato appunto La linea del colore, che segue le vicende, ambientate nell’Ottocento, di una pittrice afroamericana, Lafanu Brown, personaggio fittizio ispirato a due donne realmente esistite (vedi la recensione di Enrico Manera su doppiozero). A questi aspetti Lapierre coniuga il racconto, sfumato ma presente, delle élite della comunità afroamericana degli Stati Uniti del Nord, a cui affianca quello, preponderante, di un’élite ben più potente e in grado di modellare il destino degli Stati Uniti: quella economica dei banchieri bianchi. Un milieu sociale di cui Belle Greene sceglie di fare parte, uomini che sono in grado, arroccati nel loro privilegio, di cambiare i destini di un paese con un cenno del capo. La storia di Belle Greene è però segnata anche da altri aspetti: il rapporto con un padre carismatico e difficile, che non approva la direzione che la figlia ha dato alla sua vita, o ancora il suo amore con Bernard Berenson, critico d’arte bianco e molto celebre.

 

Leggendo Belle Greene, è impossibile non guardare agli Stati Uniti della prima metà del Novecento, a certe storture di sistema i cui echi si riverberano ancora oggi nel discorso pubblico e politico. Può essere utile, da questo punto di vista, affiancare all’opera di Lapierre altri testi che affrontano la stessa tematica da prospettive diverse. Ne segnalo due. Un’uscita recente, per Bompiani (settembre 2021), è La metà scomparsa, di Bris Bennett che fotografa una comunità di afroamericani dalla pelle molto chiara, con tutte le implicazioni e complicazioni sociali che questo comporta.

 

Per chi volesse invece affrontare un classico della letteratura della Harlem Renaissance, riportato in auge da una produzione Netflix, Passing di Nella Larsen (in italiano Due donne, Sperling & Kupfer 2020), racconta le vicende intrecciate di due donne afroamericane nella New York degli anni Venti: Irene, della Harlem borghese, e la sua amica d’infanzia Clare, che si fa passare per bianca e ha sposato un uomo dichiaratamente razzista. 

Una molteplicità di sguardi fondamentale, perché la vita di Belle Greene, riportata alla luce con precisione da Alexandra Lapierre, non è altro che un tassello nella molteplicità di vicende che compongono il complicato affresco della storia degli Stati Uniti d’America. Una storia di potere, interessi, sofferenze e scellerate ideologie, in cui però brilla sempre una luce di speranza.

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