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Igiaba Scego, La linea del colore

Non è facile rubricare il nuovo libro della scrittrice Igiaba Scego come oggetto narrativo, così come appare insensato definire in modo netto il tratto creolo e meticcio di incrocio culturale che caratterizza la biografia culturale dell'autrice, italiana afrodiscendente con tratti somali, romani, ma anche veneziani e appartenenze di molti altri posti ancora.

In La linea del colore si incrociano le traiettorie dei suoi lavori precedenti: la biografia politica e paradigmatica di La mia casa è dove sono, la fiction storica di Adua, il reportage urbano di Roma negata (con le foto di Rino Bianchi), lo scavo nel rimosso coloniale nella memoria pubblica e nel tessuto artistico e culturale

Nella produzione di Scego trovano inoltre posto l'amore per la cultura musicale e la letteratura per l'infanzia (sua la rubrica di recensioni per «Internazionale»), la promozione di una diversa nozione di appartenza e la riflessione sulla rappresentazioni della diversità – ha curato l’antologia di racconti di scrittrici afroitaliane Future – a delineare un atelier di espressività ad alto tasso di impegno pedagogico e sensibilità sociale.

 

 

Gemma originale della scrittura post-coloniale italiana e del pensiero della decolonialità, il nuovo romanzo storico di Scego interseca l'identità di genere, il colore della pelle e l'idea di nazione: le attraversa, le interroga e le ridefinisce sfumandone i tratti autoritari e essenzialisti, restituendo loro diverse tonalità. Non a caso nel romanzo è fortissima la presenza dell'arte visiva, praticata e studiata, una dimensione che permette ai personaggi­ – meglio, alle protagoniste – di ridarsi la vita in un senso redento e di sopportare il male e il dolore delle loro esistenze brutalmente segnate dalla violenza; di genere, razzista e nazionalista. La fruizione dell'arte è anche possibilità per le persone di ricevere «occhi nuovi per guardare il mondo che attraversavano ogni giorno». In questo senso proprio la scelta del romanzo come forma artistica acquista valore ulteriore perché consente ai temi che sono in oggetto nel racconto di uscire dalla bolla della ricerca e dello specialismo, e porta aria fresca a un dibattito pubblico da troppo tempo incattivito dalla strumentalizzazione politica, dall'odio populista e da un livello medio veramente basico.

 

Dunque La linea del colore è un romanzo storico, di immagini e idee, che ruota intorno alla figura di Lafanu Brown, «una strana negra che disegnava volti» nella Roma di fine Ottocento. 

L'eroina del romanzo, che anche nella scrittura è apertamente ispirato alla ricerca di sé nella narrativa femminile vittoriana, è una pittrice figlia di un haitiano e di una chippewa, adottata e trasferita in seguito a vicende estreme e drammatiche dagli Stati Uniti all'Inghilterra e infine giunta in Italia, per un grand tour che si conclude in una Roma i cui momenti culminanti sono il 1870 (Porta Pia) e il 1887 (Dogali). Una creazione di fiction ispirata alla storia di due donne nere, realmente vissute in un mondo bianco: l’ostetrica abolizionista Sarah Parker Remond e la scultrice Edmonia Lewis, tra l'altro omosessuale.

La sua storia si alterna al piano narrativo del presente italiano con una seconda protagonista, la giovane italo-somala Leila, che riscopre la storia di Lafanu e la sua pittura fino a farne un oggetto di riflessione visiva e post-coloniale che la porterà alla Biennale di Venezia: qui si confronta con le contraddizioni della società tardo moderna rispetto alle figure migranti e con il (difficile) rapporto tra arte e politica, denuncia civile e dimensione estetica.

 

 

Lafanu Brown è segnata da una vicenda traumatica di violenza e subalternità e procede verso il riscatto: con una determinazione continua e inarrestabile, in mezzo a diversi momenti di crisi e sconfitta, riesce a diventare una «donna libera e aperta al mondo in tempi in cui donne erano ancora strette nella morsa di un patriarcato feroce», indipendente, forte e resiliente, «attivista, pittrice, ma anche anticipatrice della modernità»; Leila a sua volta racconta la sua vita di giovane afrodiscendente di religione islamica nell'Italia di oggi, divisa nel suo essere “nuova cittadina” tra quotidianità cittadina e di provincia, tra gli ambienti della diaspora somala romana e i rapporti con parenti in Somalia, tra cui la giovanissima cugina Binti: il suo tentativo di arrivare in Europa è uno dei tanti “naufragi” di chi parte senza avere un “passaporto forte”.

In entrambi i piani temporali il libro è caratterizzato dal fitto ricamo di una pluralità di figure femminili, di ogni età, censo, provenienza e professione che entrano in relazione con le protagoniste: di fatto personificazioni di caparbietà, passione, testardaggine, esuberanza, pragmatismo, gentilezza, sofferenza, innocenza, che definiscono la palette della sorellanza; senza escludere gli aspetti problematici e negativi (maternalismo, invidia, crudeltà, concorrenza, opportunismo) e le relazioni con la componente maschile del mondo, la quale è raccontata nella sua condizione di dominanza e nelle differenze di condizione che riguardano i vari soggetti a seconda del loro status, a costruire una gamma complessa di relazioni, posizioni e sfumature che sono una chiara declinazione della teoria dell'intersezionalità, o detto altrimenti il sovrapporsi di discriminazioni e oppressioni che riguardano le diverse identità sociali.

 

 

Al centro del libro c'è il corpo, il corpo della donne, il corpo nero e quello migrante, fragile, esposto, in movimento continuo e precario, un corpo a perdere e segnato della paura di essere perduto, secondo la lezione forte di Ta-Nehisi Coates. Il viaggio transatlantico di Lafanu è anche una lirica e visionaria discesa verso gli antenati, tra gli spettri delle vittime dell'Atlantic Slave Trade e, evocando il viaggio verso l'Europa attraverso il Mediterraneo, diventa anche il modo per ragionare sulla rivendicazione del diritto di spostarsi quanto sul senso legittimo di restare, alla luce di libere scelte, per chiunque viva in un paese in crisi

Il corpo compare anche nella forma dell'amore e del sesso (etero ed omosessuale), narrato con sensibilità e delicatezza nella scoperta che Lafanu fa di sé, nella sua autonarrazione e durante la difficile formazione artistica. Dalla materialità del corpo, che racchiude un altrimenti inafferrabile identità personale, parte un'altra linea circolare che perimetra una differente italianità, mediterranea, nera e mescolata e da sempre icona culturale e referente di significati storici e artistici nel mondo.

 

 

Nel Making of finale che chiude il romanzo Scego esplicita ispirazioni e fonti e soprattutto comunica l'urgenza che anima il suo lavoro: la ricerca, a tratti ossessiva e febbrile, della tecnica espressiva rimbalza continuamente, come in un gioco di specchi, dalle vicende della protagonista del libro alle esperienze dell'autrice e suona come un rinnovato invito al gramsciano “istruirsi, perché ci sarà grande bisogno di intelligenza”. Così come emerge l'invito a un cambio di prospettiva culturale di profondità che, già diffusa in alcuni ambiti militanti e radicali, dovrebbe farsi senso comune e rientrare nelle linee guida culturali dell'insegnamento come fondamento della cittadinanza: il tratto imperialista dell'identificazione omologante e della narrazione maggioritaria ha senso rimosso quanto la storia d'Italia sia stata raccontata «come se il Paese fosse isolato dal resto del mondo (e non al centro del Mediterraneo e della sua complessità), senza le «mille contaminazioni che scambi e conquiste» hanno necessariamente significato nella geografia umana della penisola.

È sempre difficile fare questi bilanci ma è mia convinzione che il sapere comune condiviso, di cui la narrazione pubblica in rete è origine e riflesso, continui infatti a stare dentro una canonizzazione della cultura europea come insieme di luoghi comuni, spesso storiograficamente e criticamente esausti, che ha trasformato la metafisica classica e le storie nazionali – la “mitologia bianca” – nel volto necessario della verità. È ancora tutto da costruire in Italia, nelle pratiche diffuse e nei diversi contesti dell'educazione, della comunicazione e della ricerca, un rivolgimento di prospettiva tale da riorientare il canone a partire dai suoi fondamenti, ibridarlo con altre tradizioni per metterle in discussione tutte, in nome di una dichiarata multi-policentricità che diventi consapevole etnocentrismo critico o acentricità relativa e laica. 

 

 

La linea del colore è un romanzo vittoriano e femminile dal viraggio seppiato. Esteso tra gli abissi del dolore e le dolcezze dell'amore, tra le riserve indiane d'America e l'Italia post-unitaria, restituisce ai lettori più sguardi da diverse angolature e suggerisce altre vie per pensarsi, come Lafanu che «in quel cercare Roma, proprio in quel non trovarla […] si era imbattuta improvvisamente in se stessa». In questi scorci inaspettati mostra anche un'Italia diversa, per come essa si è storicamente costruita e per come altri, che italiani non sarebbero, l'hanno vista e amata, scegliendo di vivere in Italia e amandola spesso di più di quanto sappiano fare molti presunti italiani “veri”. 

La linea del colore, segno tracciato dalla mano sulla tela che rappresenta la vita, è allora tanto capace di dividere quanto può unire le molte parti di sé e i diversi modi di essere l'umano, in nome della comune appartenenza al cerchio del dolore.

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