Giuseppe Lupo e il mosaico delle piccole patrie
La geografia c’entra fino a un certo punto. Quella che Giuseppe Lupo descrive in Medioccidente (Marsilio, pagine 184, euro 18) è infatti «l’ipotesi di un continente sommerso, un insieme di esperienze dislocate su qualche mappa (immaginaria più che reale) e travestite da ragioni morali». Così in premessa, e la premessa è fondamentale in un libro come questo – saggio di esplicito taglio narrativo, di intonazione volutamente personale e spesso autobiografica – perché segna una prima occasione di consenso oppure di dissenso, a seconda delle convinzioni o anche solo della prospettiva di chi legge. Premessa per premessa, sarà opportuno dichiarare subito che qui si parte da una posizione di completo consenso, peraltro favorita dal fatto che per molti aspetti Medioccidente riepiloga e mette a sistema i temi portanti dell’ampia e ramificata produzione di Lupo.
Classe 1963, italianista all’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo scrittore lucano persegue da sempre un ideale di letteratura civile che d’ora in poi possiamo qualificare come “medioccidentale”. Molti degli autori (ma si sarebbe tentati di definirli auctores o addirittura auctoritates, come nell’epopea dei chierici vaganti medievali) convocati per l’occasione sono presenze abituali e non per questo scontate nel canone che Lupo ha allestito nel corso degli anni. Sia come narratore, dall’esordio del 2000 con L’americano di Celenne fino al recente Storia d’amore e macchine da scrivere, sia come saggista (notevole il dittico composto da La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli, uscito da Rubbettino nel 2021, e La modernità malintesa. Una controstoria dell’industria italiana, portato in libreria da Marsilio nel 2023), Lupo ha sempre insistito sull’esistenza di una tradizione inavvertita, che ha in Adriano Olivetti l’eroe eponimo e nell’Appennino un emblema non solamente simbolico.
Il riferimento alla cordigliera che fa da dorsale alla Penisola ricorre a più riprese anche in Medioccidente, dove peraltro è fittissimo il dialogo con la riflessione – analoga nell’impostazione, differente per esiti e contesto – svolta nel 1996 da Franco Cassano nell’ormai classico Il pensiero meridiano. L’Appennino segna un discrimine che non separa, è una linea di faglia che non spezza e, al contrario, ribadisce la coerenza del territorio. Allo stesso modo, il Medioccidente postulato da Lupo non è il risultato di una contaminazione, fosse pure gioiosa, con un Oriente vagheggiato come confortante alterità assoluta. È, invece, una possibilità interna all’Occidente: una zona di attrito, un punto di resistenza, una “restanza”, per adoperare il felice neologismo coniato da Vito Teti nell’omonimo pamphlet del 2022.

Nel sottotitolo del suo volume, Lupo invoca «un’alternativa geografica, politica, culturale», stabilendo una progressione concettuale all’interno della quale i primi due termini finiscono rapidamente per coincidere. Ragionare di Medioccidente vuol dire anzitutto ribellarsi allo status quo di un’uniformità (dei consumi e, di conseguenza, dei costumi) che si distenderebbe incontrastata da Los Angeles a Varsavia, da Seattle a Sydney. A questo Estremo Occidente, contestato già nel 1993 da Geminello Alvi, si contrappone il Medioccidente delle enclaves e della provincia, il mosaico delle piccole patrie che restano fedeli a sé stesse senza mai degenerare nel particolarismo sovranista. In questo senso, il Medioccidente è l’Europa che è stata e che ancora potrebbe essere, al momento debolmente rappresentata dall’Unione che dovrebbe garantirne efficacia e prestigio. Ma di questo più avanti, quando proveremo a discutere del terzo elemento – la politica, appunto – evocato da Lupo. Per adesso restiamo sui luoghi, restiamo nell’ambito delle parole e delle immagini. Medioccidentali sono dunque la Praga di Kafka (alla quale Lupo ha dedicato nel 2022 un bel reportage ospitato da Giulio Perrone nella collezione “Passaggi di dogana”) e la Venezia degli umanisti e degli stampatori; medioccidentale è la testimonianza di Camus, illuminata dal sole alto del Mediterraneo; medioccidentale è il disegno di un capitalismo comunitario, solidale e non rapace, argomentato da Luigino Bruni in tanti libri e interventi.
L’elenco delle fonti alle quali Lupo attinge sarebbe ancora più lungo e, se proprio un difetto si volesse riscontrare nel libro, sarebbe l’assenza di un indice analitico, peraltro compensata da una densa bibliografia che permette di ricostruire la struttura complessiva del ragionamento. Moltissimo, in ogni caso, dipende dal punto di vista dell’autore, dalla sua esperienza di vita e di letture. A fare da baricentro è la meditazione sul Cristo di Maratea, la gigantesca statua del Redentore che, a differenza di quanto accade a Rio de Janeiro, dà le spalle al mare e spalanca le braccia per benedire la terraferma. «Cristo è lì per portare il saluto al lembo di umanità problematica e appartata, indifesa rispetto ai contraccolpi della Storia che da quelle parti, nelle depresse aree interne, si era declinata nelle forme di una ancestrale subalternità», annota Lupo. E qui è l’eco di Carlo Levi a farsi sentire.
“Utopia” è una delle voci che più ricorrono nel vocabolario di Medioccidente. Non è un lemma univoco, dato che viene applicato a situazioni in apparenza divergenti, dall’emigrazione in terre lontane all’industrializzazione del Meridione. Utopia per eccellenza rimane quella di Olivetti e della Olivetti, a cui Lupo ha dedicato studi importanti specie per quanto riguarda la congiunzione tra industria e letteratura. Ma appellarsi al nume di Adriano e della sua Ivrea conduce direttamente all’interrogativo sulla ricaduta politica che la nozione di Medioccidente implica. I precedenti storici non confortano, purtroppo. Anche il tentativo olivettiano di portare in Parlamento il Movimento di Comunità si pone sotto la cifra della sconfitta e sembra ribadire la cupa condanna che Machiavelli riserva nel Principe ai «profeti disarmati», che sempre «ruinorono», privi come sono di una forza che ne favorisca il successo. Anche manu militari, se proprio occorre.
Eppure, la sopravvivenza del Medioccidente – di questo «Oriente non finito» e «Occidente non cominciato», secondo l’endiadi fissata da Lupo – si gioca oggi principalmente sul terreno della politica. Principalmente, forse esclusivamente. Consideriamo Gerusalemme, che nell’analisi di Lupo sta all’origine di un percorso che, concludendosi a New York, mira a schivare la trappola dell’incomprensione babelica. Questa, però, è la Gerusalemme della profezia di Giovanni nell’Apocalisse, non la Gerusalemme di cui cupamente riferisce la cronaca in questi nostri tempi di guerra. Per accorciare le distanze tra il sogno e il progetto l’utopia non è sufficiente. Occorre un’altra virtù, l’immaginazione, che si impone come virtù caratteristica del Medioccidente.
L’immaginazione non è la fantasia, a meno che quest’ultima non venga intesa nell’accezione dantesca di una facoltà performativa e non solo rappresentativa. Si immagina quello che può essere fatto, non quello che sarebbe bene fare. Il crinale è sottile, ma decisivo. Da una parte, c’è il rischio – del quale Lupo si dimostra consapevole – di un’epica compensatoria, con il Medioccidente eletto a mito invalidante di ogni rivoluzione tradita, di ogni mancato appuntamento con la Storia. Sull’altro versante, il Medioccidente si costituisce come mobilitazione prepolitica, non per obbligare gli intellettuali al travestimento del poeta armato (sarebbe un ridicolo contrappasso per l’emarginazione comminata ai profeti disarmati), ma per restituire ai cittadini la dignità che dalla cittadinanza discende in maniera irrevocabile e universale. Pensare significa sempre pensare altrimenti, in alternativa quando non in opposizione. L’eredità del Medioccidente è questa. Per impedire che venga dissipata, dobbiamo trovare il coraggio di una nuova immaginazione politica.