50 sfumature di populismo

Il populismo contemporaneo ci pone di fronte a un paradosso difficilmente risolvibile. In quanto reazione all’idea dominante, esso resiste ai tentativi d’interpretazione da parte delle scienze politiche. Quasi come nel caso del buco nero per la fisica – che appunto è per definizione insondabile perché da esso non può sfuggire alcun fascio di luce – così il tentativo di illuminare l’antro in cui s’annida il populismo con il lume della ragione politica pare quasi disperato. Tuttavia, nelle sue manifestazioni plurali, il populismo non accetta l’etichetta di “antipolitica”, anzi, esso rivendica il suo progetto di voler tornare alle fonti stesse dell’impegno civico attraverso la partecipazione dal basso, ovvero coinvolgendo quelle entità che, a secondo dei casi, prendono il nome di popolo, cittadini, comunità ecc.  

 

Questo è il problema metodologico con cui si confronta, sin dalle prime pagine, il saggio di Jan Werner Müller, Cos'è il populismo (Egea 2016, p. 137, 16 euro); caratterizzandosi come un discorso interno a precisi confini disciplinari che pertanto tratta il suo “oggetto” d’analisi come un qualcosa di esterno, talvolta abominevole, ma comunque altro rispetto alla logica della democrazia occidentale. A ben vedere l’autore non trascura i limiti della stessa concezione liberale che, come si vedrà, è stata responsabile di una deriva che ha sollecitato il populismo. Egli difatti ci tiene a precisare nell’introduzione che il suo libro prende in considerazione sia la genealogia (di cui parla anche Urbinati nella prefazione), sia la varietà geopolitica delle diverse forme di populismo. Tuttavia si ha la sensazione che la matrice comune a tutte le possibili “varianti” (per dirla alla Formenti), rappresenti sostanzialmente una distorsione della democrazia. Per dirla con le parole dell’autore:

La minaccia è il populismo – una forma svilita di democrazia che promette di tener fede ai massimi ideali democratici («Potere al popolo!»)… Il risultato finale è una forma di politica palesemente antidemocratica che dovrebbe preoccuparci tutti, dimostrando la necessità di un acuto giudizio politico che ci aiuti a stabilire con precisione dove finisce la democrazia e dove comincia il pericolo populista.

 

Senza spingersi troppo indietro nel suo excursus storico, Müller fa notare come già verso la fine degli anni sessanta il populismo fosse un problema, collegato soprattutto ai dibattiti sulla decolonializzazione, al “movimento rurale” e alla diffusione del maoismo (p. 13). Saltando d’uno colpo dal passato all’oggi, l’autore introduce la questione chiave che merita di essere enunciata e approfondita: il populismo è il frutto di una concezione illiberale che però a sua volta è generata dalla trasformazione delle dottrine liberali in una vera e propria ideologia tecnocratica. Ovvero ciò che Cas Mudde ha definito una «risposta democratica illiberale al liberalismo antidemocratico» (p. 14). Questo è il nodo gordiano attorno a cui s’avviluppa il dibattito politico contemporaneo, nell’impossibilità di separare la causa dall’effetto, la malattia dalla cura. Nelle sue diverse declinazioni il populismo si manifesta come risposta più o meno acuta nei confronti di una classe politica che, a sua volta, si è fatta più o meno tecnocratica. Così, precisa Müller, in America il populismo è generalmente associato a movimenti a sinistra dei democratici anche se c’è una lunga tradizione di populismo di destra che recentemente ha preso il sopravvento. 

 

 

Rispetto alle pagine introduttive, l’analisi proposta in questo libro diventa più accorta e capace di soppesare la complessità della materia trattata. Soprattutto quando l’autore critica i tentativi di ridurre il fenomeno populista a una precisa base sociale (elettori che lavorano meno, poco istruiti ecc.): a ben vedere difatti il populismo è diventato talmente elastico da riuscire a incorporare anche le fasce più agiate e colte della popolazione. Come nel caso dei partiti “piglia tutto” (p. 21), che investono su un sostanziale surriscaldamento emozionale della partecipazione politica. Tra le varie emozioni che sollecitano questa politica, l’autore esamina il risentimento, aiutandosi con riflessioni tratte da Nietszche e da Scheler. Se per il primo il soggetto risentito si definisce a partire “dalla propria inferiorità e dal proprio carattere reattivo”, ovvero è “sempre incapace di un qualunque comportamento autonomo”, per il secondo il risentimento porta lentamente gli esseri umani ad avvelenare la loro anima.

 

Senza citarli, Müller descrive la fuga del populista nella stessa direzione di un ideale astratto di comunità che ha caratterizzato la riflessione di Benedict Anderson, appunto una comunità immaginata, e che paradossalmente è stato ripreso da Appadurai per indicare la diaspora globale che ha prodotto il ripiegamento populista. Questa particolare “visione moralistica della politica… oppone un popolo moralmente puro e completamente unificato – ma, direi, fondamentalmente immaginario – a delle élite ritenute corrotte o in qualche altro modo moralmente inferiori” (pp. 26-27). I populisti di cui parla l’autore sono nella gran parte dei casi quelli duri: dalle democrazie sudamericane a Marie Le Pen che eredita da suo padre il Fronte Nazionale, definito come inizialmente una sorta di aggregatore di monarchici ed estremisti che non accettavano la perdita dell’Algeria da parte della Francia. Il nome stesso di questa formazione politica anticipa di molti anni la tendenza a disprezzare la parola e la forma “partito” proprio perché “un partito è solo una parte (del popolo), mentre i populisti intendono rappresentare la totalità, senza esclusioni” (p. 45). Una vocazione che potremmo anche considerare feticista nel suo voler sostituire la parte che si rappresenta con la totalità del popolo. Essa accentua, rinforza il bordo concettuale e fisico di alcuni confini per poi sostituirlo metonimicamente con la totalità del corpo del popolo.

 

Citando Max Weber, Müller evidenzia come quella dei populisti sia una reazione netta nei confronti del partito concepito come “macchina per selezionare ed eleggere dei leader” (p. 44) ma essi stessi cadono poi in una forma estrema di leaderismo come del caso del citato Grillo che “esercita un controllo centrale sui "suoi" deputati parlamentari ed espelle dal Movimento chi osa essere in disaccordo con lui” (p. 45).

Il caso di Trump, affrontato in varie parti del libro, è usato per sviscerare un’altra qualità “simbolica” di tale orientamento che per l’autore è spesso inconsistente, come nel caso dello slogan “Make America Great Again”. Müller legge tale frase come una rivalsa del popolo “tradito dall'élite”. Una lettura che probabilmente deve essere completata con il riferimento al concetto di “retrotopia” usato da Bauman poco prima della sua morte. Con esso infatti è possibile incorporare la reazione antiestablishment in un immaginario retro-utopico che appunto mira a ricostruire un passato glorioso e a riportare il paese sulla retta via (dopo che si è perso lungo la “strada per il nessun-dove” di cui parlo nel mio articolo su C. Lasch per doppiozero).

Müller parla di Volksgeist e di volonté générale ma anche di essenza, "spirito" o di «vera identità» e così facendo pone il problema del modo in cui il dibattito pubblico politico e accademico sia tornato su argomenti che solo vent’anni fa sembravano risolti o in qualche modo superati.

 

Soprattutto dall’antropologia interpretativa prima e postmoderna poi, che ha letteralmente smontato le concezioni essenzialistiche di alcune categorie, come quella di identità. D’altra parte il populismo può essere considerato anche come reazione viscerale alla decostruzione postmoderna, nel tentativo di riportare un ordine “naturale”: quello della comunità.

Altro tratto comune dei populisti è il vittimismo, come nel caso di Chávez che “additava sempre le oscure macchinazioni dell’opposizione, oppure Erdogan che “si è presentato come un coraggioso sfavorito” (p. 60). Discorso che possiamo tranquillamente estendere ad altre figure limitrofe alla galassia del populismo. anzi, che hanno fatto scuola nel loro saper conciliare alcune posizioni polemiche con visione di marketing (da Berlusconi a Renzi). Sempre a proposito di Erdogan, sono impressionanti le sue invettive contro l’Olanda e la Germania che si concludono con l’invito ai cittadini di origine turca a fare cinque figli e a vivere negli appartamenti più belli, con le macchine più belle ecc. Ciò rende quasi plastica l’affermazione di Müller secondo cui “i populisti creano il popolo omogeneo in nome del quale hanno sempre parlato” (p. 67). C’è tuttavia un’enorme differenza tra i populisti all’opposizione e quelli al potere. Essi in effetti avrebbero la possibilità di spazzare via i rottami di una democrazia arrugginita, ma non lo fanno perché con ciò dovrebbero seguire una svolta autoritaria che sarebbe controproducente proprio perché sono troppo alti i “costi di un aperto autoritarismo” (68). Per questo nella maggior parte dei casi i populisti si dedicano a coltivare una “democrazia illiberale” di cui l’autore offre un’attenta ricostruzione dagli anni novanta ad oggi. Müller risale a Schmitt per mostrare come il culto del populista per forme non rappresentative come l’acclamazione del popolo sono appunto il tentativo di negare lo schema stesso alla base della democrazia liberale, uno schema artificiale, quantitativo “statistico” (p. 71). Nella stessa pagina l’autore affronta quella che è decisamente la chiave di spiegazione più importante del fenomeno populista: la reazione all’ideologia neoliberista, ma soprattutto alla Terza Via che ha fatto convergere le socialdemocrazie europee sulle posizioni dei neoliberisti. Un aspetto interessante sta nel fatto che quando l’autore parla di Obama lo fa solo come obiettivo polemico dei populisti. Mentre altri studiosi, come ad esempio E. Katz, Michael Barris, Anshul Jain con il loro Social Media President (Palgrave 2013), considerano il suo stile propriamente populista. 

 

Ancor più approfonditamente, nella parte finale del libro si esamina la questione chiave del rapporto tra le posizioni dei liberal-democratici e quelle dei populisti. Una questione spinosa perché in effetti la logica alternativa che caratterizza tali movimenti mette in stallo le scelte dei partiti tradizionali. In queste pagine l’autore mitiga la sua reticenza nei confronti del fenomeno, per riflettere più attentamente sulla complessità retorica ma potremmo dire anche ontologica del populismo che funziona come un loop. 

Quando i populisti entrano in parlamento, rappresentano gli elettori; limitarsi a ignorarli significa finire per rafforzare la sensazione di quei votanti che le «élite esistenti» li abbiano abbandonati o che non si siano mai preoccupate di loro in primo luogo. Tuttavia, parlare ai populisti non significa parlare come loro. Si possono considerare seriamente le loro rivendicazioni politiche senza prenderle alla lettera (p. 110). 

La questione delicatissima di come maneggiare le argomentazioni fattuali o pseudo-fattuali dei populisti – che ritorna anche nelle sette tesi finali del libro – è cruciale perché ci rimanda alla questione chiave della post-verità. Ovvero un avvitamento nello stesso loop che a ben vedere non riguarda solo i populisti in senso stretto ma tutta la politica contemporanea, modificata nel suo complesso da questo nuovo abito mentale. Tutto ciò ci costringe a ragionare non più nei termini della variazione di colori che componeva la politica di una volta, bensì di numerose sfumature del medesimo colore, quello appunto del populismo. 

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