Bambini in manicomio

Qui è l’orrore. Ben oltre quello che possiamo immaginare. Un bubbone putrescente tenuto nascosto nel sottosuolo della nostra storia. Troppo a lungo. 

Parlo dei “manicomi dei bambini”, discarica di vite difficili, o rifiutate. La loro esistenza si è protratta fino ai primi anni settanta, quando le mura dell’istituzione manicomiale hanno cominciato a sgretolarsi. 

Il frenetico sviluppo del paese nel corso degli anni cinquanta, si era spento da tempo, ma da quelle terre estreme non è mai passato. Lì tutto è rimasto fermo, la violenza esercitata uguale nel tempo. E uguali nel tempo il disagio e la sofferenza. Adriano Sansa, giudice al Tribunale dei minori di Torino a metà degli anni sessanta, ha raccontato l’“enorme turbamento” entrando a Villa Azzurra, il “manicomio dei bambini” di Torino: “C’era un silenzio assoluto, questi bambini erano dei piccoli adulti tristi”.

“Reparto 10, 36 bambini e ragazzi – si legge in La fabbrica della follia, racconto del manicomio e delle sue vite – completamente abbandonati in uno stato di totale inerzia. Non sono integrati in alcun modo, né è prevista alcuna attività di gruppo o ricreativa. Vi sono ragazzi ricoverati da diversi anni che non pronunciano parola”. 

 

Questo è il silenzio nella “gabbia senza tempo” di Villa Azzurra. Poi il silenzio è finito: “quando li abbiamo slegati, ha detto lo psicologo in servizio a Villa Azzurra, correvano da tutte le parti, salivano sui tetti e sugli alberi. Le infermiere erano sconvolte. Hanno rotto 360 vetri”.

Bambini e ragazzi sono voraci di movimento, e di parole. Cominciano a raccontare. Vengono alla luce le immagini, e finalmente emerge la vergogna delle cartelle cliniche, dove troviamo documentato che un bambino di tre anni poteva essere rinchiuso in manicomio perché ritenuto “pericoloso per sé e per gli altri” secondo una legge del 1904. 

“Bambini rotti” venivano chiamati; per gli infermieri erano gli “arnesi”.  Perché “arnesi”? Non perché fossero ritenuti utili, o maneggevoli, no: respiravano senza scopo, ai confini dell’umano, inerti come cose, corpi silenziosi. Li potevi rinchiudere, legare, pestare. Li potevi dimenticare per anni: nessuno è mai venuto a reclamarli. Esistenze senza nome, per la società entità anomale e indecifrabili. Con un tratto comune: la bassa estrazione sociale, oppure erano figli di madri nubili, e dunque da nascondere, o handicappati. Cose, arnesi. Un esercito di diseredati cui non si riconosceva l’elementare diritto a vivere: 172.197 vite alla deriva, di cui 41.443 con disabilità fisiche e psichiche, secondo i dati Istat del 31 luglio 1968.

 

Con una fotografia, Villa Azzurra, che azzurra non era, esce dal buio e dal silenzio. Una fotografia. Di una bambina. 24 luglio 1970.

La storia è questa: Mauro Vallinotto, intraprendente fotografo del settimanale “L’Espresso”, riesce a rompere il velo di silenzio e di omertà entrando a Villa Azzurra, e dalla porta principale, senza sotterfugi. Evidentemente si sentivano al sicuro, e mai avrebbero potuto prevedere che quel giorno di fine luglio del 1970 sarebbe stato l’inizio della fine. E tantomeno avrebbero potuto immaginare che a decretare la morte di Villa Azzurra sarebbe stata l’immagine di una bambina inerme, immobile nel proprio letto. Un “arnese” ha consentito di chiudere la scellerata storia di Villa Azzurra, e degli abusi sui bambini esercitati per anni sotto le insegne dell’istituzione sanitaria.

Quello che Vallinotto vede lo ferisce, lo disorienta, ma vuole documentare ciò che accade in quello spazio nascosto, vuole aprire porte e finestre, far entrare la luce, per conoscere quel paesaggio desolante di bambini sporchi delle loro feci abbandonati sui propri lettini in uno stato di torpore e stordimento. Lo “facciamo per il loro bene” è stata la sommaria difesa di medici e infermieri. E qualcuno, nei convegni accademici, è arrivato a sostenere la scientificità dei trattamenti punitivi.

Cinquanta scatti, cinquanta verità insostenibili. Poche ore dopo la pubblicazione delle fotografie, i carabinieri fanno irruzione a Villa Azzurra. Il reparto verrà via via smantellato. A colpire l’opinione pubblica è soprattutto la foto di quella bambina, Maria, dieci anni. Sembra un “crocefisso” qualcuno osserva. E Gabriele Invernizzi, nell’articolo che accompagna le foto, racconta che Maria sorride appena a chi si avvicina al suo lettino. Sorride come per implorare benevolenza.

 

 

La storia non finisce qui, il racconto della “vita offesa” si fa impietoso. Una volta rotto il silenzio, i racconti e le testimonianze si moltiplicano. Mentre Villa Azzurra e gli altri istituti affondano nell’infamia.

Nel 1974, quattro anni dopo l’irruzione dei carabinieri a Villa Azzurra, ha luogo il processo allo psichiatra Giorgio Coda, il responsabile del manicomio di Collegno da cui “Villa Azzurra” dipende, soprannominato l’“elettricista” per la sua spiccata inclinazione a praticare l’elettrochoc. Per sua ammissione, circa 5000 nella sua lunga carriera. E se Coda riporta un numero tanto importante, è perché vuole far capire quanto fosse navigato in quella pratica. Ovviamente omette di dire quali risultati clinici ha ottenuto.

“Una folgorazione continuata a intensità crescente che produce una terribile vibrazione al cervello”, questo era l’elettrochoc. Bastava fare la pipì a letto, o rifiutarsi di lavorare. Alle orecchie del paziente, come risulta da qualche testimonianza, Coda sussurrava: “Ti piace questo, avvocato? Vedrai che dopo lavorerai”.

 

La punizione elettrica veniva applicata alla testa o ai genitali. Nel caso dei genitali, l’elettrochoc aveva una denominazione delicata: “massaggio”, quasi fosse una morbida terapia del corpo. Spesso, per rendere più pervasive le scosse, non si adottava alcuna protezione, nessuna anestesia, nessuna pomata, e neppure la gomma in bocca per salvaguardare i denti. E spesso i denti saltavano. E saltavano le vite. Morti sospette ce ne sono state: ma a chi importava degli “arnesi”? 

Il Tribunale di Torino, presieduto da Rodolfo Venditti, un giudice di particolare integrità e competenza giuridica, riconoscerà che le terapie elettriche di Giorgio Coda avevano un carattere punitivo. Uno dei suoi pazienti, ripetutamente “massaggiato”, ricorda che l’apparato elettrico veniva portato in giro per i diversi reparti del manicomio in una sorta di esibizione minacciosa, come per dire: questo è ciò che vi aspetta. 

Lo psichiatra-elettricista verrà condannato a cinque anni, mai scontati per sopravvenuta amnistia. Nel 1977 verrà gambizzato da un nucleo armato di “Prima linea”, legato a un termosifone come era capitato a molti dei bambini di “Villa Azzurra”. Dal suo letto d’ospedale Coda dichiarerà: “Ho sempre fatto del bene”.

 

Fonti:

Alberto Gaino, Il manicomio dei bambini, EGA Ediziono Gruppo Abele, 2017

Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta, Einaudi, 1977

Alessandro Perissinotto, Quello che l’acqua nasconde, Piemme, 2017

AA. VV., La fabbrica della follia, Einaudi, 1971.

 

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