Manicomio. "In noi la follia esiste ed è presente"

Attorno alla metà degli anni sessanta, nel pozzo nero della desolazione manicomiale, soffia, leggero, un sentimento d’attesa. È un respiro sommesso, un sibilo appena percepibile, ma diventerà presto una corrente impetuosa.

L’Italia riprende fiato dopo la corsa forsennata del decennio del “miracolo economico”. Questo “paese oscuro a se stesso” finalmente si guarda, o prova a farlo. La società italiana, scrive Guido Piovene a conclusione del suo Viaggio in Italia poco oltre la metà degli anni cinquanta, è “la più mobile, la più fluida, la più distruttrice d’Europa; assomiglia a quelle acque che corrono rapidamente senza però riuscire a smuovere una coltre spessa e dura di foglie impastate di limo che le copre e le fa apparire immobili”. 

Chi ha il coraggio di ribaltare quel manto di melma, troverà che l’organismo vigoroso della nuova modernità italiana nasconde piaghe purulente. 

 

Fra il 1965 e il 1966, Angelo Del Boca, che diventerà poi un impietoso analista dell’Italia coloniale e del mito degli “italiani brava gente”, compie un viaggio in cinque ospedali psichiatrici fra Torino e Roma. Quello che trova è un corpo in avanzata putrefazione. Manicomi come lager è il titolo del suo libro, che raccoglie gli articoli usciti sul quotidiano torinese “La Gazzetta del popolo”. Non è soltanto una ferma denuncia, è una sentenza inappellabile destinata a scuotere una sonnacchiosa opinione pubblica che s’inorgoglisce per il completamento, nel luglio del ’65, del traforo del Monte Bianco: undici chilometri nel fianco della montagna, e comunicazioni più rapide tra Italia e Francia. La sirena della velocità ha cominciato a diffondere il suo canto ammaliante. La risplendente Modernità si rivela un idolo tirannico. Ma si porta appresso dei cadaveri ingombranti.

 

L’accostamento manicomio-lager può sembrare il frutto di un eccesso giornalistico. Sorprenderà allora sapere che quella intemperanza verbale non è di un giornalista, ma di un ministro della Repubblica. A coniarlo, nella cornice di un paludato convegno milanese, è il socialista Luigi Mariotti, allora ministro della Sanità. È il 20 settembre del 1965. Mariotti sviluppa il suo intervento con un tono secco, non offrendo alcuna mediazione: “Esistono ospedali psichiatrici dove il medico, al mattino, va a sentire dalla suora se c’è qualcosa di nuovo e poi sparisce.  Abbiamo oggi degli ospedali che somigliano a veri e propri lager germanici, vere e proprie bolge dantesche. Bisognerà introdurre in questo mondo elementi che stabiliscano un rapporto nuovo tra malato e medico e tra società civile e istituzione”.

Lo sconcerto è generale. Le parole risultano inaccettabili alle associazioni degli psichiatri, che si faranno sentire, respingendo l’immagine del medico che si tiene il più lontano possibile dal “lager”. E, come si può immaginare, anche la parola “lager” non viene gradita. 

 

Mariotti, toscano ostinato, non retrocede: basta con i “lager”, l’ospedale psichiatrico va normalizzato. Nel 1968, tre anni dopo l’intervento milanese, vara la legge 431 che assesta un discreto colpo alle procedure del ricovero psichiatrico: potrà essere volontario, e non dovrà prevedere la schedatura del malato e l’iscrizione nel casellario giudiziario, come voleva la regia legge del 1904 (!). Il malato non sarà più un delinquente, cui sono negati i diritti civili. Ma che altro potrà essere? 

 

 

“Il malato – scrive Franco Basaglia in quegli anni –, che già soffre di una perdita di libertà …si trova costretto ad aderire a un nuovo corpo che è quello dell’istituzione, negando ogni desiderio, ogni azione, ogni aspirazione autonoma che lo farebbero sentire ancora vivo e ancora se stesso. Egli diventa un corpo vissuto nell’istituzione, per l’istituzione, tanto da essere considerato come parte integrante delle sue stesse strutture fisiche”.

 

Quando Sergio Zavoli, nel 1968, entra nell’Ospedale psichiatrico di Gorizia (I giardini di Abele è il titolo del reportage girato per la Rai), che Franco Basaglia, a partire dal 1962, ha trasformato in comunità terapeutica, incrocia corpi e volti alla ricerca del proprio nome. Sembrano uscire da un lungo silenzio, da un inverno della mente e dei cuori. Ma il passato non li ha risucchiati, non del tutto. Sono vivi, si esprimono, si raccontano. E non tacciono la parte scabrosa delle loro esistenze al limite: le botte, l’elettrochoc, l’isolamento. Le costrizioni dell’istituzione, non solo quelle fisiche, si stanno sciogliendo. Il passato ha perso il suo potere. I muri sono crollati. Sbarre e grate divelte. Spazi aperti, ora. Movimenti liberi.

Zavoli chiede a una donna di mezza età, che si è messa elegante per l’intervista: “Che cosa è cambiato?”. “Tutto”, risponde la donna. “Tutto”, ripete con convinzione.

Gli uomini e le donne con cui Zavoli parla non hanno smesso di essere folli semplicemente perché si fanno inquietare dalla speranza, s’interrogano sulla propria vita, sorridono senza un particolare motivo in una giornata di sole, forse amano.  

 

“Io ho detto che non so che cosa sia la follia – dice Basaglia nelle Conferenze brasiliane –. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente, come lo è la ragione”.

C’è una sequenza di I giardini di Abele che mi è rimasta particolarmente impressa: è quella che ritrae un gruppo di uomini in “libera uscita”. Si lasciano alle spalle i pesanti cancelli dell’Ospedale, che ora restano aperti. Una linea di frontiera, un tempo un rigido spartiacque: dentro, reclusi, i “matti”, fuori la libera società. Per anni, gran parte di loro sono rimasti inchiodati alla croce di questo dentro-fuori. Per anni, i loro desideri, si sono sfracellati contro quel cancello.

Ma quegli uomini non sembrano avvedersene. C’è familiarità fra di loro, c’è confidenza. Ridono, scherzano. Sembrano ragazzi. Probabilmente non è la prima volta che escono. Con passi abbastanza sicuri s’indirizzano verso il lungo viale che li porterà in città. Hanno l’aria di muoversi verso uno spazio aperto, tutto da esplorare. Ora, per quei “ragazzi”, comincia la vita. La follia forse non è stata sconfitta, la vita neppure.

 

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