Sud Italia

L’Italia scopre l’Italia. Il Sud in particolare, che, nei primi anni del dopoguerra, è ancora una “Terra incognita”. 

Il cinema, la fotografia, l’antropologia, il giornalismo più avvertito, diventano esercizi di conoscenza, con qualche brivido di stupore, e molti colpi allo stomaco. L’immagine del “bel paese” si sgretola, mandando in frantumi la cappa di retorica che si era andata stratificando durante il Ventennio. Ed è uno spoglio paesaggio quello che ora viene alla luce: il Sud del Paese è alla fame, frenato da un irriducibile fondo arcaico e un “paziente dolore” che resistono a ogni intenzione modernizzatrice.

 

Un primo atto, un gesto inaugurale: il “viaggio al principio del tempo” di Cristo si è fermato ad Eboli, il libro di Carlo Levi steso fra il ’43 e il ’44, pubblicato nel 1945, e in più edizioni negli anni successivi. Cristo si è fermato a Eboli è una scossa. 

Molti, a questo punto, vogliono vedere e capire come vive il Paese, quali sentimenti lo attraversano, i suoi “ritmi vitali”, e quali forze negative lo imbrigliano. Nel Sud, nelle spaccature della sua terra riarsa, attraverso una fitta vegetazione di mitologie fino a quel momento sconosciute, i nuovi esploratori intravvedono la scaturigine dell’umano, proprio in quel tempo fermo, privo di sviluppi, quella macchia cieca della Modernità, che nello sviluppo celebra il culto della sua ultima divinità. E certo può risultare abbastanza paradossale che queste avventure della conoscenza, queste peripezie nella notte che precede la Storia, si siano andate esprimendo in parallelo con il decollo industriale della società italiana. 

L’antropologo Ernesto De Martino è fra i primi, nel 1952, a prendere la strada del Sud, inseguendo i tratti del suo volto magico. I suoi viaggi portano allo scoperto un nuovo sguardo sull’uomo, che, con l’aiuto della fotografia, amplia il proprio orizzonte visivo.

 

Carlo Bavagnoli, L'Africa in casa, 1960.


Utilizzando la ricerca musicale raccoglie i suoni delle antiche civiltà, le voci disperse delle origini. Sa bene che tutto questo non è che un cumulo di scarti nella galoppante americanizzazione del pianeta dopo la seconda guerra mondiale. Ma proprio rovistando fra gli scarti, nelle pratiche magiche, nei pianti rituali, osservando i movimenti convulsi delle tarantate salentine (nulla di più lontano da quello che, negli stessi anni, accade nel grande triangolo industriale del Nord), setacciando instancabilmente paesi e campagne fra Puglia e Basilicata, De Martino scopre la crosta rocciosa dell’umano, la linea, obliqua, mille volte spezzata, che dalle origini arriva fino a noi. Niente di nuovo sotto il sole: l’uomo è un essere in lotta, vive nella temperie del rischio. Tutto lo può colpire, e annientare, facendolo precipitare nel nulla: una qualche impennata della natura, siccità, alluvioni, un terremoto, un’epidemia, o più semplicemente l’umore o il capriccio di un dio ostile. Tutto può sfaldare l’edificio umano, in bilico su precarie fondamenta. Se dunque si fa ricorso al rito è per sanare le ferite dell’assenza, o arginare l’azione devastatrice della morte. Il rito non è che un involucro protettivo, una struttura difensiva, un avamposto che sorveglia la continuità della vita sociale. Volendo ricorrere a un concetto di larga circolazione potremmo dire che magia e riti non sono che procedure di quello che oggi chiamiamo immunizzazione, un modo per dare riparo alla “presenza” umana, al nostro stare al mondo costantemente minacciato.

 

Ma il Sud ha altre porte d’accesso, ha molti lati, una geografia diversificata. Anche se il fantasma dell’arretratezza, una disgiunzione temporale apparentemente irrecuperabile, l’attraversa per intero. Il Nord e il Sud del Paese non vivono nello stesso tempo. La distanza che li separa è un taglio lacerante.

“Nel dicembre del 1954, racconta il fotografo Pablo Volta, arrivato per la prima volta in Barbagia, provai la fortissima emozione di aver fatto un salto indietro nel tempo”.

Franco Cagnetta che, per la rivista “Nuovi Argomenti” lavorerà a un’inchiesta su Orgosolo, dichiara la sua prima impressione entrando in paese: 

“Orgosolo presenta per l’etnologo un terreno di osservazione che, per primitività di strutture sociali e per manifestazioni di mentalità e culture proprie solo alle civiltà primitive, è difficile trovare ancora oggi forse, in un qualsiasi altro paese d’Italia e di Europa”.

 

Carlo Bavagnoli, Sardegna 1969.


L’altra metà dell’Italia corre veloce, brucia le tappe, mentre il Sud arranca in una fatica secolare, che non consente accumulazione di ricchezza, e neppure la semplice sopravvivenza. E ineluttabilmente si svuota. L’ondata migratoria appare travolgente. Un incontenibile esodo di massa: fra la fine degli anni cinquanta e la metà dei sessanta si spostano da Sud a Nord quasi 1.500.000 di persone, un popolo di diseredati alla ricerca della vita.

Nota un grande meridionalista, Francesco Compagna:

“La strada dell’emigrazione è tanto dolorosa quanto antica, dura sempre e rischiosa spesso, qualche volta tragica, ma chi s’incammina su di essa lo fa di propria deliberata volontà, perché non vuole più restare sulla piazza del paese, intorno alla fontana”.

E cosa accade a chi continua a girare attorno alla fontana del paese affondato nell’inerzia? Come vive chi è rimasto “prigioniero del proprio isolamento”? Quali residue speranze, o quale disperazione, si muovono nell’“Italia che non cambia”?

 

Restiamo in Sardegna, spostandoci in Baronia, appena più a Nord rispetto a Orgosolo, nella parte nord-orientale della provincia di Nuoro, fra Barbagia e Gallura. Una piccola piana attraversata da un fiume, il Cedrino, che ogni due anni, esibisce piene devastanti che azzerano i seminati d’orzo e di grano. “Tutta l’economia della zona si restringe alle colline sassose che non basterebbero neppure a soddisfare i bisogni di una tribù di selvaggi”. Per metà dell’anno i “servi-pastori”, ragazzi fra gli 8 e i 14 anni, dormono sotto un albero, o al riparo di una tenda fatta di stracci e pelli. Il pasto di tutti i giorni è una sfoglia di pane secco e un po' di formaggio.

Traggo queste notizie da un articolo pubblicato dal settimanale “L’Espresso” il 26 aprile 1959, a firma di Livio Zanetti, che, anni dopo, di “L’Espresso” diventerà il direttore. E’ il primo articolo di una grande inchiesta sullo stato comatoso del Meridione d’Italia. Le fotografie che l’accompagnano sono di Carlo Bavagnoli, che ha lavorato a “Epoca” e lavorerà a “Life”: paesi e interni domestici che sembrano frontiere del nulla abitati da un’umanità arresa al proprio destino.

Assai significativo il titolo dell’articolo: “L’Africa in casa”.

 

Fonti:

“I viaggi nel Sud di Ernesto De Martino”, a cura di Clara Gallini e Francesco Faeta, 1999.

Mirko Grasso, “Scoprire l’Italia”, 2007

Franco Cagnetta,”Inchiesta su Orgosolo”, in “Nuovi Argomenti”, settembre-ottobre 1955

Francesco Compagna, “I terroni in città”, 1959.

Livio Zanetti, “L’Africa in casa”, in “L’Espresso”, 26 aprile 1959. 

 

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Carlo Bavagnoli, Sardegna 1969.