Una Biennale peutingeriana

La Tabula Peutingeriana è un’antica “carta stradale” del mondo, ovvero dell’Impero Romano, dalle Isole Britanniche al Vicino Oriente, arrivando a comprendere anche l’India e la Cina. Disegnata intorno all’anno 1265 da un monaco di Colmar, in Svizzera, la Tabula riproduce su pergamena un’originale di epoca romana, realizzato forse in più fasi tra il I sec. a. C. e il IV sec. d. C. circa.

 

In occasione della 14. Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia, che inaugurerà il prossimo 7 giugno, una gigantesca riproduzione su stoffa della Tabula Peutingeriana, riferita alla sezione riguardante l’Italia, domina la navata centrale delle Corderie dell’Arsenale e accompagna il visitatore lungo tutto lo sviluppo della mostra Monditalia in esse ospitata.

 

 

Oltre a fare da “basso continuo”alla mostra dedicata all’Italia, la Tabula Peutingeriana costituisce anche la più attendibile chiave di lettura dell’intera edizione 2014 della Biennale di Architettura, la cui direzione è affidata a Rem Koolhaas. Osservatore acuto dei fenomeni della contemporaneità e delle sue mutazioni, ed esperto stratega delle comunicazioni, oltreché architetto di indiscutibile importanza (insieme al suo studio OMA), Koolhaas negli ultimi quarant’anni è sempre stato in grado di fornire il “punto della situazione” in merito alle questioni architettoniche e urbane. E ancor di più, da Delirious New York (1978) alla Roadmap 2050 (2010), passando per la Harvard Design School Guide to Shopping (2001) e per molte altre ricerche, Koolhaas ha spesso anticipato le evoluzioni future, le “prossime tendenze”, non tanto dell’architettura in senso stretto, da un punto di vista estetico o stilistico, quanto piuttosto della realtà; una realtà vista di sovente con occhio critico, capace però di riconoscerne anche la ricchezza e l’interesse pur nella sua evidente contraddittorietà e non di rado negatività. Se ciò ha guadagnato a Koolhaas la forse non meritata fama di “cinico”, ha in compenso donato a chi sia interessato alla cultura architettonica una serie di chiavi di lettura utili per interpretare alcuni fenomeni specifici non meno che lo scenario globale.

 

Fra i possibili incaricati alla direzione della Mostra Internazionale di Archiettura della Biennale di Venezia probabilmente nessuno al pari di Koolhaas avrebbe potuto provare a misurarsi con la “questione” architettura in modo più chiaro ed efficace: ovvero, al tempo stesso, elementare e realistico. La parte delle mostra dedicata agli Elements of Architecture (nel Padiglione Biennale) ripercorre uno a uno i “pezzi” del gioco architettonico (finestra, porta, pavimento, soffitto, balcone, ecc.), mostrandone sia le svariate vicende storiche che il destino attuale, collocato sull’orizzonte di una sempre più forzata “architettura a catalogo”. Absorbing Modernity 1914-2014 è invece il tema assegnato dal curatore ai padiglioni nazionali, nel tentativo (non sempre riuscito) di uscire per una volta dal terreno a conti fatti poco fertile dell’invenzione individuale e della libera reinterpretazione soggettiva dell’architettura, per cercare piuttosto di comparare sulla base di un metro comune differenze e somiglianze dei diversi paesi. E infine Monditalia, una cavalcata della penisola degli ultimi 50-60 anni, alla ricerca di quei luoghi che meglio di altri riescano a esprimere la problematicità ma in fondo anche la straordinarietà del “caso” Italia. In tutti e tre le circostanze, un’indagine analitica dei “fondamentali” (Fundamentals è il titolo complessivo della 14. Mostra) dell’architettura vista come un campo allargato comprendente geografia, storia, economia, politica, industria e molto altro ancora.

 

Una Biennale di architettura concepita e condotta con atteggiamento “peutingeriano”, ovvero secondo un’ottica che rifiuta la semplice riproduzione in scala ridotta dell’esistente (come fa la cartografia tradizionale), così come pure una sua selezione estetizzata (come fa un approccio turistico); un’ottica che accetta e fa propria una visione deformata, “scorciata” (o piuttosto, all’opposto, allungata, “stirata”) e ciò nondimeno – o proprio perciò – fortemente realistica; un’ottica descrittiva, analitica ma al tempo stesso cumulativa, totale. La stessa ottica che allinea lungo una strada un paesaggio stratificato, complesso, in cui – proprio come nella Tabula Peutingeriana – si affastellano fenomeni di natura diversa. Un’attendibile immagine del mondo – il mondo contemporaneo! – in un’epoca che con la sua iperproduzione di immagini stenta ormai a essere credibile.

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