Charles Simic, un poeta fortunato

Non so come uomo, ma come poeta, Charles Simic è fortunato. Sono pochi i riconoscimenti che non ha ancora avuto. Nato a Belgrado nel 1938, emigrato a Parigi nei primi anni ’60 insieme alla famiglia, e da lì negli Stati Uniti, a Chicago, ha scelto l’inglese come lingua della sua poesia, ma ha anche tradotto assiduamente i poeti dell’allora Jugoslavia. Ha pubblicato la prima raccolta nel 1967, destando quasi subito l’attenzione della critica, che da allora non gli è mai mancata. Anche in Italia ha trovato un’accoglienza superiore a quella di molti suoi contemporanei, con testi e antologie ottimamente tradotti e usciti per Adelphi, Donzelli ed Elliot. A questi ora si aggiunge il recente Come Closer and Listen (2019), pubblicato in italiano come Avvicinati e ascolta (Tlon, 184 pagine), traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan. Simic è un poeta e saggista prolifico. Lo aiuta la scelta di lavorare su scene di vita quotidiana, versi brevi, a volte segnati da un punto ad ogni fine di verso. Non accade di frequente che le sue poesie siano più lunghe di una pagina. La sua voce consiste nell’alzarla pochissimo, la voce.

 

Le sue pagine sono tutte un brusio, dove ogni cosa si mescola anche se niente si confonde. C’è il grande rumore della storia, della fuga, dell’espatrio, ma lo si sente arrivare da lontano. Se si fa prossimo, è perché si incarna nella figura di qualche vecchio che appare e scompare come un fantasma, portando il peso di una vicenda troppo greve e che non trova più parole. Più spesso, il poeta si sofferma su particolari in apparenza insignificanti, oppure è il mondo animale che viene alla ribalta, fatto soprattutto di uccelli e di insetti (predatori e prede, accomunati da un destino che non possono comprendere). Alcuni uccelli cinguettano è il titolo della poesia d’apertura, al quale il primo verso fa da seguito, “Altri non hanno niente da dire” perché “Deve essere qualcosa di enorme / che li fa uscire di senno – / la vita in generale, l’essere uccelli”. 

 

Ragni e formiche compaiono spesso, come anche corvi, galli e galline. Non hanno intelligenza bastante per capire che cosa li attende, ma forse gli uomini ce l’hanno? La scena di Destino cieco dice tutto: sei per strada, una vecchia matta ti arpiona il braccio, tu la stai a sentire paziente finché non decidi di liberarti con uno strattone, sbatti contro un mendicante facendogli rovesciare a terra il bicchiere con tutte le monete e dovendo quindi aspettare che finisca la sua sfilza di insulti contro di te, davanti alla gente che passa. “Quel che accadrà poi non lo saprai mai. / Il destino cieco dirige lo spettacolo qui”. Avvicinati e ascolta, la poesia che dà il titolo al volume, è una riflessione sull’esilio che è un cadere a terra come una foglia, aspettando, forse sperando, che il vento ti porti lontano. L’unica cosa che sai è che c’è una signora cieca chiamata Giustizia alla quale puoi andare a fare le tue rimostranze. Non servirà a nulla, visto che è cieca, ma non puoi ritenerla responsabile, lei fa quello che può. 

 

 

Simic era un poeta notevole fin dagli inizi. La sua povertà di mezzi, perfino la sua aridità, quel non concedere niente al lettore se non frammenti che parevano scritti in fretta su fogliettini di carta e poi messi insieme in qualche modo, suonavano una musica dura, dissonante, che poteva non piacere affatto, restare incompresa, messa da parte. Non è stato così, perché a volte la tenacia viene premiata, e perché chi poteva capire ha capito che Simic non stava scrivendo in inglese, stava traducendo in versi inglesi scollegati un più lungo poema perduto, mai scritto in nessuna lingua, e di cui lui stesso ricordava solo frammenti. Pazzi, vecchi, barboni e animali. Questo bestiario, che avrebbe potuto descrivere qualche angolo dimenticato della Jugoslavia durante gli anni della Seconda guerra mondiale o subito dopo, Simic l’ha ambientato per le vie di Chicago o di qualunque grande città americana dove la demenza, non più rinchiusa in istituzioni perché costano troppo, è lasciata libera di fiorire per le strade. Con il tempo, le visioni urbane di Simic si sono fatte più discorsive, si sono arricchite di particolari, pur senza mai perdere la loro concisione. Il risultato è che Avvicinati e ascolta è più gratificante, per dire, di Hotel Insonnia (Adelphi 2002) e anche di Club Midnight (Adelphi 2008).

 

Il tono è sicuro, le scene sono descritte davvero e non solo suggerite, e il terrore, che infine è il vero soggetto della poesia di Simic (c’è una poesia in merito, una delle più efficaci del libro) è più palpabile, più concreto. Anche la traduzione risulta più godibile. Nei primi libri, il traduttore era costretto alla gabbia di versi spesso avari. Qui, non più. Merito di Damiano Abeni e Moira Egan, che ha firmato anche l’introduzione, l’italiano è disteso, invitante. Avvicinati e ascolta andrebbe letto insieme a La vita delle immagini (Adelphi 2015) in cui Simic spiega anche, in poche precise parole, che cosa pensa del nazionalismo serbo e dell’ipocrisia di quegli intellettuali delle altre repubbliche jugoslave che negli anni ’90 del conflitto interno rivestivano di lamentazioni sugli antichi torti subiti dal loro popolo quello che alla fine era solo il loro nazionalismo.

 

I due libri si completano, uno dice ciò che non si può dire in poesia, l’altro ciò che non si può dire in prosa. Ma, attenzione: che il dettato sia più gratificante non significa che si sia fatto meno duro. La guerra jugoslava incombe, “corre cieca” nella mente del poeta come quella mucca (in Tra chi viene a visitarmi a notte fonda) a cui dei soldati cavarono gli occhi prima di farla correre su un campo minato. La tragedia dei migranti nel Mediterraneo incombe ugualmente, come nella potente Storia greca: una vecchia vuole cucinare per le persone finite in fondo al mare, sente le loro grida, insiste a voler cucinare qualcosa per loro. “E i morti arenati sulla sponda / spalancavano gli occhi come bambini / destati di colpo da un brutto sogno / e si accalcavano a baciarle la mano”.

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