Confusione (imperdonabile) tra piacere e desiderio

“Arduo resistere al desiderio. Tutto ciò che esso vuole lo compra a spese dell’anima.”

(Eraclito, Frammento 85)

 

 

Dal momento che l’Eros è stato separato e opposto al Logos e la ragione storica è stata concepita come una sfera separata da quella del desiderio erotico, la storia è dominata dal principio economico che riduce il corpo dell’altro a uno strumento di accumulazione, anziché un compagno di piacere.  

Le ragioni di questa separazione e di questo de-potenziamento dell’amore debbono essere approfondite: la contrapposizione di Eros al Logos discende dalla distinzione tra eros e agape, tra amore etico e amore erotico: qui sta l’origine dell’impossibilità storica dell’amore, e da qui discende la condanna dell’amore a utopia. 

Del resto cosa vuol dire la parola “amore” che emerge nel discorso storico con il messaggio di Gesù Cristo, ma acquista tutta la sua forza sociale soltanto in epoca romantica, per divenire un gadget pubblicitario nell’epoca tardo-moderna, quando ogni residua dignità dell’umano è degradata a merce? 

Dobbiamo intender l’amore come eros o come agape? Come desiderio oppure come amicizia?

Abbandoniamo la parola “amore” troppo carica di significati per poter ancora significare qualcosa, e concentriamo l’attenzione su due concetti più precisi che la tradizione filosofica e psicoanalitica ha separato se non addirittura contrapposto: desiderio e piacere.  

 

Diciamo anzitutto che il desiderio è tensione creativa, e il piacere è rilassamento della tensione e quindi sintonia tra il corpo e il suo ambiente.

L’espressione tensione creativa significa che l’oggetto del desiderio non preesiste al desiderio, ma è una proiezione del desiderio stesso. Certo quella persona che desideri ha una sua vita separata, ma quel che desideri non è quella persona nella sua separatezza, ma la situazione che la tua immaginazione crea in rapporto con essa.  

Nel Symposium platonico, Aristofane parla dell’erotismo come aspirazione a ricomporre l’unità originaria degli esseri umani.

Ricordiamo il racconto del commediografo: agli albori dell’umanità vivevano gli androgini,  che possedevano due volti, quattro braccia, quattro gambe  e due sessi. Temendo la potenza che veniva loro dalla condizione di compiutezza, Zeus li tagliò in due, e da quell’atto traumatico nacque la razza umana così come la conosciamo. L'amore sarebbe dunque nostalgia della nostra antica completezza, e il desiderio sarebbe la tensione verso il ricongiungimento mentre il piacere consisterebbe nel provvisorio ricomporsi degli organismi originari. 

Ma nel famoso testo platonico dopo Aristofane interviene Agatone, un bel ragazzo che di mestiere fa il poeta tragico e si esibisce nei teatri della città. Agatone risponde distinguendo la natura di Eros dai suoi effetti. Eros incarna la bellezza, ma gli effetti che provoca negli umani sono dolorosi perché il desiderio è anzitutto mancanza e tensione mai soddisfatta.
Infine è la volta di Socrate che riferisce quel che la saggia Diotima gli ha insegnato: l’amore è desiderio di risalimento graduale che dapprima si rivolge ai corpi erotici, poi alle anime nobili, quindi all’azione gloriosa, e infine alla bellezza come valore supremo. L’amore che Diotima gli ha insegnato, dice Socrate anticipando una concezione che ritornerà in ambito cristiano con lo stilnovismo, è la via che conduce gli umani verso la perfezione della saggezza.

A quel punto giunge il giovane bellissimo Alcibiade, che interrompe la dotta discussione e rimprovera Socrate perché non vuole far l’amore con lui, che pure è bellissimo e desiderato da molte ragazze ateniesi. Dal discorso di Alcibiade emerge l’idea che la conoscenza provenga dal contatto, un tema che troviamo anche in un altro dialogo platonico (o forse pseudo-platonico), il Teagete. In questo dialogo, attribuito a Platone ma probabilmente spurio, Agatone dice al maestro Socrate che stare accanto a lui, toccarlo carnalmente ed esserne accarezzato gli permette di progredire nella sapienza, come se la congiunzione carnale permettesse alla conoscenza di transitare da un corpo all’altro.

 

«Ti dirò, Socrate una cosa incredibile, per gli dei, ma vera! Io, infatti... progredivo quando ero insieme a te, anche se solo ero nella stessa casa, ma non nella stessa stanza; di più, però, quando ero nella stessa stanza, e molto di più, mi sembra, quando, stando nella stessa stanza, guardavo verso di te mentre parlavi, più di quanto guardavo da un'altra parte; ma soprattutto e in sommo grado progredivo quando sedevo proprio vicino a te, standoti accanto e toccandoti» (Teagete).

 

 

La ricomposizione dei corpi individuali è condizione della conoscenza, e particolarmente della conoscenza etica, che non ha nulla a che fare con la legge, con la norma, né con i valori morali, ma è conoscenza del piacere dell’altro, e sensibilità al piacere dell’altro.

Ma purtroppo, come sappiamo, l’etica ha fatto naufragio nella tempesta di merda: il rapporto con l’altro è stato ridotto a competizione, e alla fine è diventato rapporto con un altro senza corpo, senza pelle, puro freddo desiderio senza piacere possibile.

Il nesso desiderio piacere è l’energia che rende possibile la conoscenza etica, e la cortesia, come gioco di linguaggio e di carezze.

 

In un libro per me illuminante, Il piacere che manca, Paolo Godani cita una lettera in cui, parlando del suo rapporto con Foucault, scriveva Gilles Deleuze:

“l’ultima volta che ci siamo visti, Michel, con molta gentilezza e affetto, mi disse più o meno così: non posso sopportare la parola desiderio… e ha aggiunto: chiamo forse piacere quello che voi intendete con desiderio, ma in ogni caso ho bisogno di una parola diversa da desiderio.” (Godani: 2019, p. 26)

 

Sono qui costretto a una divagazione auto-biografica, e un po’ autocritica, se mi è consentito. La mia adesione filosofica al pensiero di Deleuze Guattari, avvenne in carcere, quando nella primavera del 1976 un amico mi mandò una copia dell’Anti-Edipo. Ma forse fin da principio sono incorso in una confusione (imperdonabile) tra piacere e desiderio.

Forse perché ho vissuto una vita di piacere non ho mai pensato di doverlo tematizzare, e la mia vertigine filosofica si concentrava sul concetto di desiderio.

E’ ora di fare ammenda: forse perché, nella mia attuale senescenza il piacere è diventato inattingibile, mentre il desiderio mi tormenta, sono riuscito a capire la differenza tra i due concetti, che nel passato mi sembrava irrilevante.

Il desiderio è la tensione che sospinge e trascina verso un oggetto che non c’è ma che noi creiamo proprio in quel protenderci. Lungi dall’essere soddisfazione di un bisogno, o riempimento di una mancanza, il desiderio è creazione dell’altro come attrattore e come racconto. 

Il desiderio è il re nel regno dell’immaginario, e per questo è il campo nel quale nascono e si predispongono le forze che invadono la sfera sociale.  

Questo è il messaggio dell’AntiEdipo, il libro che influenzò in maniera decisiva non solo il mio pensiero, ma il pensiero di una generazione di ribelli autonomi a partire dalla fine degli anni ’70, quando i movimenti uscirono dal riduzionismo economicista e inclusero la dimensione dell’inconscio nel processo della soggettivazione sociale. 

 

Se il desiderio è tensione soggettivante, allora il compito principale dell’azione comunicativa e politica mi parve essere l’alleanza tra desiderio e amicizia. Poiché il desiderio costituisce l’attrattore più forte (letteralmente irresistibile come suggerisce Eraclito nel suo frammento 85) nella relazione tra organismi coscienti e sensibili, poiché il desiderio fonda la complicità più radicale – allora pensammo che la sola via per fare della storia una dimensione finalmente umana, una dimensione in cui la felicità e la pace sono possibili, fosse proprio questa: l’alleanza dell’eros e dell’agape, l’alleanza del desiderio e dell’amicizia. 

Il messaggio dell’amore, che nella sfera cristiana è stato declinato in maniera sacrificale, sembrò allora (nel pensiero desiderante, nell’esperienza dei movimenti anti-autoritari desideranti) aver trovato una dimensione materialistica.

“La felicità è sovversiva quando diviene collettiva”, uno degli slogan del movimento di autonomia desiderante voleva dire questo: che la gioia è un sentimento che può avere una dimensione puramente individuale, ma acquista una potenza politica se si diffonde nell’ambiente sociale. 

Così ci parve dopo la stagione (che non esito a definir felice) che iniziò con il ’68 globale e la Summer of love californiana, e che culminò con il ’77 italiano.

Ma l’accentuazione esclusiva del desiderio, che derivò dalla lettura delle opere di Deleuze e Guattari, portò a una sorta di esaurimento nervoso dell’energia collettiva, che Jean Baudrillard aveva segnalato a più riprese, nella sua polemica (mai esplicita, mai scortese) con le posizioni deleuziano-guattariane.

 

Ma ora che il piacere mi manca (a parte il piacere di leggere Il piacere che manca di Paolo Godani), mi rendo conto che senza simbiosi con il piacere il desiderio è causa di tormento e motore crudele della corsa senza limiti e senza piacere: motore del capitalismo, come diceva Baudrillard.

Il desiderio è dell’ordine dell’immaginario mentre il piacere è dell’ordine del reale. 

Il capitalismo, e in modo sempre più accelerato e feroce il semio-capitalismo reticolare, è mobilitazione del desiderio e interdizione infinita del piacere. 

L’economia di accumulazione ti spinge continuamente a desiderare ma ti nega il piacere e soprattutto ti nega il tempo per il piacere, perché tutto il tuo tempo deve essere speso nel competere, accumulare, e quindi desiderare ancora, virtualmente e indefinitamente.

Il fanatismo dell’illimitato perseguita il mistico cristiano, ma anche l’apologeta del neo-liberismo, ma questo fanatismo no-limits che discende dal futurismo marinettiano e arriva al transumanesimo biotecnologico, esalta l’aggressività, la violenza, lo sfruttamento, la guerra. 

Qui si pone la questione del rapporto tra il desiderio e la morte, che già si pose Freud alla sua maniera.

 

“se non vogliamo reintrodurre la pulsione di morte sarà necessario affermare che esistono degli effetti mortiferi, ma che questi non derivano da una pulsione fondamentale, bensì proprio dalla dinamica del desiderio… Non esiste desiderio di morte, ma esiste un effetto mortifero del desiderio…” (Godani, p. 85).

 

Gli effetti mortiferi che il capitalismo produce in maniera incessante non sono l’effetto di una originaria pulsione di morte, ma sono l’effetto delle dinamiche psichiche scatenate dall’economia competitiva.

Se il desiderio è tensione proiezione e slancio, il piacere è invece sintonia della deriva sensuale singolare e del ritmo cosmico, sintonia della vibrazione di un corpo e vibrazione di un altro corpo.

Ovvero, come scrive Godani: “la carne del piacere è sempre gratia plena. La cosmicità della grazia non le sopravviene, ma costituisce il suo unico modo di apparizione” (p. 102).

La grazia è sospensione del peso di essere, perciò un desiderio che non includa il piacere come sua possibilità è desiderio senza grazia, è tormento dell’anima, fonte inesauribile di sofferenza.

Quando, nella lezione del 1973 a Vincennes citata da Godani, Deleuze dice “l’idée du plaisir c’est une idée completement pourrie”, o quando ridicolizza e aborrisce il piacere come “scarica” (termine orribile, atroce, dice Deleuze), allora mi pare che si manifesti qui una certa ascendenza cristiano-masochista che talvolta affiora in Deleuze.

Ciò che sfugge a Deleuze quando contrappone il piacere al desiderio, è che il capitalismo contemporaneo si fonda proprio su questo desiderio senza piacere, come Lacan suggerisce nei testi sul “discorso del capitalista”.

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