Gabriele Turi. La cultura delle destre

Fino agli anni settanta un modello storiografico tendenzialmente diffuso assegnava tout court il fascismo alla sfera dell'incultura e ne sconsigliava lo studio dei presupposti ideologici; tale comprensibile  atteggiamento, da parte di chi dentro le retoriche del  fascismo era cresciuto, paradossalmente finiva per rendere con il tempo poco conosciuto il territorio mentale dei nemici della democrazia e per consegnare il discorso sul tema alle tendenze revisioniste interessate a modificare la damnatio memoriae post-bellica del fascismo o più in generale occupate a sviluppare un discorso polemico contro l'antifascismo.

 

Solo quando “cultura” è stata intesa in senso antropologico anche l'autorappresentazione della destra, reazionaria, fascista e poi neofascista è potuta diventare oggetto di studio: la destra è stata così mostrata nella sua composita articolazione, nella sua genealogia e nell'imparentamento con la cultura borghese o con le controculture politiche, nelle varie correnti e nella varie contaminazioni, nelle sue versioni grottesche e ipersemplificate (che abbondano) e in quelle più sottili, e che diventano fari per un'intera galassia esplosa impegnata a uscire da un (giustificato) complesso di inferiorità culturale e di vergogna e segnato da una insanabile frizione tra leadership intellettuale e base politica. Si tratta di studi necessari che, evitando gli scogli opposti della denigrazione o della fascinazione del nemico, hanno delineato un paesaggio politico in modo molto chiaro.

 

In questo scenario e in un periodo caratterizzato da uno spregiudicato uso pubblico della storia, in cui il lavoro degli storici viene messo ai margini da quello di volta in volta sporco o grossolano svolto da divulgatori e da giornalisti al servizio degli interessi del presente, occuparsi dell'oggi e della cultura delle destre post-fasciste non è facile.

 

 

A dispetto delle tante pagine scritte negli ultimi vent'anni a ridosso della cronaca sul tema della cosiddetta seconda repubblica e del berlusconismo, nella storiografia sulle culture di destra, ben documentata fino agli anni anni ottanta e novanta in particolare per la destra radicale, serviva una sintesi sistematica sul presente, in grado di cogliere da un lato i rapporti di continuità delle nuove destre italiane con la tradizione novecentesca e dall'altra gli elementi di innovazione rispetto a essa.
Attraversando alcuni dei conflitti che l'attualità porta con sé e mostrandone le radici profonde, La cultura delle destre. Alla ricerca dell'egemonia culturale in Italia di Gabriele Turi è lo studio di storia del presente che permette una ricostruzione dello scenario a partire dagli anni novanta, fino a configurare le premesse per l'incredibile governo dalle larghe intese e il suo incerto destino.

 

 

Turi non si sofferma sull'ideologia di bassa cucina, televisiva e da rotocalco, che tanti hanno ben analizzato, ma apre strategicamente altre pagine tendenzialmente trascurate o sottovalutate soffermandosi sulla fitta produzione ideologica dei think tank della destra di governo: da qui mostra chiaramente come essa sia riuscita a costruite il mito, «stereotipo fuorviante», dell'Italia la cui cultura sarebbe stata egemonizzata dalla sinistra.

 

Al contrario, risulta nitido lo spaccato di un paese che fin dal primo novecento affronta il processo di nazionalizzazione delle masse e poi dei ceti medi, tra crocianesimo e gentilianesimo, nel segno dell'antidemocrazia e dell'antisocialismo e minato dal cronico bisogno di personalità unificanti, siano esse Garibaldi, il Re, Crispi, Mussolini. Fuori dai facili anacronismi o dai paragoni azzardati della demonizzazione grossolana, il potere carismatico di Berlusconi (ma anche di Grillo) si spiega anche sulla base di questo tratto di lungo periodo.

 

Con la destra fascista la nuova ha in comune «culto del capo, disarticolazione delle organizzazioni intermedie e eclettismo ideologico», realizzati non con la violenza ma in seguito al venir meno della forma partitica e grazie all'uso di mezzi di comunicazione capaci di far saltare mediazioni complesse. «Leadership forte», «comunicazione diretta», «assenza di mediazioni» sono i tratti del populismo, termine che uno stesso teorico di area come Marcello Veneziani assume per sé e i suoi in senso positivo, qualificandolo come forma reale di democrazia diretta (!). Tanto più l'agire politico si è fatto complesso a fronte delle dinamiche globalizzanti, tanto più a destra si è inteso semplificare e trivializzare la loro narrazione, capitalizzando in termini elettorali le pulsioni pre-politiche che da sempre agitano diversi gruppi sociali e saldandole con le tendenze conservatrici delle élite economiche, all'interno di una moderna forma di mitologia resa più pervasiva dal potere scenarizzante di giornali, televisioni e indotto mediatico.

 

Se esistono radici profonde del ventennio fascista, all'altro capo esiste una continuità con quello che, attraversando la crisi della sinistra (mondiale e italiana) e la svolta a destra del Psi di Craxi, decenni dopo diventerà il misto di «individualismo, idolatria del consumo, arricchimento personale, diffidenza per l'altro, attaccamento ai valori cattolici tradizionali» che costituisce il terreno comune delle destre di governo dal 1994 e di una mentalità capace di saldare solidarietà elettorali inedite e contraddittorie.
Liberalismo economicista, cattolicesimo tradizionalista, nazionalismo post-fascista, regionalismo e ‘social-moderatismo’ si sono impastate attorno a un leader come Berlusconi che, oltre a venire dal mondo della comunicazione, dello spettacolo e dall'aziendalismo paternalistico, ha fatto del mito del self-made man e della cura di sé neoliberale la propria bandiera. Tale cultura della destra «si è definita soprattutto per opposizione, inventandosi uno schieramento comunista contro cui combattere» e trovando nella necessità di escludere le forze politiche progressiste dal governo il vero cemento della propria alleanza.

 

Sull'incapacità di reagire da parte della sinistra italiana, quando non di un'aperta condivisione di obiettivi altrui da parte di suoi importanti protagonisti impegnati a lasciarsi alle spalle il muro di Berlino e ad abbracciare lo spirito del mercato, ci sarebbe da dire molto: un malinteso senso della modernizzazione in senso bipolare, inspiegabili aperture di credito e talvolta l'aperta connivenza con l'avversario, spacciati per spirito bipartisan, sono tra le numerose cause della surreale palude che è la seconda repubblica.

 

 

Turi ha mappato il fitto lavoro degli apparati culturali e degli intellettuali legati al centro-destra e alla destra, a partire da Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega nord e centristi ex democristiani fino ai suoi derivati attuali: una nebulosa che per convinzione, convenienza o cinismo, ha condotto uno «sforzo notevole [...] di elaborare una proposta culturale funzionale ai suoi obiettivi politici», fino a convergere con altri fattori (come l'incultura nazional-popolare) nella costruzione di un immaginario maggioritario in termini mediatici, agendo dunque su un piano tra le fasce del paese meno attrezzate in termini cognitivi e su un altro tra quelle più ideologizzate in termini conservatori.

 

Due sono i percorsi nel paesaggio mentale delle destre che il libro segue nel dettaglio.
Il primo riguarda le interpretazioni della storia italiana, con l'addentellato di uso pubblico e di didattica della storia, dal Risorgimento al fascismo, con l'assoluta centralità della Resistenza e dell'interpretazione della guerra civile del 1943-45. Qui l'obiettivo è colpire il tratto emancipativo della storia italiana che culmina con la nascita della Repubblica e della Costituzione, procedendo da un lato a demolire momenti rivoluzionari e figure moralizzatrici, da Garibaldi alle sinistre del Cln, e dall'altro a rivalutare quelle conservatrici, dalle insorgenze antigiacobine in poi.

 

Inevitabile dunque il risultato di una sostanziale apologia del fascismo e/o di aspetti di esso che, a partire dall'affaire De Felice, ha inteso ridefinire il giudizio sul ventennio per rilegittimarne gli eredi politici e viceversa delegittimare l'Italia sorta dalla lotta di Liberazione e dalla cultura della Costituente, per far passare l'idea che il fascismo fosse l'autentica autobiografia della nazione di cui essere fieri e che i suoi critici fossero anti-italiani moralisti fanatici della Rivoluzione giacobina e bolscevica, se non pluto-giudaico-massonica.

 

Senza entrare nel complottismo paranoide della contro storia e sorvolando sulla più complessa ripulsa ufficiale dell’antisemitismo in nome di una sbandierata amicizia con lo stato di Israele, si può notare come mito del bravo italiano e banalizzazione del concetto di «zona grigia», ambiguamente usato in senso ideologico all'interno di una generale sensibilità post-totalitaria, siano serviti per assolvere e deresponsabilizzare tutti e trasformare in virtù l'insopportabile opportunismo e l'immaturità politica di un paese arretrato.

 

Il secondo percorso investe il senso di appartenenza religiosa e mostra come il riferimento imprescindibile al cattolicesimo in quanto fondamento delle radici culturali dell'Italia e dell'Europa si faccia tratto identitario e culturale naturalizzato, ben inteso obliterando i tratti solidaristici di un'etica religiosa ben radicata e in ipocrita sovrapposizione all'uso politico dell'immaginario erotico che tanto peso ha nelle squallide vicende patrie.

 

Anche in questo caso il fattore tradizionale e conformista è decisivo: il riferimento ai valori del cattolicesimo, come tratto costitutivo dell'italianità, è stato un fattore decisivo di costruzione del consenso in una versione rinnovata della triade Dio-patria-famiglia; ugualmente è il banco di prova su cui una convergenza di potere, un tempo incarnato dalla Democrazia Cristiana, ha potuto produrre legislazione su famiglia, sessualità, ricerca scientifica, procreazione assistita, accompagnamento al fine vita. Ancora una volta non è casuale che su questo terreno si possa misurare la fragilità dei governi di centro-sinistra e delle successive alleanze nell'area progressista in relazione al ruolo dei cattolici all'interno di esse.

 

Queste le linee principali di quella che Turi definisce la «piattaforma di una cultura reazionaria che si serve della storia per affrontare i problemi dell'attualità»: il caso della polemica politica sui manuali scolastici di storia e le vicende giuridiche che accompagnano il dibattito sull'esposizione del Crocefisso nei luoghi pubblici sono esemplarmente seguiti fino a mostrarne gli interessi strategici in gioco. Un merito enorme del libro consiste proprio nel fornire una essenziale mappa culturale per capire quali realtà e quali soggetti – collaboratori, editori e centri di ricerca pubblici e privati – abbiano dato vita a un vero progetto di «espansione e di occupazione di spazi culturali e politici» che ha trovato il suo momento più forte tra il 2001 e il 2006 per la costruzione di una sedicente «cultura nazionale cattolica, liberale e riformista» per la sconfitta della presunta egemonia culturale della «“sinistra comunista e marxista”».

 

 

Tanto grossolano quanto adeguato alle capacità critiche e alle esigenze intellettuali dei suoi destinatari, questo progetto di influenza ha effettivamente imposto, grazie anche agli imponenti mezzi di comunicazione e all'ampiezza dei suoi diffusori, una doxa revisionista dominante, su cui le ragioni della ricerca storica non potranno mai avere ragione. Valga per tutti il caso di Storia in rete, a cui è dedicato un intero capitolo finale. Impossibile restituire qui una sintesi di ambienti e interessi estremamente variegati, dai liberali più atlantisti fino al tradizionalismo cattolico reazionario, ma sarà interessante vedere chi farà cosa e con chi nei prossimi anni.

 

Il nuovo discorso delle destre governative italiane è riuscito a imporsi come omogeneo nella misura in cui esse, intorno alla triade famiglia-proprietà-identità, si sono rappresentate, imposte e affermate come mentalità, insieme di valori e comune sentire: il processo, riuscito a livello culturale, ha permesso che realtà e obiettivi politici anche molto differenti (come quelli di An e della Lega Nord) potessero essere comuni. La cultura che la destra si è data è  «un'ideologia che per il suo eclettismo può aspirare a un consenso che va al di là delle forze politiche che la riconoscono e la sostengono».
Quale che sia la sorte di Berlusconi, qualunque cosa succederà nel regolamento di conti tra governisti e lealisti, come si comporteranno in vista delle elezioni i vari ex-alleati del grande circo centrodestra: l'Italia mostruosa e sfigurata che hanno forgiato è realtà, reali le macerie che hanno prodotto in vent’anni.

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