I corpi dei Capi

19 Settembre 2011

Una delle fotografie che più mi avevano impressionato mentre visionavo gli scatti realizzati dai fotografi ufficiali di Silvio Berlusconi, per scrivere Il corpo del Capo, era un’istantanea realizzata da Alex Majoli. Il Presidente del Consiglio vi appariva in piedi davanti a un pesante tendaggio di color chiaro. Lo sguardo spento, la bocca chiusa, le braccia dietro la schiena. Una posa che sembrava smentire tutta la politica del sorriso, dell’ottimismo, della solarità tipica dell’imprenditore televisivo, prima, e dell’uomo politico, poi. Emergeva dall’immagine qualcosa di lugubre e di funereo che probabilmente stava acquattato da sempre dietro la facciata – la faccia – di Silvio Berlusconi. La pulsione di morte che la pulsione di vita trascina inevitabilmente con sé, e che di solito è occultata dietro la baldanza e l’ottimismo.

 

Era il 2008. Quella foto, che contraddiceva tutta la politica dell’immagine sin lì condotta dal padrone di Mediaset, dal leader di Forza Italia, dall’uomo di Stato, mi metteva a contatto in modo inequivocabile con una questione che nel libro sulle fotografie del Capo avevo continuamente sfiorato: la morte. Nelle pagine conclusive del saggio ritornavo a un testo di Maurice Blanchot, il saggista e scrittore francese, dedicato ai due regimi dell’immagine, letto anni prima e che mi aveva sempre colpito, e interrogato. Un testo vertiginoso, poiché metteva in campo il fatto che, non solo la fotografia, ma la nostra medesima immagine è strettamente legata alla morte. Solo nella morte, scriveva Blanchot, il defunto comincia a rassomigliare a se stesso: “il cadavere è la propria immagine”. L’immagine riceverebbe la sua sanzione di verità nel momento della morte.