Cornelius Castoriadis e il Maggio 68

Il ‘Maggio 68’, la catena esplosiva di avvenimenti che assurgeranno a evento-simbolo di tutto il Sessantotto europeo, “scoppia” prima di maggio. Esattamente, il 22 marzo di cinquant’anni fa, con l’occupazione e la costituzione di un comitato d’azione e di agitazione permanente all’Università di Nanterre, ad opera principalmente degli studenti di sociologia. Al nucleo originario, libertario e anarchico, guidato da Daniel Cohn-Bendit, che diventerà leader e “star” di tutto il movimento fino a maggio, si assoceranno presto gruppuscoli di orientamento situazionista, trotzkista, maoista. Lo sgombero forzato di Nanterre è la scintilla che fa incendiare e innescare la rivolta nelle altre università, a cominciare dalla Sorbona, con scontri, sassaiole, barricate, manifestazioni, sfilata sui Campi Elisi, per tutta la prima metà di maggio, mentre nella seconda metà del mese la protesta contagerà le fabbriche e gli strati operai meno integrati, costringendo anche i sindacati e i partiti ufficiali di sinistra a passare dalla diffidenza al sostegno aperto al movimento studentesco e allo sforzo di canalizzare sui binari rivendicativi gli scioperi.

 

A distanza di dodici anni da quegli eventi, il 27 febbraio 1980, si ritrovano, in Belgio, allo stesso tavolo di un convegno, dedicato al tema: “Lotta contro il nucleare, ecologia e politica”, Daniel Cohn-Bendit e Cornelius Castoriadis. Cohn-Bendit non può trattenere l’emozione di essere per la prima volta vicino al vecchio animatore della rivista e del gruppo militante di Socialisme ou Barbarie, i cui scritti lo avevano ispirato durante il Sessantotto e all’avvio della sua carriera politica, alla fine degli anni settanta, in Germania, paese di origine, dove Cohn-Bendit soggiorna, dopo che il 21 maggio 1968 il governo francese lo espelle cinicamente dal territorio nazionale francese. “Dany il Rosso”, come era soprannominato nei giorni del Maggio 68, confessa “di trovarsi nella condizione di un marxista che, dopo aver letto per anni Marx, improvvisamente gli capita di dover discutere con Marx” (C. Castoriadis, D. Cohn-Bendit, De l’écologie à l’autonomie, Le Bord de l’Eau, 2014). 

 

 

Sono passati venti anni dalla morte di Castoriadis e possiamo ricordare questa figura chiave della cultura francese del Novecento, che molto ha ancora da dirci, proprio attraverso il suo rapporto con l’irruzione eclatante del Maggio 68, con questo singolare kairós nella scena della storia recente, e il modo in cui la crisi, che quell’evento provoca, lo sollecitano a intervenire, ad analizzare “a caldo” gli eventi, a valutarne la portata politica, all’insegna di un temperamento intellettuale che ha sempre intrecciato “teoria” e “prassi”. L’ex fondatore e militante del gruppo di SoB, che ha chiuso i battenti l’anno prima, nel 1967, il quale da anni però ha coltivato e sviluppato, con altri compagni di quell’avventura, l’idea di una trasformazione rivoluzionaria che non ricalchi più lo schema leninista dei rivoluzionari di professione all’assalto del Palazzo d’Inverno, con i suoi inevitabili cortocircuiti totalitari; l’alto funzionario e capo di divisione dell’Ocse, che, da lì a un paio di anni, avrebbe dismesso i panni dell’economista per dedicarsi alla professione di psicanalista, prima in linea con Lacan, poi in rotta di collisione sempre più aspra col suo maestro, appoggia ora con entusiasmo il movimento studentesco e giovanile di maggio. Intende esplicitarne e rinforzarne le ragioni e i tratti originali e si preoccupa di come evitarne il riassorbimento da parte dell’establishment e degli apparati burocratici statali, mediatici, sindacali, partitici.

 

Chiama a raccolta una decina di ex compagni di SoB, nel suo appartamento al centro di Parigi, dove vive con la nuova compagna italiana e psicanalista Piera Aulagnier, e redige un testo con le sue analisi e raccomandazioni che firma con lo pseudonimo di Jean-Marc Coudray (il fatto di non avere ancora la cittadinanza francese, da greco immigrato in Francia dal 1945, gli impone quest’atto di prudenza), che dal 20 maggio comincia a circolare nelle università occupate. Per Castoriadis, “Maggio 68 apre un nuovo periodo della storia universale”, perché non è rivendicativo come i momenti rivoluzionari del passato che lo hanno preceduto, dalla Comune di Parigi alla rivolta ungherese del 1956, ma la sua critica della società è radicale e sistemica. Gli studenti e i giovani contestano la gerarchia, a cominciare dal settore scolastico e universitario, il monopolio dell’informazione detenuto dai centri di potere, la distinzione tra lavoro manuale e intellettuale, rivendicano l’autogestione, mettono in discussione la civiltà tecnica e burocratica e la società dei consumi, confermando l’analisi di SoB secondo la quale la linea principale di divisione della società moderna non è più quella che separa proprietari e lavoratori, ma quella che separa dirigenti ed esecutori.

 

Maggio 68 conferma anche l’avvento di una nuova forza sociale motrice, che catalizza le istanze del cambiamento e rilancia il progetto rivoluzionario, al posto del proletariato che ha ormai ha esaurito questa funzione storica e che questa volta si rivela la retroguardia e non l’avanguardia della rivolta. È la forza dei giovani e dell’intellighenzia presenti nel mondo dell’educazione e dell’industria culturale, che contestano l’autorità e il potere e che si rifiutano giustamente di offrire un’anticipazione illusoria e non democratica della società futura. Cionondimeno, Castoriadis vede positivamente il ricongiungimento al movimento degli operai e dei gruppuscoli di estrema sinistra, anche se teme la maggiore assuefazione al sistema dei primi, in verità attratti nel subcosciente dalle sirene della società del benessere, e la sclerotizzazione ideologica che i secondi possono inocularvi. A maggior ragione, a suo avviso, allora, i dilemmi esaltati dal movimento tra azione e riflessione, spontaneità e organizzazione, immaginazione e pianificazione razionale, vanno sciolti con la creazione di una nuova organizzazione rivoluzionaria antigerarchica, fondata sulla democrazia diretta, di cui egli indica a titolo di suggerimento forme d’azione, di comunicazione interna, di strutturazione, di allargamento oltre i focolai universitari. 

 

 

Ampliato con una seconda parte, il testo è pubblicato nell’estate del 1968, in un volume collettaneo, con le analisi di Edgar Morin e Claude Lefort (Mai 68: La Brèche, Fayard, poi ristampato con nuovi scritti degli stessi autori nell’anniversario del 1988), che presentano convergenze sostanziali con quelle di Castoriadis, ma anche divergenze. Lefort, per esempio, vede nella proposta organizzativa di Castoriadis uno snaturamento del nuovo stile militante rivoluzionario espresso dal movimento, mentre Morin rimprovera al movimento di essere troppo libertario o troppo attaccato alla retorica marxista e poco liberale (gli interventi di Morin di quell’anno, integrati con quelli del 1978 e del 1986, stanno per essere pubblicati, in Italia, da Raffaello Cortina Editore di Milano). Anche se l’incendio si è ormai spento a fine maggio, con il rappel à l’ordre del Presidente De Gaulle e il ritorno alla normalità delle prime settimane di giugno culminato nella vittoria politica gollista alle elezioni per l’Assemblea Nazionale del 30 giugno, Castoriadis, nelle sue considerazioni conclusive, non parla del 68 nei termini di una rivoluzione fallita, ma di una “rivoluzione anticipata” e affida ancora le sue speranze al nuovo potenziale vettore di cambiamento, emerso in quel mese, rappresentato da giovani, studenti, educatori, addetti all’industria culturale. 

 

Diciotto anni dopo, nel 1986, in un lungo articolo scritto per la rivista Pouvoirs, anche se la “rivoluzione” giovanile contro la burocrazia e la gerarchia non ha avuto lo sbocco creativo e rigenerativo sperato, sul piano politico-istituzionale, Castoriadis difenderà Maggio 68 e, più in generale, i movimenti sociali e giovanili degli anni sessanta, da coloro che, con le loro interpretazioni posteriori, finiscono per stravolgere, o addirittura rovesciare, il senso di quegli avvenimenti, mettendone in discussione la portata culturale innovatrice. Castoriadis non è d’accordo con quanti come Régis Debray, Jacques Lacan, Gilles Lypovetsky, vedono negli studenti e nei giovani di maggio le truppe di achei che trascinano nella società, che vorrebbero espugnare, il cavallo di Troia del definitivo trionfo della “ragione produttivista” o del “discorso del capitalista” sul godimento illimitato, alla base dell’ideologia consumista, o dell’“individualismo contemporaneo” con la sua inequivocabile cifra edonistica (interpretazioni che trovano il loro pendant, in Italia, nelle invettive di Pasolini). Né è d’accordo con Luc Ferry e Alain Renaut che, in un libro uscito l’anno prima, associano il “pensiero 68” al successo negli anni seguenti dello strutturalismo, che, secondo Castoriadis, con la sua costellazione ideologica e teorica di “morti” (del soggetto, dell’uomo, del senso, della storia) è da spiegare piuttosto con lo scacco del movimento, il quale, per converso, ha rappresentato un risveglio della fiducia nelle possibilità inventive umane.

 

I movimenti degli anni sessanta hanno espresso forme di fraternizzazione, un desiderio di risocializzazione, la critica dell’ordine burocratico-capitalista, il rifiuto dell’autoritarismo, attraverso la concezione di nuovi rapporti tra i sessi, tra genitori e figli, tra insegnanti e allievi, con le minoranze razziali, per aprire il varco a nuove libertà, nuovi diritti, nuove garanzie, nuove mentalità, che altrimenti non avrebbero sedimentato. Pertanto, secondo Castoriadis, i movimenti degli anni sessanta e, a valle, il Maggio 68, hanno interrotto, seppure provvisoriamente, ma non senza effetti, il processo biunivoco di burocratizzazione sociale e di privatizzazione e apatia politica degli individui, in cui si avvitano le società occidentali dopo la guerra, lungo una deriva che trasforma le democrazie in “oligarchie liberali” e impronta gli atteggiamenti diffusi a un “conformismo generalizzato”, che diventano il principale bersaglio polemico di Castoriadis negli ultimi anni della sua produzione intellettuale. La dissoluzione di quei movimenti segna, quindi, “l’inizio della nuova fase di regressione della vita politica nelle società occidentali” e se, quell’anno, come disse Jacques Signorelli, compagno di avventura del filosofo greco-francese nel gruppo di SoB, sin dagli esordi, la vita ebbe un nuovo colore, è perché Maggio 68 è l’ultimo di quei sussulti della storia e dello spirito creativo e istituente, dopo il 1789, il 1848, il 1871, il 1917, “il cui senso è stato il tentativo di far accadere altre possibilità dell’esistenza umana”. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO