I nostri corpi non arriveranno nel futuro. È l’unica cosa certa che sappiamo: questo momentaneo aggregato di cellule che rappresenta il nostro corpo ha una durata limitata nel tempo e un giorno si disgregherà. Il corpo ha sempre un presente, che lo rende vivo in quest’attimo. Ha sempre anche un passato, che lo segna e modella. Ma non un futuro: il futuro appartiene soltanto alla nostra mente, che può proiettarsi in avanti e cercare di immaginarselo. Non appartiene viceversa all’involucro che la contiene, sospeso tra la memoria della sua forma passata e la sua unica consistenza possibile: quella presente. 

 

Il futuro del corpo è dunque un paradosso ancora più complesso di quello che lega la nostra coscienza al tempo che ancora non c’è. E questo paradosso si eleva al quadrato nel momento in cui dalla nozione di corpo individuale si passa a quella di corpo umano, come forma organica che caratterizza collettivamente una specie. Se è vero che viviamo in un’epoca oscurata dalla minaccia di autodistruzione della nostra specie, per un peccato di hybris che prima aveva il volto del disastro nucleare, adesso quello del disastro ecologico, come potremmo arrivare a concepire la scomparsa un giorno di tutti i corpi umani? La loro riduzione a un’immagine, un mito favoloso o un pezzetto di osso che dovrebbe permettere di ricostruirne l’interezza perduta? 

 

Al di là delle ricorrenti ondate apocalittiche che da sempre hanno attraversato la nostra storia e la nostra cultura, mi sembra che due momenti fatidici dell’epoca moderna abbiano offuscato per sempre il rapporto tra il futuro e il corpo umano. Il primo è quando quello scienziato barbuto che se n’era andato a girovagare nelle isole Galapagos ha iniziato a parlare di scimmie. Mentre le scoperte di gigantesche ossa di dinosauro cominciavano a far tremare i polsi dei buoni borghesi: perché se intere specie erano scomparse dalla faccia della terra, come fino allora nessuno aveva immaginato, chi avrebbe potuto garantire che la nostra sarebbe stata immune dallo stesso rischio, in qualche momento imprecisato ma forse non lontano del futuro? Senza parlare del fatto che tali scoperte dilatavano talmente il tempo della terra, abbreviando al contrario l’intervallo in cui la forma umana era esistita, da farci credere che anche il nostro futuro avrebbe potuto ridursi in modo proporzionale.

 

Il secondo è quando abbiamo iniziato a viaggiare nello spazio. Perché quella celeberrima immagine del pianeta azzurro visto dallo spazio era bellissima. Ma anche terribilmente deserta. Non solo l’essere umano da quella distanza non si vedeva. Ma autoespellendosi dal suo ambiente, si era lanciato fuori dai confini della sua incarnazione terrestre, fatta di peso e gravità. Del suo corpo era rimasta un’impacciata caricatura dentro uno scafandro, che nessuno avrebbe potuto giurare fosse davvero pieno. Senza più essere soggetto alla forza di gravità, il corpo umano dimostrava di poter levitare in una sorta di sovrannaturale leggerezza. Ma prendeva anche il largo, con il rischio di perdersi ai confini dell’universo.

 

Del resto, quando gli scrittori vogliono farci percepire la miserabile insignificanza dell’essere umano rispetto a ciò che lo circonda, cosa fanno? Prendono il globo tra le mani e lo buttano nelle loro pagine come fosse una pallina di pongo: se si vede il globo, non si vedono più i corpi che lo abitano; se si vedono i corpi, non si vede più il globo. Che strano destino d’ignoranza e cecità. Il mondo si scorpora di forme umane, se lo sguardo sale così in alto da trasformarlo in un “oscuro granel di sabbia, che di terra ha nome”, come lo definisce Giacomo Leopardi. Mentre Italo Svevo, prima ci spinge a immaginare il futuro di una terra in cui “ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo”, come se inzeppandola di corpi ne prefigurasse la cancellazione; poi la fa esplodere e vagare finalmente vuota, dopo aver cancellato a sua volta tutti i possibili corpi che l’appesantivano: “la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”. Facendo coincidere questi ultimi con la nostra quintessenza carnale.

 

Perché i parassiti e le malattie sono i veri, paradossali segni di vita dei corpi. Il loro futuro: siamo vivi perché ci ammaleremo, prima o poi. E perché milioni di microrganismi, potenzialmente capaci di distruggerci, vivono dentro di noi. Finché non si prenderanno cura di disperdere la nostra carne, lasciando spazio ai futuri corpi umani che ci rimpiazzeranno sulla crosta terrestre. Il senso del futuro deve per forza mancare ai corpi che vivono nel presente, poiché tutti saranno obbligati prima o poi a cancellarsi, per fare spazio a quelli che verranno dopo di loro. La questione dello spazio è vitale, in senso proprio. Dato che siamo vivi e incarnati, occupiamo uno spazio. Il terrore del corpo in decomposizione, il cui spazio si riduce infine a un mucchietto di polvere, va a braccetto con quello di una sua conservazione infinita: dobbiamo liberare la terra dai nostri corpi, per garantirle un futuro. 

 

Perfino la moltiplicazione delle loro immagini filmiche e fotografiche sembra soffocarla. Il futuro immaginato da Svevo fa quasi tenerezza, in confronto: lui pensava alla distopia di ogni metro quadrato di terra occupato da un corpo umano. Noi dovremmo pensare a una distopia ancora peggiore, quella in cui ogni mezzo metro quadrato sarà occupato da un corpo umano e l’altro mezzo dal suo selfie.

 

Opera di Christiane Spangsberg.


La massiccia riproduzione del corpo in forma d’immagine, alla quale abbiamo assistito negli ultimi decenni grazie alla proliferazione di tecnologie sempre più portatili, sarà pure virtuale e senza peso, ma occupa uno spazio mentale e collettivo enorme. Soprattutto, tenta di occupare il futuro. Si fotografa il corpo con l’idea che ne rimanga traccia. Ma tutte queste tracce, una volta che saranno staccate in modo definitivo dai corpi ai quali appartenevano, cosa diventeranno? Un esercito di fantasmi che assedia il futuro? Un reggimento di spettri che danza intorno alla pallina di pongo, per rivendicare la sua vita eterna?

 

Non sappiamo quale forma il corpo umano prenderà nel futuro. Quale rapporto instaurerà con gli altri corpi animali, per esempio, con il loro diritto a uno spazio che spesso abbiamo preteso di accaparrarci. Con il ciclo industriale della mattanza dei loro corpi: essere un corpo e mangiarne degli altri pare sia una legge di natura. Ma nel contempo è sicuramente il prodotto di una cultura in cui il mangiare carne sta diventando un rito sempre più perverso. Se nel futuro la terra continuerà a rattrappirsi ai nostri occhi, come ha iniziato a fare da quando l’attraversiamo vorticosamente in lungo e in largo, anche il futuro dei corpi che occupano quello spazio limitato e sempre più ristretto si accartoccerà intorno a una livida scena di cannibalismo.

 

L’incertezza sulla trasformazione collettiva dei nostri corpi proietta in scala cosmica un’altra incertezza ben radicata invece su scala individuale: non solo se il nostro corpo ci sarà ancora tra un’ora, un minuto. Ma come sarà. Rimaniamo a bocca aperta davanti alle trasformazioni cromatiche dei camaleonti, facendo finta che riguardino solo quei singolari animaletti. Ma non c’è un solo momento della nostra vita in cui il nostro corpo non si trovi immerso in un grandioso e talvolta pauroso processo metamorfico. Tra crescita, invecchiamento, ferite, sesso, abbronzatura. Lewis Carroll aveva ragione a far precipitare la sua Alice in un mondo dove il corpo di una bambina di sette anni si allungava o rimpiccioliva in maniera fantastica: perché questo è il nostro mondo reale. Questo fa parte dell’esperienza di ciascuno di noi, che non ha altra scelta per vivere che affidarsi agli sconosciuti cambiamenti futuri del suo fragile corpo.

 

Cambiamenti esterni e cambiamenti interni. Quella del nostro corpo interno è ancora un’altra storia. Non meno interessante. Se quando si insegna la letteratura dobbiamo far capire che esiste un prima e un dopo fondamentali nella sua definizione: prima tutti i testi che circolavano in pubblico erano manoscritti, poi diventano testi stampati. Così dovremmo fare anche per la storia della percezione del nostro corpo: prima il suo interno era inaccessibile alla visione e alla luce, poi diventa un corpo trasparente. Inizialmente grazie all’anatomia, poi in modo sempre più sofisticato attraverso le radiografie, le ecografie, le risonanze magnetiche. Senza più bisogno di aprirlo, è diventato un libro leggibile su un supporto tecnologico, come fosse un e-book. Il testo apparentemente resta sempre lo stesso, ma in realtà fabbrica un nuovo sguardo sul suo presente e sul suo futuro.

 

L’immagine della mano di Bertha Röntgen, radiografata nel 1895 dal marito fisico Wilhelm Conrad Röntgen, aveva messo sottosopra l’Europa. Non solo perché per la prima volta l’occhio accedeva all’interno di un corpo vivo, rompendo il tabù della vista legata all’apertura fisica di un corpo, che per poter essere scrutato nel buio delle sue viscere doveva essere già oltre la vita stessa; ma anche perché quell’immagine interna della mano, che faceva parte del corpo di una donna viva, conteneva già la sua immagine da morta. Il suo corpo presente racchiudeva quello futuro. E lo esibiva, facendolo uscire allo scoperto. Aperto e chiuso, vita e morte si ritrovavano all’improvviso riuniti in quella rivoluzione dell’immagine del corpo umano che avrebbe segnato il nostro futuro.

 

I corpi delle generazioni attuali si ribellano al concetto di binarismo, che sembra averci crocifissi per molto tempo agli antipodi del bianco e nero. Ma non bisogna dimenticare, nella furia dell’uscita da un certo paradigma, che il binarismo è una finzione spesso utile. Possiamo dire che sia il più delle volte falso, ma non confutare la sua efficacia in alcuni nostri meccanismi di riflessione. Così la mano duale di Bertha Röntgen (aperta e chiusa, viva e morta) non smette di far fiorire dal suo fantasmatico realismo altri dualismi piuttosto straordinari: quello tra individuale e collettivo, per esempio, spingendoci a chiederci se quella mano sia davvero di Bertha o nostra, cioè di un qualunque essere umano. Tra il fragile e il resiliente, nella stupefacente dinamica tra la morbidezza effimera della pelle e la durezza più persistente delle ossa, su cui la radiografia richiama la nostra attenzione. Tra il reale e il metaforico, per quanto il corpo umano è stato tante volte utilizzato come strumento metaforico per cercare di capire il mondo, la natura, la società e la politica. Tra docile e ribelle, pesante e leggero, offeso e adorato, violato e amato.

 

Ci sono corpi che esibiscono la loro forza e altri che non possono nascondere la loro debolezza. Gli ultracorpi delle superstar sportive, per esempio, che disseminano ovunque la loro immagine d’invincibili giganti immersi nel lusso più sfrenato, sono il futuro dell’umanità? O l’ultima, aggressiva invenzione per nascondere i loro doppi inguardabili, i corpi malnutriti del resto del mondo? I tatuaggi che ricoprono quasi interamente quei corpi muscolosi come corazze guerriere, secondo una moda globale che fino a pochi anni fa non esisteva, potranno nascondere il dato fondamentale che unisce il corpo al futuro? Vale a dire il suo essere sempre e comunque inerme: senza armi per affrontare ciò che verrà. 

 

Il corpo si incammina sempre nudo verso il futuro, come appena caduto dall’Eden. Perfino nel momento di toccare il futuro con una mano – la mano di Bertha mezza viva e mezza morta – lo scafandro che barcollava sulla luna ha lasciato un’orma bambinesca. Come fosse il piede nudo del Gesù bambino esibito nelle pitture antiche, secondo un codice visuale che ne faceva il segno più evidente della sua natura umana. Il piede che la madonna tocca, per significarci che è un corpo vero. Un corpo mortale, quindi senza futuro su questa terra, come tutti gli altri. 

 

Abbiamo chiesto ai nostri collaboratori di scegliere un concetto, un'idea, e di pensarlo in relazione al futuro: dove stiamo andando? Un dizionario per orientarci: "Non è questione di tornare al passato; piuttosto, si tratta di permettere al passato, ancora una volta, di trovare la sua strada nel futuro. Perché la vita sulla terra vada avanti e prosperi abbiamo bisogno di imparare a frequentare il mondo con attenzione, rispondendogli con sensibilità e giudizio" (Tim Ingold, Corrispondenze). Qui tutti i pezzi.

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Opera di Christiane Spangsberg.