Cultura di destra di Furio Jesi

Il nome di Furio Jesi a quasi quarant'anni dalla scomparsa è sempre più spesso citato, non solo tra addetti ai lavori ma anche nelle pagine culturali e in molti ragionamenti diffusi. Un fatto dovuto al crescente interesse per la sua opera, tanto in forza di uno stile affascinante e al suo prezioso strumentario concettuale – penso alla “macchina mitologica” – quanto in relazione al bisogno di comprensione suscitato dall'affermazione globale di una stagione politica e culturale conservatrice, reazionaria, autoritaria, neo o post-fascista.

 

Questo è un ulteriore buon motivo dunque per rileggere Cultura di destra, uno dei libri più noti dello studioso di miti e germanista, pubblicato nel 1979 e ristampato più volte (è del 2011 la nuova edizione curata da Andrea Cavalletti con alcuni inediti), capace di suscitare, oggi come allora, grande interesse e dure polemiche, va detto quasi sempre disoneste dal punto di vista intellettuale. 

 

Generata nell'alveo di Mann, Cassirer e Kerényi e nel clima della nuova sinistra intellettuale degli anni Settanta, la riflessione di Jesi è focalizzata sul rapporto tra letteratura, storiografia e politica tra Ottocento e Novecento e si concentra sulla cultura di destra come stile antropologico, fatto linguistico e mondo mentale. La cultura di destra è quella cultura caratterizzata da un particolare rapporto con il passato che si pone come fondamento e legittimazione del presente e di un futuro, con un elevato tasso di «qualità ideologica» e di «tecnicizzazione», ovvero quella «manipolazione di materiali mitologici» che strumentalizza determinate immagini rendendole mitiche e trasformandole in strumenti di mobilitazione e azione. Come scrive Jesi è «la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari […]. Una cultura insomma fatta di autorità e sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire».

 

Jesi individua nell'opera di Oswald Spengler (Anni decisivi, 1934) la concezione del passato come «retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue» comunicabile da un linguaggio fatto di «idee senza parole»; un linguaggio mitologico capace di esprimere la forma verbale dell’azione, gestuale e rituale, «fatto di parole spiritualizzate» e tipico della destra reazionaria, fascista e neofascista: parole che si scrivono con la lettera maiuscola – Tradizione, Terra, Sangue, Razza, Origine... – che esprimono un lusso spirituale e sono parole-simbolo forti «del presunto retaggio di verità esoteriche».

Per Jesi il patrimonio ideologico dell’aristocrazia reazionaria di fine Ottocento viene fatto proprio dalle società moderne, le idee-forza elaborate dalle élite liberali “assediate” dalla società di massa sono diventate il programma nazionalista della piccola borghesia e sono state incorporate dai movimenti autoritari e dai fascismi novecenteschi. L’ossessione per l’originario, il vitalismo e il primigenio appartengono a una stessa religione della morte che Jesi ritrova nella mistica dei movimenti rivoluzionar-conservatori tedesco, spagnolo e rumeno, italiano: realtà che sono anche forme di religione secolare, di teologia politica e di metafisica dell'identità razziale.

 

In Cultura di destra si trova dunque un'ampia ricognizione di una stessa matrice culturale e delle sue specifiche declinazioni e differenze, nel quale trovano spazio le culture politiche mainstream capaci di farsi regime ma anche il fondale esoterico e occultista delle SS e del neonazismo o le ossessioni primitiviste dell'antisemitismo romeno; con una forte attenzione alla radici culturali e al ruolo degli intellettuali Jesi mostra anche come l’interesse ideologico per il sacro caratterizzi la moderna scienza della religione da Frobenius a Eliade. Prima ancora di qualsiasi discorso sulla loro politica, si tratta di prospettive teoriche in cui vibra la nostalgia di un (inesistente) mondo arcaico, idealizzato, precedente la “decadenza giudaico-cristiana” che avrebbe aperto la strada alla modernità degradata e corrotta.

 

 

Al fascismo italiano – con un'indagine per l'epoca pionieristica – viene riconosciuto un preciso profilo culturale e ideologico, in cui il regime appare incapace di realizzare pienamente un'autentica mitologia autonoma. Jesi sottolinea la fragilità culturale della società italiana, la cui borghesia giudica imparagonabile a quella mitteleuropea, e traccia un disegno impietoso della destra nazionale che si riconosceva (e si riconosce) in figure di “sapienti” come Evola, divulgatore di una visione del mondo razzista e sovrannaturale. Una visione idonea per essere punto di riferimento in una area fortemente bisognosa di maestri e di prestigio, al punto da fare di Evola un vero e proprio idolo per l’editoria neofascista (e da tempo anche leghista, sovranista, “eretica”, “dissidente” etc) e venerato sacerdote di una mistica dell'Occidente bianco (e della violenza) che ha portato molti militanti della destra radicale a farsi terroristi. Jesi legge la dimensione esoterica del «neofascismo sacro» sullo sfondo della stagione delle stragi e della strategia della tensione; e se da un lato ne ridimensiona lo spessore intellettuale dall'altro ne riconosce la grande influenza sulle destre radicali, intuendo l'importanza che quell'eredità avrebbe assunto (si pensi alla destra euroasiatica di Dugin o quella post-moderna di Bannon che trovano in Evola un punto di riferimento).

 

Mi sembra che il dato più interessante e attuale sia l’impostazione antropologica e linguistica dell’analisi jesiana che amplia il concetto di cultura di destra e lo riferisce alla sfera della mitologia nella prassi politica: le parole-simbolo, indipendentemente dal contenuto apparente, sono reazionarie de facto, in quanto dotate di presa emozionale sull’individuo e capace di motivare l’adesione al gruppo di tipo sacrale-nazionale-fascista. Jesi scrive che «il linguaggio delle idee senza parole è una dominante di quanto oggi si stampa e si dice, e le sue accezioni stampate e parlate, in cui ricorrono appunto parole spiritualizzate tanto da poter essere veicolo di idee che esigono non-parole, si ritrovano anche nella cultura di chi non vuole essere di destra, dunque di chi dovrebbe ricorrere a parole così “materiali” da poter essere veicolo di idee che esigono parole». O più direttamente: «la maggior parte del patrimonio culturale [...] è residuo culturale di destra».

 

Radicate nelle retoriche romantiche e risorgimentali, le parole-simbolo della politica moderna sono specifiche di un modo antropologico di essere ‘di destra’, simili a bandiere capaci di una presa emozionale sull’individuo che disintegra la capacità di riflessione. Anche la cultura di sinistra celebrativa e «dinamitarda» quando utilizza le «idee senza parole» rientra dunque in una retorica del sublime che si trasforma in cultura di destra, monumentale e fondazionale. In questo modo la destra include una gran parte della sinistra ufficiale e l'intera questione della presunta “egemonia culturale” nella storia repubblicana italiana viene messa in discussione. Alla semplificazione della realtà operata da ogni linguaggio mitologico, sloganistico, dogmatico e populista, fatta di semplificazione, irrazionalità e immediatezza, Jesi oppone la complessità che implica distacco critico e continua messa in discussione di ciò che si presenta come naturale. In altri termini pensare 'a sinistra' implica una rivoluzione cognitiva che è prima di tutto capacità di decostruire e demistificare il sostrato ideologico del linguaggio e chiede di considerare in modo problematico la costruzione di punti di riferimento mitico-simbolici nelle politiche di una sinistra che voglia essere tale.

 

Imparentato con la controcultura degli anni Settanta, che ha trovato nella semiotica uno strumento di critica dell’ideologia, Cultura di destra è un libro ancora attuale per l’analisi dei fenomeni mitologici moderni che accomunano le logiche delle diverse destre, del razzismo, di ogni nazionalismo ma anche delle democrazie liberali a capitalismo avanzato, in stato di grave crisi di legittimità. 

Il linguaggio delle «idee senza parole» in Jesi, che sia quello di Carducci o quello di Liala (oggetti di specifiche analisi in Cultura di destra), è sempre «esoterico»: al netto delle significative differenze di contenuto e intensità, tale linguaggio ha un valore di distinzione e riconoscimento che rende simili gli stendardi risorgimentali, i gagliardetti fascisti e la stella a cinque punte delle BR, ma anche divise, stili di vita, mode, status symbol, brand, icone cinematografiche, televisive, influencer e stelle dei social. È un linguaggio che rinvia al surplus di significato generato nella sfera del mito e del simbolo ed è un codice di appartenenza che funziona tanto nei gruppi politici quanto nelle pratiche di costruzione delle identità connesse alla società di massa.

 

Tutto ciò che appare facile e non chiede di essere compreso – icone, stereotipi, frasi fatte, locuzioni ricorrenti, slogan, ammiccamenti – arricchisce i significanti di un discorso in termini identitari grazie alla «circolazione chiusa del segreto, che il parlante ha in comune con gli ascoltatori, che tutti i partecipanti all’assemblea o al collettivo hanno in comune». L’«ideologia coincide dunque con il meccanismo linguistico delle idee senza parole»: in questo senso ogni mito politico, che in quanto tale è dotato di aura e non può essere messo in discussione, è di destra nella misura in cui ha radici nella capacità performativa e mobilitante della «macchina mitologica», il dispositivo socio-culturale che istituisce e produce senso, appartenenza, identità ma che diventa un potente strumento di soft-power in mano a ogni forma di potere autoritario in relazione alla sua capacità di comunicazione.

La grande crescita del consenso che le destre hanno avuto negli ultimi anni nel quadro della crisi delle democrazie europee può essere dunque letto attraverso la lente dell'accentuata dimensione mitica della politica, che la macchina comunicativa e la sfera mediatica digitale hanno raffinato e potenziato oltremodo. 

 

Il pensiero di Jesi è ancora utile nel momento in cui ci mostra come il mito politico, nella sua relazione con la “macchina mitologica”, appaia dunque una scorciatoia cognitiva, capace di fornire orientamento facile a fronte della complessità di fenomeni di difficile comprensione e grande opacità come quelli del presente e di dare risposte mobilitanti e capaci di indurre a «credere di capire» e sollevare dalla fatica e dalle difficoltà dell'agire in modo politicamente razionale.

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