Fausto Coppi da Castellania

La geografia è memoria. Cercate su un atlante i luoghi che uniscono al toponimo il nome di un personaggio che in quel posto ci è nato o ci è vissuto. Arquà è Petrarca, Castagneto è Carducci e San Mauro è Pascoli.

Roncole è Verdi, Torre del Lago è Puccini. Sasso (ma anche Pontecchio) è Marconi, Grinzane è Cavour, Castelnuovo è Don Bosco e Sotto il Monte è Giovanni XXIII.

Dallo scorso 26 marzo 2019, per delibera del Consiglio regionale del Piemonte, Castellania è Coppi. Coppi non è un poeta, non è un pittore, non è un musicista né un inventore, un patriota, un papa, un santo. È “solo” Fausto Coppi da Castellania: tra il 1940 e il 1960, il più famoso corridore ciclista del mondo, il Campionissimo.

 

Castellania, uno dei più piccoli comuni delle colline tortonesi – una novantina di abitanti, frazione comprese –, è un borgo di rare case, aggrappate su costoni di argille «che il sole estivo dissemina di crepe e le piogge invernali ammollano in fango spesso e tenace». Così ha scritto Gianni Brera che di Coppi era amico: li univano le comuni umili origini – Fausto figlio di agricoltori di collina, Gianni figlio di un sarto di pianura – e l’orgoglio di aver conquistato l’eccellenza: volando nei velodromi e scalando le montagne in bicicletta l’uno, battendo i tasti di una Olivetti l’altro, per cantare le gesta e le imprese del primo. In più, erano “quasi gemelli”: il giornalista era nato una settimana prima di Coppi, l’8 settembre del 1919.

Gianni Brera è stato tra i primi a cantare la leggenda di Coppi. La vita di Fausto è già di per sé un romanzo: mettete in fila l’esordio vincente, ventenne, al Giro del 1940; il record dell’ora al Vigorelli nel 1942, poi la guerra e la prigionia in Africa, il ritorno a casa e alle corse, i grandi successi, le innumerevoli vittorie per distacco, ma anche l’infinita, esistenziale sfida con l’amico-rivale Gino Bartali, suo antagonista e suo complementare, con le rovinose débacles, i ripetuti infortuni, l’incapacità di accettare il proprio declino sportivo. Ma il romanzo diventa leggenda il 2 gennaio 1960.

 

 

Quel giorno Fausto Coppi da Castellania muore all’ospedale di Tortona a causa della malaria, contratta poche settimane prima in una tournée in Alto Volta, non riconosciuta dai medici e non curata. Un’imperdonabile leggerezza – sarebbe bastata una banale somministrazione di chinino per salvarlo – costa la vita, a soli quarant’anni, al Campionissimo. Ma come si spiega che a cento anni dalla sua nascita, e a quasi sessant’anni dalla sua morte, Fausto Coppi sia sempre considerato “il più grande”?

Sulla vita di Coppi sono state scritte milioni di pagine, la sua figura è stata riprodotta in mille ritratti, ma si ha la sensazione che intorno al suo nome e alla sua vicenda terrena continui ad agire un’inesauribile forza evocatrice, che la sua inafferrabile complessità umana non smetta di generare storie.

Proprio come le leggende, che appartengono a tutti, e tutti ne possiedono una propria versione; proprio come i miti, che dicono sempre di più di quel che raccontano.

 

Coppi è un mito novecentesco, multiforme e contraddittorio. Coppi, come un capolavoro cubista, è un profilo scomposto, fatto di linee spezzate, di sguardi moltiplicati, come i cento rapidi racconti che si leggono in Alfabeto Fausto Coppi e che la matita di Riccardo Guasco ha illustrato nelle 21 lettere, dalla A alla Z, “vestite” da Campionissimo: la fatica e il talento, la forza e la fragilità, l’avventura delle corse e il dolore dei lutti familiari – la morte in corsa del fratello Serse su tutti –, la celebrità, la ricchezza e lo scandalo privato e pubblico dell’adulterio con la Dama Bianca, fino alla tragica, assurda morte.

I miti, si sa, hanno bisogno di luoghi per essere coltivati, evocati, celebrati. Coppi è allora Stelvio e Pordoi, Alpe d’Huez e Izoard, Velodromo Vigorelli e Sanremo. Ma è soprattutto Castellania, Castellania Coppi.

In molti giorni dell’anno, ma in particolare ogni 2 gennaio, la strada per Castellania è una processione di resistenti alla memoria. Si sale dalla statale dei Giovi, all’incrocio con Villalvernia, e si percorre al contrario la strada che per Coppi ragazzino era diventata lavoro e allenamento, quando dalla collina andava a lavorare a Novi Ligure, garzone del salumiere Merlano. Oppure si arriva dalla valle Ossona, da Costa Vescovato, dove gli ultimi chilometri sono scanditi sull’asfalto da scritte sbiadite che mettono in fila l’incredibile palmarès del Campionissimo: cinque Giri d’Italia, due Tour de France – e due accoppiate, nel 1949 e nel 1952, come mai prima di lui nessuno –, un Campionato del mondo su strada, cinque Giri di Lombardia, tre Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, una Freccia Vallone, due Campionati del mondo di Inseguimento su pista…

 

 

Può capitare che il sole di gennaio regali una giornata tersa come il vetro, e allora Castellania diventa balcone sulla pianura e sulle Alpi, che si possono indicare a dito dal piazzale della chiesa: il Monviso, il Monte Bianco, il Monte Rosa. Oppure che tutto sia ovattato da una nebbia spessa, da cui ci si aspetta di veder sbucare lepri o svolazzi di fagiani, come sarebbe piaciuto al Fausto, appassionato cacciatore. Non sono neppure le fitte nevicate a fermare il 2 gennaio la composta devozione del pellegrinaggio.

Col passare degli anni sono sempre di meno i “ragazzi del dopoguerra” che ancora rabbrividiscono alla voce del radiocronista Mario Ferretti: «Un uomo solo al comando. La sua maglia è bianco-celeste. Il suo nome è Fausto Coppi». Ci sono però i loro figli, e i loro nipoti, e anche i figli dei nipoti, ai quali la leggenda di Fausto è arrivata, come in un’ideale staffetta generazionale, attraverso i racconti, i libri, le fotografie, le immagini in bianco e nero dei cinegiornali, gli sceneggiati televisivi, le canzoni, i fumetti...

Il Grande Airone abita ancora qui, nelle gigantografie appese nel cortile della casa natale, sulla cabina dell’elettricità, sotto i portici, sopra i muri del borgo, una “Recanati della bicicletta” da cui l’immortale poeta-ciclista spiccò il volo verso gli interminati spazi delle sue vittorie in bicicletta e i sovrumani silenzi delle sue fughe solitarie.

 

Questo testo è estratto da Gino Cervi, Giovanni Battistuzzi, ALFABETO FAUSTO COPPI, 99 storie e una canzone, con 21 disegni di Riccardo Guasco

prefazione di Adriano Sofri, Ediciclo Editore, 320 pagine, 28 euro

 

Gli autori

Gino Cervi scrive di sport ed è coppiano per linea materna. Ha scritto un libro di racconti per ragazzi, Storie a cinque cerchi, 2012, Milano nello sport, 2014.

Giovanni Battistuzzi è giornalista a “Il Foglio”, dove si occupa di sport e tiene un blog dal titolo Girodiruota, lo stesso del suo libro pubblicato nel 2014.

Riccardo Guasco, illustratore di fama internazionale, ha lavorato tra l’altro per il “New Yorker”, il “Los Angeles Magazine”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Gazzetta dello Sport”, Topipittori.

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