raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Gianni Bonina, Ammatula

Lo sapeva perfettamente la signora Ramsay di Gita al faro: tutto è effimero nella vita come un arcobaleno. Certo, impressiona che lo stesso tropo traslochi dalle labbra dell’incantevole personaggio della Woolf per alloggiarsi nel discorso del mafioso Gaspare Scaturro, un boss marchiato dal 41 bis, disilluso e malato, ormai sul limitare della vita. Stiamo parlando del nuovo romanzo di Gianni Bonina, Ammatula (Castelvecchi 2019), titolo che viene efficacemente chiarito ad apertura: nel carcere di Parma Scaturro riceve la visita di Carmine Andaloro, avvocato e parlamentare agrigentino un tempo suo difensore, e da questo tragico confronto si affaccia l’assunto camusiano dell’inutilità dell’agire, dell’inconcludenza di qualsiasi affanno. 

 

Un Sisifo in sedicesimi, il capomafia in questione, che discetta appunto degli arcobaleni di marzo: “L’arcobaleno porta il sole, che ammatula spunta perché poi piove di nuovo. E siccome a marzo, che è il mese più ballerino, continuamente smette e ricomincia a piovere, ecco che gli arcobaleni sono tanti e tutti tragediatori, perché sbagliano sempre: come noi due e altri che conosciamo”. Il lemma “tragediatore” ci segnala che siamo in circoscrizione sciasciana (vedi Kermesse, ad esempio) e non solo: si tratta infatti di una delle parole più amate e adoperate da Andrea Camilleri (un titolo su tutti, La strage dimenticata: “‘Tragediatore’ è, dalle parti nostre, quello che, in ogni occasione che gli càpita, seria o allegra che sia, si mette a fare teatro, adopera cioè toni e atteggiamenti più o meno marcati rispetto al livello del fatto in cui si trova ad essere personaggio [...]”). Questo, per dire della temperie letteraria che Gianni Bonina respira quotidianamente. 

 

“Ammatula” dunque: cioè inutilmente, invano. C’è chi sostiene che tale avverbio dialettale derivi da “matula”, nel medioevo il contenitore per le urine. Parlare “ammatula” potrebbe dunque significare (sembra quasi una delle etimologie fantasiose di Isidoro di Siviglia) rivolgersi al vaso da notte, interpellarlo, attendere da esso, inefficacemente, una risposta. 

Se Scaturro e Andaloro nella loro vita si sono comportati alla stregua degli arcobaleni marzolini, Anna, moglie del secondo e nello stesso tempo amante del primo, “è stata il sole d’agosto – sono sempre parole del boss – che noi due abbiamo oscurato”. Inutilmente. Anna che, studentessa universitaria, rimane incinta di Scaturro per sposare poi, in funzione riparatoria, un Carmine apparentemente troppo perbene ma altrettanto distratto. 

 

 

Una curiosità: questo schema rovescia l’impianto di un racconto proto-mafioso di Emanuele Navarro della Miraglia, ossia La Nana (Milano 1879, poi ristampato a cura di Leonardo Sciascia nel 1963 per i tipi di Cappelli), in cui una ragazza del popolo, Rosaria Passalacqua, viene sedotta da un galantuomo e poi accolta tra le proprie braccia e sposata dal giovane di mafia Rosolino Cacioppo. Nel romanzo di Bonina si assiste, quindi, a un altro tipo di sofisticazione della morale sessuale.

Il boss, per tornare alla trama, ha la somma urgenza di far sapere a Carmine che è in uscita un libro a dir poco compromettente nel quale il suo autore, Mimmo Arcerito (nelle opere di Bonina c’è quasi sempre, tra i personaggi, un giornalista) rivela sul conto del penalista e parlamentare verità che sarebbe meglio nascondere sottoterra. 

 

Da qui prende corpo la saga plurifamigliare che lo scrittore catanese srotola per cinque lunghi decenni, incrociando le contestazioni studentesche (che mettono in subbuglio Catania e i suoi ostelli universitari), le stragi di mafia, il fenomeno del pentitismo, lambendo pure la nebulosa della nostra contemporaneità. 

Anche in Ammatula, come del resto in alcune delle opere precedenti di Bonina, l’intreccio dei destini si disegna grazie a un variegato sistema di personaggi (mafiosi, militanti di Lotta continua, commercianti, contadini, uomini d’ordine e una suora, correlativo oggettivo della manzoniana “provvida sventura”), gestito con grande nonchalance sino alla fine. 

 

Ma va detto che l’autore si tiene distante dalla semplificazione manichea, perché il brigante da un lato, Scaturro, e il galantuomo dall’altro, Andaloro, nel corso della narrazione si scambiano i ruoli di continuo, recitano un copione che mescida sovente il bianco e il nero (siamo, insomma, nella “zona grigia” di leviana memoria). Stiamo per mettere mano alla scatola nera del romanzo, che ci restituisce drammaticamente il geroglifico dell’esistenza dell’uno e dell’altro. Un boss destinato a seguire le orme della sua schiatta (nonostante tutto), che però sa anche vivere di empiti sentimentali, che guarda al suo primo amore con un rispetto da far trasecolare le anime belle, che le giura fedeltà nonostante tutto, che trepida sino allo spasimo per il figlio Angelo. Dal canto suo, Andaloro, all’inizio preso dal sacro furore della professione legale, non rifiuta agevolazioni compromettenti, che gli spianano la carriera e gli garantiscono serbatoi di voti. 

 

In tutto ciò Anna sembra più volte sul punto di esplodere: “Dilaniata da due coscienze opposte che si personificavano una in Carmine e l’altra in Gaspare. Vissuta per anni divisa tra la ragione e l’amore, la serenità e l’avventura, la metodicità e la tentazione, poi tra menzogna e verità, inganno e sincerità, quindi tra benessere e coscienza, tornaconto e giustizia, ora era finita per incolparsi anche della china che aveva preso Angelo, sempre più vicino al padre naturale”.  

 

Ammatula, che è la somma di destini drammatici e di effetti romanzeschi, per come è stato redatto dal suo autore si può anche leggere alla stregua di un regesto politico-mafioso, come la trascrizione di un interminabile processo verbale (c’è infatti una contiguità tra queste pagine e i due testi drammaturgici dello stesso Bonina allineati nel volume Anno di disgrazia 1993, Lombardi 2018, e montati attraverso una successione di dialoghi nel corso dei quali i personaggi palesano, per mezzo delle loro parole e delle loro azioni, ciò che sono). Lo stile infatti si impone per la sua distanza da qualsiasi compartecipazione emotiva dell’autore, il quale è riuscito a rendere fisiologica la scrittura, perfettamente anodina, trasformandola nella certificazione di esistenza in vita di un sistema (di relazioni e malversazioni) mai banale e prevedibile, da osservare con l’habitus dello scienziato. Ma c’è di più: questo romanzo è stato anticipato da un volume di racconti, Fatti di mafia (Theoria 2019), affollato da personaggi che qua e là ricompaiono, legati assieme da un unico filo rosso sangue, vergato con uno stile linguistico che è il frutto di una vera e propria regressione, di un arretramento ideologico ma soprattutto lessicale, a tal punto da assurgere quasi a inquietante referto antropologico. 

 

Gianni Bonina, Ammatula, Castelvecchi, 2019.

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