I vaccini dei VIP

Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama sono pronti a farsi iniettare in diretta televisiva il vaccino contro il Covid-19, per convincere la maggioranza della popolazione americana a fare lo stesso. La regina Elisabetta II è pronta a imitarli proponendosi come modello virtuoso per la popolazione britannica. La notizia ha suscitato interesse a livello planetario e anche in Italia si è aperto un dibattito in merito. Molti sottolineano, comprensibilmente, la necessità di organizzare iniziative simili. Altri hanno invece avanzato l’idea di una campagna più ampia, accurata ed efficace, che coinvolga non solo politici, ma anche scienziati, imprenditori, personaggi dello spettacolo e dello sport.  

È tuttavia lecito chiedersi se queste trovate promozionali sortiranno gli effetti sperati. Quello che è accaduto negli ultimi anni non ci consente di abbandonarci all’ottimismo. Abbiamo infatti assistito all’emersione di un’insofferenza diffusa contro le élites che si è tradotta in un complottismo tanto dilagante da riuscire a permeare diversi aspetti del nostro vivere comune. Non ci sono ragionevoli motivi per credere che i vaccini presidenziali o monarchici resteranno immuni da questo fenomeno. La storia e le scienze sociali ci offrono indicazioni importanti in tal senso. Le ansie cospirazioniste non sono certo un’invenzione del nostro tempo. Sono riapparse in diverse epoche e in diversi contesti geopolitici, rivelando in ciascuna occasione delle sfumature inedite. 

 

Per spiegarle, gli studiosi hanno fatto spesso ricorso a concetti universalizzanti come la “paranoia” o la “nevrosi collettiva”, che tuttavia stentano a far emergere le peculiarità dei singoli casi. Come ha scritto Ignazio Veca in un recente libro dedicato alla finta “congiura” contro il pontefice Pio IX del 1847 (La congiura immaginata. Opinione pubblica e accuse di complotto nella Roma dell’Ottocento, Carocci 2019), l’esplorazione delle “oscure profondità dell’animo umano” non è sufficiente a comprendere il fenomeno. Non siamo di fronte a una “ripetizione meccanica della fallacia percettiva” delle masse, descrivibile con formule atemporali. La fede nei complottismi ha invece una sua storicità: è il frutto di una prassi comunicativa che riesce volta in volta a trasformarsi in strumento di lotta politica, dando voce ai sospetti e ai timori circolanti nella popolazione, orientandoli verso obiettivi precisi.  

Questi spunti metodologici ci tornano utili proprio nell’analisi di alcuni risvolti dell’epidemia di Covid-19. La straripante avanzata della fantasia cospirativa denominata QAnon, ad esempio, ha avuto luogo proprio nei mesi della diffusione del contagio ed è stata favorita dalla reclusione forzata. Non si può certo negare che l’emergenza abbia contribuito ad aumentare le disuguaglianze sociali, palesando una situazione insostenibile per molti cittadini e screditando i messaggi di unità diffusi dai poteri costituiti.

 

Le incertezze economiche e sanitarie si sono velocemente tradotte in sguardi angosciati verso il futuro e nella ricerca di occulti responsabili contro i quali dirigere la rabbia sociale. Si tratta di un fenomeno complesso che sfugge da qualsiasi spiegazione semplificante e che ha trovato nei racconti di QAnon un’efficace via di espressione. Il loro potere persuasivo è trasversale sul piano sociale, generazionale e culturale. Secondo recenti indagini statistiche, il 16% degli americani reputa quelle narrazioni “in gran parte vere” (“mostly true”). Si tratta di circa 52 milioni di persone, senza considerare che tanti altri le ritengono parzialmente vere o verosimili: un numero di seguaci più che sufficiente per far fallire qualsiasi campagna vaccinale, trasformando l’obiettivo dell’immunità di gregge in un miraggio.    

C’è inoltre da considerare il “medium” utilizzato, vale a dire la televisione. Si è ampiamente chiarita negli ultimi decenni la natura polisemica del canonico “piccolo schermo”, ormai percepito come amplificatore di atti performativi quasi completamente slegati dalla pretesa di veridicità.

 

 

Detto in parole più povere, risulta oggi anacronistico pensare a un programma televisivo possa essere considerato come specchio fedele della realtà, sia esso un telegiornale, un reportage o un contenitore culturale. Gli stessi storici hanno del resto riconosciuto il carattere effimero e sfaccettato delle fonti audiovisive. Come ha chiarito Peter Burke nel suo celebre saggio Eyewitnessing. The Uses of Images as Historical Evidences, le “tracce visibili” del passato devono essere sottoposte a un’analisi critica ampia, finalizzata a ricostruire le motivazioni politiche, religiose, economiche o culturali che ispirano la produzione dell’immagine o ne informano la ricezione.

 

Alla luce di queste riflessioni, appare quanto meno velleitario il tentativo di trasformare i telespettatori in testimoni oculari. Una fetta consistente della nostra cultura ha messo in discussione l’autenticità dell’approdo degli esseri umani sulla Luna (lo abbiamo sperimentato anche nel corso della recente celebrazione del cinquantennale, nel luglio del 2019): non farà quindi molta fatica a innescare lo stesso meccanismo con un vaccino somministrato a presidenti o regine. Esiste addirittura il rischio, senza il timore di cadere nel paradosso, che l’iniziativa si trasformi in un boomerang e finisca per rafforzare le tesi complottiste, anziché indebolirle. In fondo QAnon descrive Tom Hanks, Céline Dion, Oprah Winfrey e Beyoncé come complici di un progetto demoniaco ai danni dell’umanità, mentre i personaggi che oggi identifichiamo come Obama e Clinton – sempre secondo la fortunatissima fantasticheria complottista – sono nient’altro che cloni dei reali presidenti americani, già arrestati e giustiziati dopo essere stati rinchiusi a Guantanamo. 

 

Intendiamoci: l’esposizione televisiva di celebrità vaccinate potrebbe sortire degli effetti positivi, ma da essa non possiamo ragionevolmente aspettarci una modifica sostanziale di idee già radicate nella popolazione, e per questo difficili da scalfire. Non sarà una strategia promozionale a sciogliere nodi politici che da troppo tempo appaiono irrisolti. Il discorso scientifico non può affidarsi a soluzioni ammantate di straordinarietà. Non può ricorrere a scorciatoie emotive o legare i suoi destini al fragile filo di fiducia che connette le persone comuni alle celebrità o ai rappresentanti delle istituzioni (“lo fa il presidente, lo fa la regina, posso farlo anche io”). Deve stimolare, al contrario, una riflessione larga e stimolare processi di condivisione fra i cittadini, partendo proprio dalla ricomposizione di fratture sociali che sembrano insanabili. Nel dibattito pubblico, il sapere specialistico diventa troppo spesso un pretesto per alzare nuove barriere: fra colti e ignoranti, fra saggi e stolti, persino fra (presunti) intelligenti e stupidi. Talvolta basta esprimere paure nei confronti di un nuovo farmaco per sollevare una ridda di voci indignate e per essere sbeffeggiati sulla pubblica piazza. È abbastanza svilente, se si pensa al fatto che le regole interne della comunità scientifica vanno in direzione completamente opposta. In quei contesti l’avanzata del dubbio non è un ostacolo, bensì un’opportunità di crescita per tutti. Quel meccanismo virtuoso non può interrompersi quando la scienza si confronta con la società civile. Deve anzi fare un salto e mostrarsi all’altezza di una sfida tanto difficile quanto imprescindibile: non solo indottrinare, ma riuscire a riuscire a coinvolgere gli individui nella costruzione del sapere.  

 

Prima ancora di affidarsi a volti celebri, la scienza dovrebbe quindi cercare di essere compresa nella sua natura più profonda: un metodo di indagine innestato nel nostro sistema democratico, fondato su regole concordate e finalizzato alla ricerca del bene comune. Partendo da questi presupposti, possiamo facilmente comprendere quanto sia sterile l’idea di chiedere alla popolazione una silenziosa obbedienza al principio di autorità, o convincerla ad accettare cure e vaccini con acrobatiche opere di persuasione che rispondono al consumato schema della divulgazione dall’alto verso il basso. Bisogna invece riaffermare con convinzione il valore dell’indagine scientifica come patrimonio di tutti, come sapere condiviso che non teme il dibattito pubblico, ma al contrario ne ha bisogno. Chi fa ricerca deve saper innescare impulsi partecipativi a tutti i livelli: il confronto fra esperti è solo una prima fase di un processo più ampio, che porta all’incontro successivo con la collettività. Quest’ultima non può essere soltanto istruita, ma deve essere responsabilizzata e coinvolta nelle decisioni, sulla base di una conoscenza esaustiva dei rischi e delle possibili soluzioni. Si tratta evidentemente di un processo faticoso, che non può essere rimpiazzato da vaccinazioni di prestigio mandate in onda su un canale televisivo, fra uno spot pubblicitario e l’altro. La fiducia nella scienza va costruita giorno dopo giorno dentro la società, e non solo messa in scena.

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