Il cinema del campo profughi

Inizia domani Babel. Festival di letteratura e traduzione (a Bellinzona fino al 18 settembre). L’edizione 2016 è dedicata agli scrittori di ogni lingua e provenienza che risiedono a Londra, una città dentro la città e fuori dal Brexit. Pubblichiamo un estratto inedito del romanzo di Sulaiman Addonia, scrittore eritreo cresciuto in un campo profughi in Sudan, ora a Londra.

 

La notte in cui il messo del tribunale del campo annunciò il processo contro Saba, ero seduto davanti allo schermo del mio cinema: Cinema Silenzioso.

La luna piena splendeva sul campo che io osservavo dal mio schermo. Vidi il messo avanzare tra le viuzze polverose in groppa a un asino. La sua silhouette si librava tra le capanne. Con il megafono, proclamava l’inizio del processo più importante di tutta la storia del campo.

Siete pregati di presenziare al processo di Saba.

 

Sentendo pronunciare quel nome, balzai in piedi. Il suo ritratto su carta penzolava accanto a me, sopra il braciere. I tratti a carboncino che le definivano i capezzoli scuri sfavillavano alla luce della brace ardente.

Guardai il recinto di Saba che attraverso lo schermo appariva come un fermo immagine. Lei non si vedeva da nessuna parte. Il tiglio in mezzo al recinto si stagliava immobile contro i colori argillosi delle capanne circostanti. Le cavallette indugiavano, appese alle foglie di canna da zucchero di fronte alla finestra della sua capanna.

 

Il messo salì al minareto di fango, sull’orizzonte rischiarato dalla luna. Il suo volto, accanto alla lampada a olio che teneva ben alta, luccicava come una stella nello schermo. La canna da zucchero di Saba fluttuò nella brezza. Le cavallette balzarono fuori dal recinto e si accalcarono sui tetti di paglia verso le colline irregolari. Il messo si piazzò in piedi sul minareto e gridò: «Il processo di Saba comincerà dopo la preghiera serale. Il tribunale si trasferirà nel recinto del cinema.»

 

Quando creai il mio cinema, all’inizio ero illuminato dal ricordo delle quarantacinque lampade a oblò sulla facciata del Cinema Impero di Asmara, un edificio di costruzione italiana, dove avevo lavorato prima di rifugiarmi al campo. Per realizzare lo schermo, presi un ampio lenzuolo bianco, lo stirai, lo fissai a due pali di legno conficcati nel terreno e ci ritagliai un grosso quadrato al centro. L’avevo installato sul ciglio della collina su cui si trovava il mio recinto. Molti pensarono che lo avessi fatto perché tutta la luce delle stelle e della luna potesse riversarsi sugli attori del cinema all'aperto, mentre il campo rimaneva segregato sullo sfondo. Come un murale, un artificio del tempo che fu.

 

Ph Jan Grarup. 

 

Ma il vero motivo era un altro. Dalla cima della collina, guardando attraverso quel sipario e con la luce giusta, potevo vedere il recinto di Saba, con tre lati delimitati da una recinzione e la collina del cinema a contenimento del quarto. Lo avevo predisposto così per poterla osservare di continuo, e perché il suo mondo fosse parte del mio. Il problema sopraggiunse quando io, come molti altri, mi cullai nella mia illusione al punto di ritenere che quello schermo fosse un vero cinema e che tutto quello che vi si vedeva fosse un vero film girato, una scena dopo l’altra, in un luogo remoto. L’illusione s’impadronì della mia vita mentre trascorrevo ogni giorno incollato al cinema. E i due mondi, quello reale in cui Saba viveva, e quello virtuale del film che guardavo io, dove niente è ciò che sembra, coesistevano in armonia.

 

Saba era una profuga e una star. La osservavo cucinare, leggere, stirare, lavorare, insegnare agli adulti a leggere e scrivere, ma la guardavo anche fare le cose che la gente fa in privato, lontano dalla vista degli altri. E ora, mentre vi parlo, nella mia testa si ripete in ordine casuale una selezione delle immagini che conservo di lei. Ci fu quella sera che passò a masturbarsi mentre suo fratello cucinava il doro wot per suo marito. Le sue visite notturne al bagno mi appaiono contemporaneamente a quando leggeva un giornale inglese. Ma questa scena si confonde con un’altra. Eccola lì, seduta sui talloni di fronte alla pietra curva appoggiata a terra, e, mentre frantuma il grano sul masso, il sedere che si solleva dai talloni, l'orlo del vestito nero che ondeggia ogni volta che lei abbassa le spalle, intenta a sbriciolare i chicchi con delle pietre più piccole, muovendocele sopra avanti, e indietro. Le bruciature sulle sue cosce che brillano come candele accese, la sua storia di ferite nascoste dietro la nuvola di farina bianca che forma di fronte a lei una spirale in cui la testa le entra ed esce, i suoi capelli imbiancati così, prima del tempo.

 

Il volto di Saba impolverato di farina permane nei miei ricordi accanto al viso truccato che aveva la sera di plenilunio del suo matrimonio, seduta accanto al marito di mezza età, con indosso un vestito che un tempo era appartenuto a una donna morta. Tutto si ricicla nel nostro campo, la felicità come la tristezza.

E torno di nuovo a quella notte di nozze. Rabbrividisco ancora al pensiero del fratello che scivola in punta di piedi verso la camera matrimoniale, molto tempo dopo che la musica è finita e gli ospiti se ne sono andati per lasciare gli sposi da soli a consumare il matrimonio. Come si torse non appena posato l’orecchio alla parete.

 

Pensavo a Saba, al suo crimine, al suo processo imminente, quando lei uscì dalla sua capanna e comparve sullo schermo con il vestito nero, la sua seconda pelle. La predilezione di Saba per il nero risaliva alle bruciature subite alle cosce, che le avevano arrossato la pelle. Saba non vestiva di nero in segno di lutto, ma per ricordare a se stessa ciò che amava e che aveva perso per sempre.

Seduto sullo sgabello, mi rimisi a guardare il mio cinema, e Saba al di là dello schermo. Rannicchiata sul letto, sotto il suo tiglio, con un libro in mano. Il tremolio della lampada a olio, a fianco del letto. Saba dormiva sempre fuori, all’aria aperta, e io la osservavo ogni sera, quando la luna e le stelle si riversavano sulla pelle tesa del suo corpo.

 

Forse ora stava leggendo il suo libro, rileggendo «La signora con il cagnolino» di Čechov che il coordinatore di inglese aveva lasciato al campo insieme al giornale inglese, come se a rileggerlo in continuazione, anche la sua storia d’amore potesse avere un lieto fine. Ma chi amava, Saba?

Lo schermo del mio cinema tremò. Saba accese la radio. La musica proruppe nel silenzio della sera. E poco dopo, mentre mettevo a bollire del latte sul braciere, sentii dei passi. Quando alzai la testa, vidi Saba che risaliva la collina verso di me, librandosi come un fantasma tra i cespugli e i cactus, con le formiche che si arrampicavano sulle dita ben curate dei suoi piedi.

 

Saba? Nello sporgermi in avanti, toccai il braciere con un gomito.

Saba, con il suo vestito nero e i tacchi con il cinturino alla caviglia, si fermò vicino alla sedia colorata, di fronte a me, con una borsa in mano. Sembrava un’attrice italiana uscita da un film per venire al campo. Un parto della fantasia? Però la vedevo. Sentivo il profumo al sandalo della sua pelle.

Saba allora si allontanò dallo schermo e appese il vestito nero al ramo più basso dell’ibisco vicino al ciglio della collina. Tornò verso lo schermo vestita solo della sua pelle e si accomodò sulla sedia di plastica multicolore, la stessa su cui attori e artisti si sedevano a raccontare le loro storie, a ricordare com’era la vita nella nostra madrepatria prima della guerra, prima del nostro esilio. Al cinema, pregavo chi si esibiva di non censurarsi, li assicuravo che erano liberi di dire e fare ciò che volevano e che potevano essere i personaggi di un film girato in una terra remota e straniera. Tutto inutile. La gente si sentiva vincolata dalla propria condizione di esilio. A Saba invece non serviva ricordarglielo.

Prego, parla, Saba, borbottai.

 

Ma Saba si chinò, recuperò un paio di forbici dalla sua borsa e cominciò a tagliarsi i capelli. Mentre lunghi filamenti neri e setosi cadevano a terra, sulla sabbia illuminata dalla luna, lei mi fissava attraverso le ciglia folte e lunghe. Il bianco dei suoi occhi era di un chiarore sconvolgente.

 

Traduzione di Daniela Marina Rossi per BABEL.

ph Jan Grarup.

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