Il pendolo di Foucault. La superstizione porta sfortuna

Difficile dire in poche parole quanto abbiano significato Umberto Eco e la sua produzione per la cultura italiana. Più facile è sottolineare l'impressionante magnitudo dell'intellettuale, che è stato anche scrittore dallo stile formidabile per intelligenza e gusto, dall'influenza capace di permeare l'immaginario di almeno una generazione. Per chi si avvicinava alla cultura negli anni Ottanta e Novanta la lettura dei suoi romanzi, forse più che dei suoi saggi, è stata una folgorazione letteraria, estetica e metodologica (senza dimenticare l'irresistibile bustina di Minerva per “l'Espresso, tenuta dal 1985 al 2016, capace di generare ogni volta cortocircuiti tra passato e presente).

Eco ha praticato un uso ironico del passato che ne racconta le vicende e ne espone le interpretazioni, facendone esplodere le contraddizioni. Laddove molti si portano addosso la cultura come vestiti rigidi e sbagliati, lui se ne è vestito con grande disinvoltura, naturalezza disarmante e semplicità dissacrante.

Sono almeno due gli assi della sua operazione culturale di capitale importanza per la contemporaneità: il primo riguarda l'analisi dei contenuti, delle illusioni e degli effetti di verità che dalla produzione di ideologia si amplia alle strategie della persuasione, facendosi decodifica e demistificazione dei linguaggi. Un'analisi capace di rivelare, dietro a diversi scenari, il sistema morale e politico e tale da diventare critica del “fascismo” inteso come pattern e habitus; uno strumento indispensabile per opporsi a ogni forma di autoritarismo in ogni tempo.

 

Il secondo consiste nell'attraversamento e nella fuga in avanti delle/nelle scienze umane, dall'estetica alla semiotica alla teoria della cultura. Ogni ricognizione testuale diviene un'indagine sulle metamorfosi di senso e mostra la funzione che ogni ricezione (quella coeva come quella dei posteri, quella emica come quella etica) ha nei processi storici: il tentativo di auto-comprensione degli uomini nel mondo e lo sforzo di auto-costruzione di significati condivisi.

L’opera di Eco narratore continua il lavoro dello studioso con mezzi solo apparentemente diversi: il suo romanzo storico confonde gli orizzonti dell'alto e del basso, decostruisce lo sfondo ideologico, intreccia ironia e leggerezza con impegno e lucidità. In Il nome della rosa come in Il cimitero di Praga finzione letteraria, produzione teorica, funzione critica sono distinguibili ma mostrano il loro imparentamento. Ogni romanzo ha personaggi legati a un'autobiografia culturale, ha una struttura originale e un riferimento a una tradizione e al genere, ed è anche racconto e applicazione di una teoria. Contiene ipotesi, espone sottotesti ideologici, smaschera effetti politici.

 

Il testo più radicale e più riuscito in questo senso è Il pendolo di Foucault, uscito esattamente nell'ottobre di trent'anni fa. Uno dei più difficili e sofisticati per la trama di riferimenti. È indubbio che il libro abbia diversi livelli di lettura e prerequisiti di ingresso molti alti. Non fa sconti e pratica una dura selezione all'ingresso, a partire dalla struttura “cabalistica”, modellata sull'albero delle sefirot, e dalla selva di citazioni che fanno del paratesto un elemento portante di un'architettura maestosa.

Il pendolo è molto di più che fiction erudita per palati fini, capace di mettere insieme templari, cabala, illuminati, legionari filonazisti, aristocratici e massoni (e il tutto senza mai essere ridicola o grottesca, che non è poco). Richiami filosofici, storici, biblici, classici, rinascimentali, esoterici o contemporaneissimi e molto tecnici, sono continui e talmente sottili da lasciare disorientati e sconcertati. Il fitto ricamo di saperi, tanto specialistici e arcani quanto fascinatori e seduttivi, coincide con il campo di gravità creato dal Pendolo, alla cui forza il lettore si trova assoggettato: è dunque la stessa forma della scrittura a potenziare il discorso del contenuto tematico, a manifestare l'intenzione dell'opera che ne indica le istruzioni di lettura (oltre e accanto a quelle dell'autore e quella dell'interprete).

 

 

Il pendolo è un libro sulla storia della menzogna, sulla fame di mito e di assoluto: un libro sulle forme di costruzione della miticità e della verità. Riflettendo la fine anni Settanta e gli Ottanta, mostra la “cultura di destra” nel suo rapporto con l'esoterismo, non senza una sottile feroce ironia nei confronti della passione piccolo-borghese e provinciale per i titoli altisonanti e il lusso sacrale: quel consumo culturale, ancora una volta l'autobiografia della nazione, che Furio Jesi descriveva fatto di testi alchemici, filoceltici e negazionisti rilegati “in vinilpelle con fregi in oro”. Un mondo facilmente impressionabile e conquistabile a causa della poca dimestichezza italiana con la cultura della tradizione aristocratica e alto-borghese mitteleuropea; in cui la concorrenza è rappresentata dal soprannaturale interno alla tradizione cattolica, dalla Madonna e da Padre Pio; ma anche dalla cultura trasversale che trova appagamento nel tempo storico-oleografico delle rievocazioni risorgimentali che confluirà nella cultura fascista, con un uso del passato che si delinea come la matrice indistinta della cultura di destra.

 

Ma Il pendolo è anche di un esercizio della critica “illuminista” che Eco porta nel proprio campo disciplinare, ad esempio nelle lezioni di Interpretazione e sovrainterpretazione (1992): una critica alla sbornia post-moderna, alla moda decostruzionista, all'“esoterismo” come pratica accademica, a certa ermeneutica “gnostica”, alla ricezione americana di Derrida, in definitiva a quella cultura che si regge, paradossalmente, sugli effetti di segretezza e sull'aura di miticità al fine di consolidare la propria posizione e recintare un'area interdetta ai non-iniziati.

 

L'attualità profetica del libro si deve anche al fatto che i suoi temi centrali, ben prima della diffusione di internet, delle fake news e della post-verità, siano la costruzione del segreto e le ossessioni del complotto. I personaggi principali, Casaubon, Diotallevi e Belbo, sono figure di intellettuali diverse dall'editoria in cui lavorano, attraversano il Sessantotto e gli Ottanta italiani incontrando il mondo misterioso e senza tempo di Aglié e il suo entourage di “diabolici”, si confrontano con un Piano costruito sull'analogia, sui linguaggi esoterici e su allusioni tali da creare una diversa e più attraente Verità metastorica, nascosta ai più e in cui Tutto si tiene.

Una Verità che consente di rileggere l'intero intreccio storico universale e di restituire – a chi la conoscerà – il Senso.

Usando la fortunata categoria di Jesi, si tratta di una gigantesca macchina mitologica che i protagonisti cercano di rimontare pezzo per pezzo finendo per essere travolti dal meccanismo stesso. La presunzione del possesso della verità da parte dei suoi depositari, nella forma del segreto, prepara l'azione estrema: la fine di Belbo a Parigi, nel Conservatoire national des arts et métiers, il luogo mitico-simbolico che ospita il pendolo di Foucault (il referente oggettuale, elaborato del fisico francese Léon, che non è quel Foucault, anche se a lui non può non rinviare): «l'unico luogo stabile del cosmo, l'unico riscatto alla dannazione del panta rei».

 

La violenza istituisce un senso potente mediante il sacrificio di colui che potrebbe sapere qualcosa di più; ma in realtà potrebbe rivelare che ciò che i Cercatori della Verità si affannano a inseguire ovunque, inseguendone l'aura che loro stessi hanno creato, semplicemente non c'è. Non c'è mai stato. Non ci può essere

 

Barthes ha insegnato che ogni cosa può diventare 'mito', se una determinata forma e la sua circolazione lo permetteranno e se c'è chi lo saprà usare. Negli immaginari collettivi contemporanei, potenziati dalla rete come ipermedium in cui precipitano e si incontrano tutti gli altri media, operano stereotipi che trovano in materiali mitologici lo spunto per una rivendicazione dell’identità imperniata sul segreto. Le ossessioni della contro-storia ne sono una modalità di espressione: segretezza e esotericità si configurano come reazione e risposta alla democrazia e alla dimensione pubblica, nel rimpianto per un passato idealizzato. Così il pensiero mitico e la circolazione iniziatica sono intesi come strumenti palingenetici di segno opposto a quello della modernità disgregante e della democrazia corrotta. Di più, come si legge in una delle citazioni iniziali dei paragrafi (la 118, per l'occasione di Popper): «la teoria sociale della cospirazione... è una conseguenza del venir meno del riferimento a Dio, e della conseguente domanda: “Chi c'è al suo posto”?».

 

Sullo scenario della mondializzazione intrecci discorsivi e nodi immaginari si radicano nella paura e nel sospetto verso l'alterità e la differenza: sono miti contemporanei, combustibile altamente infiammabile per alimentare tensioni e rancori di natura sociale ed economica.

Raffigurare l’altro nel circolo chiuso della sua cultura è funzionale all'invenzione del circolo chiuso della propria identità, ad esempio quella che oggi si vuole forte, nazionale e sovranista, secondo un modello organicista ormai consolidato dall'Ottocento che, tra l'altro può insistere su un biais favorevole alla credenza nella “razza” come identità naturale e ai suoi derivati “biostorici” e culturalisti basati sulla nozione di “civiltà”.

Questo determina le condizioni per l'impossibilità dell'incontro con l'altro; nega la possibilità stessa dell'idea che io è qualcosa in relazione ai suoi altri; impedisce di realizzare che le identità non esistono ma sono appartenenze riflessive ed emotive che si definiscono sugli scarti e sulle differenze. Plurime, molteplici, transitorie in quanto soggette alla storicità.

 

Nei suoi romanzi, e Il pendolo è uno dei più amati e letti, Eco ha mostrato che è possibile giocare con l'enciclopedia, ibridare l’archivio, far saltare il canone. Ha reso inoperante il loro potere di seduzione, disseminando di coriandoli, briciole di pane e petardi il racconto della storia, al fine di disinnescare il cortocircuito tra cultura e identità e in modo da poter restituire una funzione liberante alla scrittura e al sapere.

Qualcosa che continuo a trovare magnifico e commovente, per il suo tratto auto-affermativo e umanistico, da portarsi dietro come mappa, bussola e talismano.

 

 

Una differente e più lunga versione dell'articolo è stata pubblicata su Giap all'interno di una serie di interventi sui trent'anni del romanzo di Eco.

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