Il tempio dell’attesa

Barcellona, davanti a Santa Creu e Santa Eulàlia

 

Barcellona, Catalogna, Spagna, anno 2013. Il cielo nel primo pomeriggio può essere «un contrasto violento di colori accesi e luci tagliate» e la scena di mendicanti lerci che ingombrano l’ingresso della cattedrale di Santa Creu e Santa Eulalia in Pla de la Seu nel Barrio Gotico è una pellicola in negativo, bassorilievo di ipocrita plasticità per la città incantatrice e orgogliosa del potere pervasivo delle sue bellezze naturali e architettoniche. Bellezza che attrae molto Franco Fantini, ordinario di Storia dell’Arte all’Università di Catania, cultore della poetica, dell’estetica e dell’arte da interpretare come un’avventura. E, infatti, lo storico dell’arte si trova nella città catalana per un convegno sulle culture mediterranee, ma in quell’ora meridiana non è tanto il grande portone ogivale neogotico ad attirare la sua attenzione quanto un uomo ultrasessantenne accovacciato a terra, come in atto di attendere l’elemosina anziché chiederla. Una scena sconvolgente giacché Fantini è sicuro di riconoscere nel barbone vestito con un’ordinaria tuta blu da ginnastica e nell’impercettibile trasalimento del suo sguardo apparentemente assente, il professore Mario Accardo, docente di Letteratura italiana e preside della Facoltà dell’Università di Catania, dato per disperso nel disastro delle Twin Towers nel 2001 a New York, dove si trovava per un convegno. E così il pomeriggio di Fantini in cui ingannare il tempo, in attesa della cena con i convegnisti, viene subito interrotto dalla frenesia di dare un senso a quell’incontro. Dopo aver fotografato Accardo con il cellulare, e aver visitato il chiostro della cattedrale con la fontana delle tredici oche legate al culto di Santa Eulalia, patrona di Barcellona, e dove – come gli viene detto da una venditrice dietro la sua bancarella – quel barbone passa molto tempo, Fantini informa telefonicamente il collega italianista Andrea Arena che decide di raggiungerlo l’indomani nella città catalana.

 

Inizia l’attesa 

 

Inizia così, con i modi del giallo e con il primo dei tanti misteri inanellati nella vicenda, il romanzo Il tempio dell’attesa (Bertoni, pp. 343, euro 18) di Gianni Bonina, giornalista e scrittore siciliano, che, dopo I sette giorni di Allah (Sellerio, 2012) sull’islamismo, firma il secondo tassello della “trilogia della fede”, cui seguirà Gli altari di Ibla sul paganesimo. Ed è il sottotitolo, “Il ritorno di Cristo sulla terra e il grande segreto di Siracusa”, insieme all’immagine monolitica del profilo di Gesù Cristo sulla copertina del libro, a chiarire di quali misteri si tratta: tutti quelli legati al tema dell’attesa e in particolare a quello della parusia, il ritorno di Cristo sulla Terra. Ma anche alla fine dei tempi e soprattutto a un segreto, sconcertante e rivoluzionario, che Siracusa custodisce dal tempo di Gesù. Si inizia a leggere e ad attendere, e la paronomasia tempio/tempo che allarga in tutta la narrazione la dimensione spazio-temporale, apre un varco per altre realtà e altre ‘verità’ di inquietante suggestione. Comincia l’inchiesta dello scrittore e, con lui, del lettore, che, attraverso Franco Fantini e altri personaggi, si muove in un territorio in cui molte cose sono vere e tutto è finzione.

 

Un libro di pietra

 

Ma torniamo ai movimenti incipitari della trama. Alla cena dei convegnisti Fantini viene avvicinato da Ricardo Prieto, docente spagnolo di storia delle religioni, con il quale, a partire dal contributo al convegno dello stesso Prieto sulle testimonianze catalane a Siracusa, il discorso vira sulle affinità tra il “libro di pietra” che è la Sagrada Familia con la sua storia infinita e il “giardino di pietra” che è Noto nella felice definizione di Cesare Brandi. Una pietra, quella della cattedrale, che contiene molti misteri e anche molti sogni visionari, come quelli dell’architetto Antoni Gaudí, che riempì la Sagrada e le altre sue obras sparse per la città, di simboli misteriosi, come misteriosa fu la seconda parte della sua vita, segnata, mentre si dedicava alla costruzione del tempio espiatorio della Sagrada, da un’austerità che, soprattutto dopo i fatti della Settimana Tragica del 1909 in una Barcellona attraversata da furori nazionalistici, trasformò l’uomo elegante, ben inserito nella società, in una persona sempre meno interessata ai fatti terreni e sempre più rivolta ai misteri della natura e del sacro. Fino a quando, sempre in compagnia dei suoi fantasmi e del suo delirio architettonico, con lo sguardo fisso alla morte nella stanzetta-baracca in cui viveva al pianterreno del tempio (lo ossessionava soprattutto come avrebbe dovuto disegnare la facciata di ponente, quella della Passione e della morte di Gesù Cristo), avrebbe trovato la morte travolto da un tram sulla Gran Vía, trasandato come un barbone, con un libretto strapazzato dei Vangeli in una tasca. Accompagnato all’ospedale di Santa Creu, dove andavano a finire i mendicanti e i poveri, vi sarebbe morto due giorni dopo a 74 anni, nel 1926.

 

Gaudí e Accardo: due “barboni”?

 

«È comunque certo che vestiva da barbone, almeno quel giorno». Le parole di Prieto che suggerisce, tra le possibili, la tesi di una morte suicida di Gaudí, legata all’intenzione di voler lasciare incompleta la Sagrada, fanno sussultare Fantini, che pensa istintivamente a quell’Accardo barbone visto in mendica attesa sul sagrato della cattedrale. E ascolta con interesse le spiegazioni di Prieto su un Gaudí gnostico, cosa che può giustificare davvero la sua fine tragica. La leggenda – dice Prieto – narra che l’architetto avesse nascosto in una cripta un oggetto, avuto dai confratelli del Priorato di Sion, i quali lo avevano avuto a loro volta dall’abate Saunière, quello del tesoro della cattedrale di Rennes-le-Château, la chiesa dei catari. E che questo oggetto capitato nelle mani di Saunière fosse addirittura il Sacro Graal.

 

Discorsi che, insieme alle riflessioni sulla gnosi e sullo gnosticismo che si sarebbero sviluppati in epoca precristiana per poi inserirsi nella primitiva riflessione cristiana, cara a certa patristica, gnosticismo poi diventato estraneo al cristianesimo al punto di essere considerato eretico, fanno pensare Fantini, soprattutto quando apprende da Prieto che Gaudí, volendo creare la più grande cattedrale di tutti i tempi, dedicata però alla fede gnostica e non a quella cattolica, intendeva innalzare un poema di pietra (secondo la visione di Joan Maragall, poeta catalano visionario e nazionalista contemporaneo di Gaudí) con dodici guglie (anche se poi sarebbero state diciotto), quattro per ognuna delle tre facciate, quanti sono gli apostoli, a fare da corona a una guglia più alta di tutte, posta al centro, a rappresentare il Cristo. Dodici come le oche del chiostro di Sant’Eulalia e con la tredicesima nella quale si vuole vedere l’anima della martire. Accardo, così come andava a guardare le oche di Sant’Eulalia, forse andava a contemplare anche le guglie della Sagrada? Ma perché? E quali fantasmi agitavano la sua mente?

 

 

I racconti dell’attesa

 

Così, l’indomani, nonostante l’invito di Prieto ad ascoltare la sua lezione, Fantini rimane in albergo ad aspettare il collega Arena, ma intanto il portiere gli consegna una busta anonima a lui indirizzata. All’interno un dattiloscritto di una dozzina di pagine intitolato “Il tempio dell’attesa” proprio come nella visione di Maragall – gli ha detto Prieto – che riconduceva alla Moreneta, la Madonna nera di quel tempio naturale che è la montagna Montserrat. «Patrona dei catalani in lotta», la Moreneta, si festeggia l’11 settembre, a ricordo del fatto che nel 1714 Barcellona si arrese ai Borboni e perse l’autonomia, la stessa attesa per secoli. Data che per Fantini e Arena, nella suggestione delle coincidenze numeriche, diventa un motivo ulteriore per pensare ad Accardo. E tredici, altro numero dalla valenza simbolica, sono i racconti del dattiloscritto. Tutti brevissimi, dalla cifra moraleggiante, dalla prosa chiara, quasi parlata, eppure greve come il loro enigmatico contenuto in cui «si sente il morso dell’attesa» sin dai titoli, nei quali è sempre presente la parola “attesa”. Sei positivi prima e sei negativi dopo a indicare virtù e peccati, il sesto e l’ottavo racconto con citazioni criptiche e in mezzo il settimo, al quale tutti i racconti sembrano confluire. Intitolato “L’attesa del libro”, è diverso dagli altri, ermetico, più evocativo ma pure più angosciante, con un sentimento dell’attesa della morte, «dove non si capisce se è il libro, soggetto, che attende o è il libro come oggetto ad essere atteso da chi scrive». È proprio il settimo racconto a rappresentare l’enigma e a rafforzare in Fantini e Arena l’idea che Accardo sentendo scomparsa l’ansia di vita o, piuttosto, sentendo «l’angoscia della morte, la sua attesa o la sua presenza», avesse il timore di non poter completare l’opera. Ma perché Accardo ha voluto sparire, essere morto per i suoi cari, perdere la sua identità confondendosi con chi, come i senzatetto, è invisibile al mondo?

 

Inizia la quête

 

Ognuno ha le sue ossessioni o i suoi demoni e Fantini, cattolico ma inquieto su tanti temi e aspetti dottrinali del cristianesimo, lontano pure lui, come il professore, dall’idea di una religiosità acquietata, rassicurante, cui accomodarsi per sempre senza dubbi, decide di farsi carico dell’indagine. Quando, dopo aver incontrato i figli di Accardo, apprende di una colta lezione magistrale del loro padre in cui il tema dell’attesa viene posto come una quaestio, con frequenti richiami al testo biblico e a Paolo di Tarso, capisce che «la chiave del caso Accardo è religiosa». E ancora più determinato è quando viene a sapere che Accardo è stato assassinato sicuramente subito dopo essere stato visto da lui. Allora il filo da seguire è Paolo con la sua predicazione provocatrice, polemica, con le sue contraddizioni e il suo scontro con Cefa, nonostante Pietro e Paolo siano stati associati, Paolo, che pur senza aver conosciuto direttamente Gesù, è “l’apostolo per la fede degli eletti di Dio”, e, convertendo migliaia di pagani nella sua attività missionaria, predica il kerygma cristiano, fondato sulla passione, morte e resurrezione di Gesù, affermando al tempo stesso l’indipendenza del suo apostolato dall’autorità della chiesa di Gerusalemme e dalla Legge giudaica. L’insistenza di Accardo su Paolo e sulla teologia paolina e la vicinanza del “tredicesimo apostolo” con Luca nel cui vangelo si trovano, appunto, le formule kerygmatiche paoline riferite al ministero di Gesù, doveva significare molto per il povero professore che pare aver indicato ai suoi ex colleghi un compito: un’opera da completare, ma che comprende qualcosa di inaudito, di sconvolgente che sembra abbia a che fare con lo straordinario e il trascendente.

 

Una geografia segreta

 

Da lì, da quella sorta di punto d’Archimede, Fantini e Arena si muovono per un vertiginoso viaggio in una geografia segreta sulle orme di Luca e Paolo. Nell’io rimpicciolito di Accardo, rimpiattatosi nella sua non identità di barbone, era custodito un segreto che non doveva essere rivelato e conduce a Siracusa, anch’essa una città in attesa, delle spoglie di santa Lucia, tra le altre cose, e che si arricchisce sempre più, nella ricerca di Fantini e Arena, di riferimenti convergenti. A proposito di Siracusa, gli Atti di san Luca, nella vulgata latina, riportano che Paolo vi sbarcò dopo il naufragio a Malta. Ma anche lì c’è un mistero. Perché non si racconta cosa fece Paolo a Siracusa? Perché l’apostolo dei Gentili non lascia traccia alcuna del suo passaggio, benché la devozione abbia voluto che predicasse in più luoghi del siracusano? Perché le omissioni di Luca? Basta a spiegarlo il fatto che a causa del suo scontro con Cefa/Pietro, Paolo non volesse incontrare Marciano? No di certo. Eppure le statue di Pietro e Paolo poste all’ingresso del Duomo di Siracusa raccontano una storia diversa rispetto ai due affreschi posti ai lati dell’altare maggiore: in uno Paolo predica ai siracusani, nell’altro Pietro ad Antiochia saluta Marciano in partenza verso Siracusa come primo vescovo dell’Occidente. Qual è la storia nascosta? Quella che, come accade nelle pagine scritte dai vincitori, non scompare del tutto e riappare nella filigrana del tempo?

 

Magari interrogando quel grande libro che è Siracusa tutta, crocevia di incontri/scontri, un labirinto di simboli, in cui libro e labirinto finiscono per essere un solo oggetto: le sue chiese, le sue statue, i suoi dipinti, i suoi affreschi, le sue pietre, dal santuario della Madonna delle Lacrime alla Madonna del Piliere, dalla chiesa di San Tommaso chiusa al culto a quella del Pantheon intitolata a San Tommaso, dalla cripta di san Marciano nella catacomba di san Giovanni al Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio. E poi leggendo la sua storia, tra terra e cielo, anch’essa un labirinto crescente che abbraccia il passato e il futuro, come nelle finzioni borgesiane: da Platone e la sua “Settima lettera” ai siracusani ad Archimede e alla sua scoperta della quadratura del cerchio, da santa Lucia alla Maddalena, dalle presenze catalane ai Cavalieri di Malta sbarcati a Siracusa, dai templari ai neo templari e ai nuovi Ordini cavallereschi ancora presenti nella provincia aretusea.

 

Tutto si compie

 

Da quel momento in poi Fantini e Arena vivono come in un sogno febbrile. Un groviglio di fatti che, come matrioske, stanno e respirano uno dentro l’altro, simmetrie toponomastiche, vertigini di rimandi, tracce di altre storie nascoste nei testi sacri (vangeli canonici e vangeli apocrifi, logia di Gesù e questione del ritardo della sua parusia, Rotoli del Mar Morto e papiri di Nag Hammadi, riletture gnostiche con lo gnosticismo che confluisce nel catarismo e nella cabala e rigurgiti neognostici), che vanno a completare un mosaico nel quale Bonina attraverso i personaggi del romanzo pone questioni linguistiche, lessicali, filosofiche, teologiche, letterarie, da Senofane e Platone a Seneca e Vico, da Pirandello e Vittorini a san Bernardo, uno dei fondatori dell’Ordine dei Templari, dalla Chiesa bipartita di Ticonio al mysterium iniquitatis, dal timore espresso dal papa Paolo VI nel 1974 di «tentativi di una gnosi sempre rinascente», a Ratzinger dimissionario ma “presente” accanto a Bergoglio dal 2013 (un anno che sin dal Vecchio Testamento ricorre spesso nella vita della Chiesa, e nel calendario ebraico è un anno embolismico), dall’Anticristo al katechon paolino che la Chiesa deve opporgli. Tempi serrati, colpi di scena, e altre morti, tutto all’ombra dei numi tutelari del romanzo, Umberto Eco e Dan Brown (peraltro citati da Bonina), accrescono il mistero di un segreto pericoloso per la Rivelazione e per la stessa Chiesa cattolica, già minata da un individualismo sempre più esasperato (come papa Bergoglio ricorda sempre), in un climax di enigmi disposti nella strada segnata da Accardo, da percorrere fino alla sconvolgente conclusione.

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