Intervista a Maddalena Rostagno

Il suono di una sola mano è il suono senza suono, è la vera meditazione, per dirla con Simon & Garfunkel è The sound of silence. Sentire il suono di una sola mano è il sogno di Mauro Rostagno che per farlo non teme di passare da Lotta Continua a Macondo fino alla comunità Saman, dalla lotta di classe alla lotta alla mafia. A ventitré anni dalla sua uccisione per mano della mafia sua figlia Maddalena, con l’aiuto di Andrea Gentile, ha dato forma a quel suono. La forma è quella di un libro, di una storia che parte dalla fine per raccontare la spinta vitale che ha mosso Mauro Rostagno lungo tutta la sua esistenza: contraddirsi per non tradirsi mai. La storie dei padri circondano e avvolgono quelle dei figli. Le storie di Mauro e Maddalena non si intrecciano, ma entrano ripetutamente in contatto tra loro, alle volte è un contatto morbido, altre volte è un vero e proprio scontro, un movimento continuo che non permette rimpianti e non accetta facili consolazioni.

Ogni contatto è un lampo di luce nel buio che Maddalena Rostagno ha trasformato in pagine vibranti e schiette. Il suono di una sola mano non offre il lavoro di uno storico o il segno di una testimonianza, ma uno sguardo obliquo quanto lo è la vita dei figli rispetto a quella dei padri: il ricordo qui è un cuore che pulsa nella quotidianità della figlia. In Il suono di una sola mano non c’è morte e non c’è polvere, ogni pagina scaraventa il lettore sempre da un’altra parte, in un futuro complicato e difficile. Il passato non è fatto per consolare, ma per resistere oggi. Michele Serra scrive nella prefazione che Mauro Rostagno ha mille vite, questo libro le racconta tutte più una, quella di Maddalena, una vita diversa, ma non meno spettacolare, inteso come voce del verbo spettacolare, come usava dire lei stessa da bambina.

 

 


 

Cosa rappresenta per te la fotografia in copertina?

 

Nel portafoglio ho solo documenti, e sciocchezze come le tessere dei supermercati. Non ho nemmeno la foto di Pietro, mio figlio, ma questa foto, quasi completamente distrutta, ce l’ho. Ce l’ho con me da sempre. Nella nostra vita ci siamo sempre spostati e ad ogni trasloco c’era questa cosa di non potersi portare dietro molta roba. Anche lo scatolone che mi è rimasto con tutte le foto d’infanzia l’ho potuto recuperare solo dopo. Ma questa foto, non so come mai, è sempre restata con noi. E da sempre la amo, da quando Mauro era ancora vivo. In questa foto siamo proprio noi due. E ora che Pietro ha la stessa età che ho io nella foto, e poi assomigliandomi molto, mi sembra che sia come un cerchio che si chiude. È una foto che ci unisce, lì siamo tutti e tre insieme.

Così quando mi è arrivata da Il Saggiatore la proposta di scrivere il libro ero molto indecisa, ho chiesto che potessimo fare le cose passo a passo, decidendo se proseguire o meno solo dopo aver visto i primi capitoli. Nella scrittura l’aiuto di Andrea Gentile è stato fondamentale, direi determinante per poter portare a termine il libro. Ma su una cosa ero assolutamente sicura, il titolo del libro, Il suono di una sola mano, e appunto la foto di copertina. Il libro doveva ancora nascere, ma titolo e copertina c’erano già!

 

 

Il tuo libro si apre con i vostri sguardi, tuo e di Mauro, l’uno nell’altro. Entrambi vi state ribellando, lui alla mafia e tu a tuo padre. Quale è il prezzo della ribellione?

 

Ciascuno di noi credo che abbia il diritto di decidere della propria vita, ma qualunque decisione ha un prezzo, e delle conseguenze. Quando dico che Mauro era molto egoista credo che sia molto vero. Lui metteva al primo posto sempre se stesso e io ho pagato le sue scelte, non solo per quello che poi è successo. Il tipo di vita che Mauro aveva scelto ha pesato enormemente sulla mia vita: l’anno in cui lui è stato ucciso avevo quindici anni e avevo una voglia matta di tornare a Milano che era la nostra città, quella da cui eravamo partiti. Volevo avere una vita normale e la sua scelta di vivere in una comunità per tossicodipendenti mi ha precluso una giovinezza normale.

 

 

Cosa significa per te ribellarsi?

 

Mauro sapeva benissimo a cosa andava incontro, poi fino a quando non succede sulla pelle non si può dire quanto si sia coscienti o lucidi. Di certo aveva le idee molto chiare. Altrettanto credo di averle io, seppur con diverso coraggio e in altrettante battaglie.

Molto ha inciso quello che è stato fatto a mia madre e quello che faccio nei confronti di Mauro lo faccio per me. So che lui mi vorrebbe bene lo stesso anche se mi occupassi di agricoltura biologica o che so, se vendessi borse.

 

 

Mauro t’imponeva, pur essendo un padre fuori dall’ordinario, delle regole ben precise come una regolare frequenza scolastica. Come reagivi?

 

Lui era molto bravo e sapeva motivare molto bene questa sua, forse unica, regola. Molte altre non ce ne erano. Solo decidendo cosa studiare è possibile liberarsi, o solo andando a scuola è possibile formarsi come persona, mi diceva. Però quando siamo partiti per l’India in gruppo, a settembre gli altri e i loro figli sono tornati a Milano, mentre Mauro ha deciso di rimanere. Per cui quando poi lui metteva dei paletti io gli facevo notare le sue contraddizioni: va bene la ramanzina, ma in una assenza generale di regole non poteva fare la parte del padre che manda la figlia tutti i giorni a scuola.

 

 

Come ti aiuta il rapporto con Pietro ad elaborare il ricordo di Mauro?

 

La comparsa di Pietro ha scatenato una serie di emozioni impreviste. Insomma è proprio vero: quando diventi genitore riguardi la tua posizione di figlio. Ci vorrebbero parole tanto più grandi di me per spiegare questa cosa: vedo Pietro crescere e mi trovo a rispondere alle sue domande, a partecipare alle sue conquiste. Questo mi fa amare molto di più e capire molto di più quali sono state le scelte e i lati belli di Mauro. Non interpreto più solo come egoistico il suo voler star bene prima lui per poter far star bene anche me. Certo, come padre su alcune cose Mauro era più furbo di me e io sono diversa da lui, potrei definirmi un’aspirante borghese, provo a garantire a mio figlio una vita stabile. E per nessun santone al mondo mi trasferirei all’altro capo del mondo. Però ci sono dei momenti di tristezza, di depressione, in cui penso che se fossi non più egoista, ma più coraggiosa, dovrei cambiare, trasferirmi e forse permettere a Pietro di aprirsi un po’ di più con la testa. Perché nulla mi obbliga a rimanere qui dove sono ora.

È una sottile linea tra egoismo e coraggio e alle volte chi parte è coraggioso e chi rimane lo fa solo per paura. Non so, devo ancora chiarirmelo bene, è un equilibrio.

 

 

Mauro Rostagno era un uomo pubblico, come hai vissuto le parole, gli scritti di chi lo ha conosciuto e frequentato?

 

Nel momento in cui una persona è nota e viene uccisa, è un uomo pubblico e chiunque ne può scrivere e a questo ci si abitua. Inizialmente avevo solo un gran rifiuto, non me ne fregava niente, non volevo saperne niente. Solo anni dopo ho iniziato a leggere tutte le cose che mia madre aveva conservato negli anni. Ma sono pochissime le persone a cui concedo di parlarmi di Mauro personalmente, dei loro ricordi. E mi riferisco a persone care, amici di famiglia. Mia madre mi prende anche un po’ in giro e mi chiede quando mai le permetterò di parlarmi di Mauro. Ma per me è ancora tutto molto doloroso. Forse è sciocco: ad esempio in Benedetta Tobagi, che ho voluto conoscere, vedo all’opposto una necessità e una voglia di sapere, di raccogliere storie e ricordi di suo padre. Forse perché Benedetta quando è successo aveva tre anni e io quindici. Di certo tutte le volte che qualcuno mi racconta di Mauro mi manca non aver potuto vivere personalmente quelle storie. Ovvio, sono la figlia e non avrei certo potuto essere con lui all’università, ma mi manca che non sia lui a raccontare. Appena inizia il racconto penso: perché non sono con lui? Perché non me le racconta lui queste storie?

 

 

Mauro non ti ha mai parlato del movimento fino a quando non siete andati insieme a Trento al convegno del 1988. Che viaggio è stato?

 

Andare a Trento è stato un viaggio alla scoperta del mio papà con il mio papà. Durante tutto il viaggio, un viaggio lungo, in treno da Palermo a Trento e ritorno, ho scoperto il ’68.

Mauro era molto bravo a raccontare e ho capito che quel tornare a Trento è stata una cosa molto emozionante anche per lui. Ricordo che al ritorno, arrivati a Roma siamo scesi. Mauro ha avuto la voglia improvvisa di chiamare e d’incontrare due o tre persone che non vedeva ormai da almeno quindici o vent’anni, ricordo che ricontattò Franca Fossati ed Enrico Deaglio. In qualche modo si erano risvegliate delle emozioni ed era rinata la voglia di tornare a collaborare per fare nuove cose.

 

 

Come è nato il tuo rapporto con Renato Curcio?

 

Negli ultimi anni le due persone per lui più importanti sono stati suo padre e Renato Curcio. Si scriveva molto con Renato, un vero e proprio rapporto epistolare.

Quando Mauro è morto sono subito entrata in camera sua, e ho trovato una lettera di Renato chiusa, che non era ancora stata letta. Di Renato, Mauro mi aveva raccontato tutto, chi era e cosa aveva fatto, ma per me rimaneva un estraneo. Quando ho aperto la lettera ho trovato una vera e propria lettera d’amore, come fosse di un’amante, davvero. Renato gli faceva una scenata perché ultimamente Mauro gli stava scrivendo poco, che capiva che era molto impegnato, ma che lui voleva rimanere informato, che lui gli raccontasse e così via. Una lettera d’amore. Quindi ho assolutamente sentito la necessità di rispondergli. La morte di Mauro è stata una cosa così enorme che di molte cose non ho mai parlato con mia madre, non ce la facevo, come non ce la facevo a piangere, ad avere un pianto liberatorio. Era una cosa troppo grossa. E scrivere a Renato, cercarlo, è stato come trovare qualcuno con cui poter parlare, ma che fosse allo stesso modo staccato, lontano. Quando ho potuto sono andata a trovarlo a Rebibbia, ma non abbiamo mai parlato in maniera esplicita di Mauro. Allora studiavo all’Accademia di Brera e magari parlavamo d’arte. Quello che era importante per me era sapere di avere davanti a me una persona importante per Mauro, poi chiacchieravamo di storia dell’arte.

 

 

Nel 1989 sei tornata a Milano. Che cosa ha significato quel ritorno?

 

Se prima soffrivo di non poter aver una vita normale, la morte di Mauro ha peggiorato tutto terribilmente, andavo al liceo e per strada c’erano scritte del tipo Mauro è vivo. Essere la figlia di un eroe in una piccola città come Trapani è impossibile. Milano era andare via dalla Sicilia, era la libertà e anche la normalità. Avevo il fidanzato, il motorino. Andavo ai concerti, mi sono fatta tutti i concerti metallari più ignobili e improbabili. Avevo la mia bella canottiera con il teschio, avevo i poster in camera dei Cure, ascoltavo i Metallica e mi ero fatta i buchi alle orecchie. Volevo solo essere una ragazzina. Una qualunque tra i compagni di classe. Milano era una camera tutta per me.

 

 

Perché è importante ottenere una verità giudiziaria da uno Stato tanto compromesso e colluso e che molto si è adoperato per far male a te e alla tua famiglia?

 

Cosa ha fatto lo Stato per la mia famiglia è molto chiaro e non è un granché. Come vanno i processi in questo paese lo sappiamo e non è entrare in un aula di tribunale che garantisce l’ottenimento della verità. Detto ciò, Mauro, e quindi non io, aveva deciso a quarantasei anni di credere in questo Stato. Nei suoi video, nelle sue interviste e in tutto quello che ha scritto, Mauro ha evoluto un discorso improntato sulla legalità. Alla collaborazione con lo Stato Mauro ci credeva fortemente. Era cosciente del pericolo che stava correndo, ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita a dire alle persone - senza vendersi, scapigliato come era, senza giacca - che ne valeva la pena, che denunciare e collaborare era possibile. Ecco io credo che lui una verità processuale la vorrebbe. E che ventitré anni dopo un processo si svolga a Trapani credo che sia estremamente importante.

Per il resto so cosa mi è stato fatto, e non solo dalla mafia, ma anche dallo Stato, ma so anche che comunque vada ne sarà valsa la pena. Gli atti rimarranno, le trascrizioni dei verbali rimarranno e chi vorrà, io, un intellettuale, un grande giornalista così come dei giovani, potranno leggere e dedurre, estrapolare dei pezzetti di verità e trovare storie da raccontare o fatti nuovi da denunciare. Ad esempio nel caso di mia madre, quando fu arrestata, furono scritte falsità da parte di tutti, anche di giornalisti importanti come Giorgio Bocca che si permise di scrivere vere e proprie assurdità. Ora mi ritrovo con uno scatolone pieno di carte utili a fare un po’ di pulizia. È importante, no?

 

 

 

 

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