Primo Levi. La condizione dello scrittore

Perché crediamo a Primo Levi? È il titolo della quarta “Lezione Primo Levi”, l’appuntamento annuale organizzato dal Centro Studi Primo Levi di Torino, che si terrà oggi giovedì 8 novembre 2012 alle 17.30 presso l’Aula Magna della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università di Torino (Corso Massimo d’Azeglio 48): una delle aule frequentate da Levi studente di chimica e ricordate nella sua opera. Relatore il professor Mario Barenghi, docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli studi di Milano Bicocca.
L’appuntamento si inserisce all’interno del programma di iniziative promosse per i venticinque anni della scomparsa dello scrittore dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi: l’associazione costituita nell’aprile del 2008 di cui sono soci fondatori la Regione Piemonte, la Città e la Provincia di Torino, la Compagnia di San Paolo, la Comunità ebraica di Torino, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e la famiglia di Primo Levi – con l’obiettivo di custodire e mettere a disposizione degli studiosi la documentazione relativa allo scrittore, e di promuovere studi e ricerche sulla sua opera. Come ogni anno, il testo della Lezione sarà successivamente pubblicato da Einaudi in edizione bilingue in italiano e inglese.

 



 

Nella primavera del 1977 Mario Miccinesi e Flora Vincenti, che dirigono “Uomini e libri”, un periodico d’informazione bibliografica, inviano un questionario a vari scrittori italiani (n. 63, marzo-aprile 1977). Li interrogano sulla loro posizione nel contesto politico italiano. A gennaio sono state occupate le università; a Bologna uno studente è stato ucciso dalla polizia, e nella stessa città a settembre si tiene il convegno contro la repressione; in precedenza c’è stata la cacciata di Luciano Lama, leader della CGIL, dall’Università di Roma. È esploso il Movimento del 77, mentre il terrorismo brigatista sta raggiungendo il suo culmine. Nel marzo dell’anno dopo viene sequestrato e ucciso Aldo Moro. Primo Levi sta per pubblicare La chiave a stella (esce nel 1978), che vincerà il Premio Strega, ma sarà criticato sulle colonne di “Lotta continua” per la sua idea del lavoro come approssimazione della felicità in terra. In questo contesto, lo scrittore, che è legato alla rivista (Flora Vinceti ha pubblicato nel 1973 una delle prime e informate monografie sull’autore di Se questo è un uomo), risponde prontamente al questionario su “La condizione dello scrittore nel contesto politico italiano”, preceduto da una riflessione della redazione. Qui di seguito le domande e le risposte di Levi.

 

La condizione dello scrittore nel contesto politico italiano

 

La situazione del nostro paese presenta indubbiamente oggi un
 carattere di eccezionalità che le deriva dalla tendenza in atto, sotto la
 spinta delle sinistre, ad un intrinseco rinnovamento il quale comporta 
mutamenti che è da augurarsi si attuino in modo autentico e profondo
e che non possono non coinvolgere tutti gli aspetti della vita sociale.
Nessuno può esimersi dall’apportarvi il proprio contributo, tanto meno 
coloro che si definiscono intellettuali e, tra di essi, gli scrittori. Nella
 consapevolezza della particolarità di una situazione che esige da ognuno
 un obiettivo chiarimento anche delle proprie posizioni politiche, “Uomini e Libri” ha promosso a questo scopo un dibattito tra gli scrittori
 italiani cui vengono rivolte le domande qui sotto riportate.


 

D. Qual e la condizione dello scrittore oggi? Ossia come si colloca l’attività
 dello scrittore nell’ambito della nostra società, con particolare riferimento alla
 situazione politica?


 

R. Il minaccioso “oggi” che compare nella domanda penso vada rimeditato. In che cosa differisce questo oggi da
 tutti i nostri ieri, e dagli ieri dei nostri 
predecessori? Ne differisce per il fatto
 che oggi l’Occidente è in crisi? È in 
crisi da 100 anni, e certamente era in
crisi anche prima, agli occhi degli osservatori di allora: non esiste epoca
 che non sia di crisi. Solo gli storici avvenire, assennati del senno di poi, sapranno disegnare le arsi e le tesi di questa crisi permanente. Perciò, non credo che molto sia mutato nella funzione
 dello scrittore nell’ambito della situazione politica attuale: oggi come ieri,
 lo scrittore non deve dimenticare che
 è anche lui, come tutti, un individuo che
 ha subito condizionamenti (dal suo ambiente, dal tempo in cui vive, dalla
 classe a cui appartiene, dai traumi a
 cui è stato personalmente esposto); che 
non è privilegiato rispetto ai non-scrittori, se non perché la fortuna, o il suo
 mestiere, gli hanno concesso di comunicare con un pubblico vasto; che si deve 
proporre e sforzare di superare i condizionamenti sopra detti, allo scopo di 
arrivare ad una visione del mondo più
 ampia ed organica.


 

D. In che misura il lavoro dello scrittore è oggi in grado di incidere su una 
realtà che, pur tra impedimenti e incertezze, accentua il proprio processo di
trasformazione e di indipendenza nei confronti dei poteri ecumenici dominanti?


 

R. Certo il lavoro dello scrittore può 
(può!) incidere oggi sulla realtà in misura maggiore di ieri, ma solo perché i
mezzi di massa e l’industria editoriale
gli concedono una voce più forte: non
perché la realtà d’oggi accentui veramente il proprio processo di distacco
 dal potere. Che questo stia avvenendo,
è dubbio: se anche a breve termine sembra questa essere la tendenza, è imprudente essere ottimisti; potrebbe essere
solo un’increspatura della curva. Resta 
il fatto che l’opera scritta può incidere
 sulla realtà politica: ma spesso questo 
avviene in misura diversa da (talora opposta a) quanto lo scrittore desidera o prevede. Un libro scappa di mano a chi lo scrive: dice più di quanto il suo autore intende. Essendo frutto di un’epoca, testimonia sull’epoca, anche contro o senza il consenso dell’autore; in questo senso, ogni libro è impegnato, anche se il suo autore si professa disimpegnato.

 

D. Come risponde la società contemporanea al lavoro dello scrittore? In quale considerazione tale lavoro dovrebbe essere tenuto e quale peso gli dovrebbe
 venire attribuito?

 

R. Se si intende “scrittore” in senso stretto, la società d’oggi risponde al suo lavoro meno vivacemente di prima, per l’evidente concorrenza della radio, della TV, del cinema, ecc. Quanto alla seconda parte della domanda, come formulare regole? Come scrittore, avrei piacere se molti leggessero molti libri e ne traessero giovamento, o anche solo divertimento, e privilegerei la lettura rispetto ad altre funzioni, ma simultaneamente penso che queste preferenze possono essere campanilistiche. Uno scrittore non è un vate né un profeta, e non ha ragione sempre: il peso che deve essere attribuito alla sua opera è estremamente variabile da caso a caso. Sta al lettore imparare a distinguere lo scrittore originale e onesto dal falsario e dal cortigiano.

 

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