Primo Levi e la vergogna
Il 27 di gennaio alle ore 20.30 al Teatro Ponchielli di Cremona Marco Belpoliti tratterà il tema della vergogna in Primo Levi con passi tratti dalle opere dello scrittore letti dall’attrice Federica Fracassi: “La vergogna da “I sommersi e i salvati”. L’evento è promosso dal Comune di Cremona e dalla Fondazione Teatro Ponchielli, in collaborazione con Doppiozero e Fondazione Hapax. In occasione di questo incontro, proponiamo una parte di un testo di Belpoliti che riprende alcune parti del capitolo sulla vergogna incluso nel volume Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda editore).
Perché io sì e lui no? si domanda in modo terribile l’ex deportato. La fortuna che mi è toccata è in qualche modo meritata, oppure no? Levi ha spiegato in altre occasioni, in particolare nelle interviste, di essere sopravvissuto per diversi motivi: perché giovane e allenato alle fatiche, perché chimico, perché fortunato. E poi, come scrive nel capitolo “La vergogna”, per aver applicato la regola enunciata da Ella Lingens-Reiner, una deportata: «Il mio principio è: per prima, per seconda e per terza vengo io. Poi più niente. Poi io di nuovo; e poi tutti gli altri». Sopravvissuto, dunque, senza aver resistito, senza essere stato un resistente, come altri nel Lager. Di più: sopravvissuto al posto degli altri. Gli altri, scrive, i sommersi, sono morti al mio posto. Perché? si domanda angosciato, ma anche con quel suo tono calmo, razionale, di chi pure sembra sporgersi sul bordo dell’abisso, e conclude: «Sopravvivono di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della ‘zona grigia’, le spie». Certo, si dice, «non era la regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola». Sono sopravvissuto per testimoniare? s’interroga con angoscia. Glielo dice un amico più anziano di lui – è l’assistente del laboratorio chimico dell’università raccontato in Il sistema periodico –, mite e dedito a una sua religione personale, che lo è andato a trovare al ritorno dal Lager: sei un eletto. Ti ha aiutato non il caso o la fortuna, bensì la Provvidenza. A Primo, ebreo non credente, laico e ateo, questa opinione appare mostruosa. La vergogna di essere sopravvissuto lo tallona da presso: si trova tra i salvati, «e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione», davanti ai propri occhi e a quelli degli altri: «Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti». Il suo senso di colpa è senza dubbio il risultato della razionalizzazione della propria angoscia, mentre è la vergogna a costituire il nucleo duro dell’angoscia stessa.
Ora, dice uno psicologo, Marco W. Battacchi, Levi, come ogni sopravvissuto del Lager, ha un problema: cosa fare della propria vita per meritarsela. La necessità della testimonianza nasce da qui, ma è una necessità avvelenata: è vivo per ricordare ciò che è stato – come gli dice l’amico –, ha una missione certa, ma questo ricordo, questa missione, continuerà a suscitare in lui l’angoscia invece di estinguerla. Si tratta di un doppio legame nel senso di Gregory Bateson: un nodo che non si può sciogliere. I veri testimoni, conclude al termine di questa pagina intrisa dell’angoscia del sopravvissuto, sono i sommersi, i «musulmani», i testimoni integrali, «la cui deposizione avrebbe avuto un significato generale. Loro, scrive, sono la regola, noi l’eccezione». Dunque, anche l’ufficio della testimonianza è vano: cerca di colmare un sentimento di vergogna e insieme di colpa, che non potrà mai colmare. Anzi: proprio la testimonianza accrescerà quest’angoscia, perché non può fare nulla contro ciò che è accaduto. Non c’è espiazione per questa colpa di essere sopravvissuto, la vergogna è totale, come accade a K., il protagonista del Processo di Franz Kafka con cui Levi finisce per identificarsi. La scrittura appare, dunque, a Levi l’unico modo per alleviare il suo senso di pena, per riparare al torto di essere sopravvissuto all’immane massacro. Tuttavia, e qui sta la seconda questione, scrivere è per lui anche il modo per toccare con mano l’angoscia laggiù, nel fondo vergognoso di se stesso, lambire il sempre presente senso di colpa, e risalire alla superficie.
Per questa ragione Levi insiste così tanto sulla chiarezza, contrapposta all’oscurità nell’atto stesso dello scrivere, perché l’oscurità lo insegue continuamente, essendo la fonte principale della sua vocazione di scrittore. C’è un altro paradosso: il fatto che Levi voleva essere scrittore ben prima della deportazione, scrittore e poeta, ma dopo Auschwitz non ha più potuto essere scrittore che «con Auschwitz». Non poteva più prescinderne, la sua vocazione era legata per sempre a quella esperienza. Il senso di colpa non si potrà mai colmare, e la vergogna non si estinguerà. Ora Levi è esposto a quello che nelle ultime pagine del capitolo definisce «un’altra vergogna più vasta, la vergogna del mondo». Quella che dovrebbe toccare tutti: il genere umano si è mostrato capace di un male assoluto, nel Lager, ma anche nei Gulag e nella Cambogia dei Khmer rossi. Molti non hanno voluto vedere, ma è tutto lì, davanti agli occhi. La vergogna non perdona, anche se si gira lo sguardo. Questo sentimento con cui si chiude il capitolo più angoscioso di I sommersi e i salvati evita di mettere in gioco in modo radicale – ma perché Levi avrebbe dovuto farlo, vista la sua palese sofferenza? – il problema della testimonianza. Avanza dubbi, ma poi finisce per allargare lo sguardo agli altri, a quelli che non sono stati nel Lager, quelli che non c’erano là dove si produceva la vergogna della distruzione dell’uomo attraverso l’uomo, a quelli che ancora non erano nati, a tutti gli uomini in generale, del passato come del presente e del futuro – a futura memoria.
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La redazione | Dizionario Primo Levi