La mente inquieta che regala tanta bellezza

La storia dell’arte, dell’architettura, della musica è stata insegnata sino a pochi anni fa per personalità oltre che per opere e solo dagli anni Settanta del Novecento l’attenzione degli addetti ai lavori si è posata sulla forma delle mostre che, in alcuni casi, hanno portato scompiglio nelle nozioni ordinate della nostra formazione scolastica. Mostre che indubbiamente hanno cambiato il rapporto tra pubblico e cultura, tra pubblico e museo, mostre che a volte guardano più a obiettivi turistici e commerciali, ma che comunque avvicinano l’arte al grande pubblico. A fianco di esse vi è il catalogo che aiuta a ricordare l’esperienza estetica vissuta osservando, molto spesso, per la prima volta opere che escono dai musei più importanti del mondo e dalle più prestigiose collezioni private.

 

Mostre che raccolgono opere di autori più o meno sconosciuti attraverso, a volte, percorsi eccentrici, ma non per questo meno interessanti. Per diversi decenni sono state le esposizioni, molto più degli studi accademici e specialistici, la forza propulsiva della cultura artistica. Questo fenomeno è spiegato molto bene da Anna Ottani Cavina in Una panchina a Manhattan (2019), che da storica dell’arte internazionale raccoglie nel volume le recensioni delle mostre da lei visitate nel corso della sua attività da studiosa. Anna Ottani Cavina afferma che le esposizioni sono state “vettori di molte idee di lunga durata” il che, nel tempo attuale del visual e digital non è un fatto di poco conto. La mostra What a wonderful world. La lunga storia dell’ornamento a cura di Claudio Franzoni e Pierluca Nardoni si situa in questo filone di pensiero, di storia e di critica. Non è una mostra collettiva come suggerisce la grafica, che trae in inganno riportando alcuni dei nomi degli artisti e delle opere presenti in mostra. Il visitatore si chiede, infatti, perché quelli e non altri suggerendo una chiave interpretativa distraente dall’impostazione generale del tema, tema molto difficile e complesso perché trasversale a tutte le arti e alla cultura: quello dell’ornamento. 

 

La mostra, che è divisa in diverse sezioni che attraverseremo, seppur velocemente, per evidenziare la profonda riflessione dei curatori e soprattutto con la speranza di dare una guida utile al lettore, inizia con un invito: Come ti senti oggi? Scegli il percorso in linea con il tuo stato d’animo

Proprio di fronte a questo invito è riportata la frase di Leonardo da Vinci che recita: Luce, tenebre, colore, corpo, figura, sito, rimozione, propinquità, moto e quiete; le quali sono dieci ornamenti della natura (1540?). Questi due binari di lettura della mostra aprono immediatamente un grande interrogativo che cronologicamente i curatori cercano di districare con sapienza, competenza e attenzione negli innumerevoli percorsi della storia dell’arte e della percezione. Già, ma cos’è la decorazione? Che rapporto ha con l’ornamento del corpo, dell’ambiente in cui l’uomo, non solamente moderno, vive o ha vissuto? Ovviamente, sia Leonardo che i curatori non forniscono una risposta univoca. Esse, così come le diverse risposte di artisti, teorici, architetti e designer delineano una storia intrigante, affascinante e a tratti bellissima dell’ornamento. Gli stessi storici dell’arte si avvalgono degli studi di antropologi, filosofi, scienziati per delineare una risposta coerente o quanto meno plausibile.

 

Già dalla prima sezione, dal titolo Natura Ornata, si evince che la Natura ha un ruolo fondamentale nella storia della decorazione: essa appare infatti all’uomo, sia nelle sue forme organiche sia in quelle inorganiche come il luogo della decorazione. Il mondo animale, ad esempio ci offre esempi innumerevoli, alcuni dei quali estremamente appariscenti come i pavoni, le farfalle o il fagiano argo.

 

Fagiano argo, Musei Civici, Reggio Emilia.


 Aspetti su cui Charles Darwin si sofferma lungamente con un linguaggio degno di uno storico dell’arte, piuttosto che quello di un biologo e naturalista: “belle tinte”, “squisite forme”, “raffinata bellezza”, “grande perfezione”. Ma la domanda, prima di tutte le altre, è: perché l’uomo ha inventato la decorazione, e soprattutto perché vede l’ornamento nella natura? Le varie teorie degli antropologi, degli scienziati e dei biologi ci riportano all’evoluzione del cervello e quindi della mente umana. Perché l’uomo ha sentito la necessità di decorare le pareti delle caverne, dei primi contenitori per il cibo, del proprio corpo con monili, ma anche con tatuaggi? Le teorie sono diverse e affascinanti: dallo sviluppo fisico del corpo, in particolare del pollice opponibile che diventa lo strumento di lavoro principe dell’ominide che a sua volta ha determinato il potente sviluppo del cervello e quindi della mente a scoprire il mondo, a progettare, a pensare prima del fare, di realizzare ciò di cui l’uomo ha bisogno per la sopravvivenza. Gli scienziati affermano che già 3,2 milioni di anni fa l’uomo era dotato del pollice opponibile come documenta M. Skinner, paleoantropologo dell’Università del Kent (GB). Grazie a questa possibilità l’Homo Erectus impara a cuocere i cibi, questa pratica consente di ricavare più calorie dalle sostanze consumate e di diminuire, di conseguenza, le ore dedicate all'alimentazione. Furono così superate le limitazioni metaboliche che negli altri primati non hanno permesso uno sviluppo del numero di neuroni e delle dimensioni del cervello proporzionale alle dimensioni corporee. Inoltre si avvia il processo di sviluppo della corteccia prefrontale che è una delle aree più interessanti e decisive per comprendere il pensiero astratto. Si sviluppa così la mente, termine con cui gli scienziati indicano una delle funzioni superiori del cervello, insieme alla nascita del linguaggio, un fenomeno tutt’altro che semplice e uniforme, considerato la guida dei pensieri e delle azioni in relazione agli obiettivi e agli aspetti di adattamento dell’uomo (E. Cassirer, Saggio sull’uomo. Una introduzione alla filosofia della cultura umana, Armando editore, 2004). La mente, però, è una mente inquieta che abbraccia la modalità del fare, che continuamente pensa, immagina, lavora, cerca soluzioni, si proietta all’esterno e inventa. È in quest’epoca che l’uomo inizia a decorare le pareti delle grotte, le ciotole e non di meno il proprio corpo. È forse un tentativo per trovare una soluzione apotropaica, spirituale, animistica per sopravvivere all’ignoto, alla paura della morte, per ingraziarsi gli spiriti?

 

Non solo. Scrive George David Haskell in Il canto degli alberi: Storie dei grandi connettori naturali (Einaudi, 2018): "Intorno al fuoco l’immaginazione [dell’uomo del Neolitico] prende il volo e si raccontano storie. Si parla dei legami e dei litigi all’interno delle reti sociali, di matrimonio, di famiglia, dello spirito del mondo. La fiamma sembra rinforzare la comunità umana, legandone più strettamente i fili. Le nostre menti, a quanto pare, sono particolarmente ben sintonizzate con il suono del fuoco. Nel laboratorio di psicologia, la pressione sanguigna dei soggetti sotto esame si abbassa, e la loro socialità aumenta quando viene fatto loro ascoltare il suono del fuoco crepitante. Invece, la vista di un fuoco silenzioso non genera alcun effetto.” Dal Paleolitico superiore, circa 17.500 anni fa, abbiamo un esempio eclatante: più di 6.000 immagini di animali, figure umane e segni astratti (decorazioni?) delle grotte di Lascaux. Un esempio tra i tanti, come è possibile osservare anche in mostra. 

Se i presupposti per lo studio dell’ornamento partono da queste basi, dalla storia dell’uomo, dalla storia della sua mente, l’argomento si fa ancora più interessante e per certi aspetti controverso. La domanda che pone la mostra è: la natura è ornata o è la mente dell’uomo che trova percorsi ideali per guidare la propria mente e attivare un processo di mimési, dove potersi riconoscere? È una storia fascinosa che ha attraversato la storia dell’arte e quindi dell’ornamento. La mostra propone nella prima sezione uccelli imbalsamati, disegni, incisioni, tempere per giungere alla pietra paesina. Un altro esempio calzante di come la mente dell’uomo vede ciò che non esiste e attraverso semplicemente la “nomina” di quell’oggetto, una pratica antica quanto l’uomo stesso, lo possiede, addomestica il mondo, come ha ben spiegato Ernst Cassirer nel suo saggio già citato. In ambito prettamente artistico Massimiliano Gioni nella 55 Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo Il Palazzo Enciclopedico, del 2013, una mostra sulla conoscenza, sul desiderio di sapere, dimostra questa tesi esponendo la collezione di pietre di Roger Caillois: scaglie d’agata, quarzi, ametiste che vengono titolati: Corona di Cristo, Occhio blu, Il piccolo fantasma ecc. Esse perdono la loro vera identità di pietre per assumerne un’altra, quella assegnata dal collezionista, dall’uomo, per affermare un’idea davvero suggestiva e cioè che anche la natura crea immagini, opere d’arte. Régis Debray nel saggio Vita e morte dell’immagine (Il Castoro, 1998) si chiede: “Perché vi è immagine piuttosto che niente?” Gli risponde Hans Belting nel suo saggio Antropologia delle immagini (Carocci, 2013) dove afferma che l’uomo è probabilmente l’unico essere vivente non solo a produrre immagini, ma è l’unico a dar loro vita. La sua mente, e con essa il suo corpo, è popolata da rappresentazioni proiettate all’esterno. 

 

Addentrandosi nella seconda sezione, Il corpo decorato, vengono analizzati vari tipi di interventi estetici sul corpo che variano a seconda del tempo e delle mode ma, come sostiene lo studioso viennese Alois Riegl, hanno un obiettivo primario: la ricerca di un’idea di bellezza. Un’attenzione speciale, proprio in merito anche alla lunga premessa, è riservata al corpo, alla pelle: a volte viene dipinta, tatuata a volte scolpita, scarnificata. Nelle varietà infinita di interventi sul corpo e per il corpo che i curatori illustrano con alcune pregevoli opere e documenti, propongono l’affiancamento di un’opera contemporanea di Claudio Parmigiani dal titolo Deiscrizione del 1972 che rappresenta uno scriba il cui corpo è ricoperto di ideogrammi misteriosi, un’opera di grande forza evocativa, che inaugura il dialogo incessante tra opere d’arte del passato e contemporanee, che accompagna il percorso della mostra.

 

Malcolm Kirk, Samo tribesman, Sokabi village, Western Province, 1978 © Malcom Kirk and the Metropolitan Museum of Art, New York.


La sezione Il fascino della vegetazione riprende di nuovo il dialogo con la natura che, ci spiega Ernest Gombrich in Il senso dell’ordine (Phaidon, 2010) “offre un campo d’azione in tutte le attività fondamentali [dell’artista] come “inquadrare, riempire, connettere” raggiungendo nella storia esempi oltre che interessanti anche di notevole bellezza. I capitelli d’epoca greca, poi romana, la ceramica, le legature, le cornici, le miniature, i paramenti sacri, fino a giungere alle moderne carte da parati di William Morris. Un percorso che viene declinato in innumerevoli modi, anche sofisticati, come ci illustra la sezione L’incanto dell’astrazione: intrecci, incroci e nodi dove Leonardo da Vinci e Dürer mettono in campo tutta la loro bravura senza mai perdere di vista il disegno, la forma, l’armonia, ma trasformando questo esercizio in una prova della capacità della mente di sapersi districare lungo un percorso abilmente tracciato. 

 

Noce di cocco, gusci intagliati, dalla collezione di Lazzaro Spallanzani, seconda metà del XVIII sec., Reggio Emilia, Musei Civici © foto Carlo Vannini.

 

Disegno di Leonardo da Vinci, Nodo vinciano, incisione, 1497-1500, Milano, Biblioteca Ambrosiana, Pinacoteca.

 


Non poteva mancare La scrittura come ornamento, sezione della mostra che si apre con una frase di Walter Benjamin: “Non c’è palazzo reale, né cottage di miliardario che abbiano provato un millesimo di quell’amore per la decorazione che è stato rivolto alle lettere dell’alfabeto nel corso della storia della cultura, per il piacere del bello e per onorarle al tempo stesso.” È possibile ammirare Liber figurarum di Gioacchino da Fiore poco distante da Women of Allah di Shirin Neshat (1957) e da Avere fame di vento di Alighiero Boetti (1988-89), facendo scaturire uno scatto percettivo interessante oltre che inedito.

 

Shirin Neshat, Women of Allah, 1994, Milano, Collezione Consolandi © Shirin Neshat.


Si giunge poi ad una cesura, alla fine di una utopia ornamentale che con l’Art Decò aveva invaso le abitazioni, rinnovando lo stile di ogni cosa, anche degli oggetti quotidiani. È l’architetto Adolf Loos nel suo saggio Ornamento e delitto (1908, tra. It. in Parole nel vuoto, Adelphi, 1972) in cui l’autore afferma che ornare le case, gli oggetti è un’azione diretta contro i principi morali di una civiltà, se si considerano gli aspetti sensuali, voluttuosi o persino erotici dell’arte della decorazione. Così facendo Loos apre nuove ere dove i razionalismi e i funzionalismi troveranno solide basi teoriche. Ma la lezione dell’architetto austriaco non è puntualmente seguita dalle avanguardie, così come analizza la sezione Le avanguardie artistiche: il ritorno al “rimosso”. Picasso, Braque, ma anche Malevič e Mondrian nel cercare la forma pura diventano “decorativi”. 

 

Tocca a Matisse che con la sua immaginazione, la sua mente libera, va oltre i dettami moralistici di Loos, giungendo a disgregare lo spazio razionale dell’occidente ispirandosi all’arte nord africana e introducendo nel suo linguaggio fluidità, musicalità e non trame narrative. Matisse ibridando le sue fonti visive supera la rappresentazione naturalistica restituendoci il percorso della sua mente, verso l’astrattismo. In mostra è proposto uno splendido esemplare del libro d’artista Jazz del 1947. 

 

Henri Matisse, Jazz (VIII Icaro), 1947 Paris, Tériade, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

 

Le suggestioni di questa mostra sono moltissime e ben documentate dai densi saggi dei curatori e dal Vocabolario, le cui voci sono compilate da storici dell’arte, da psicoanalisti, da scienziati, da letterati, da architetti che nel compilare il lemma suggerisco altri punti di vista dell’ornato. Il catalogo si pone quindi come un punto di arrivo, e certamente un punto di partenza, per lo studio dell’ornato grazie anche all’apparato della bibliografia generale.

 

Un’altra lodevole particolarità di questa mostra è quella di aver fatto dialogare opere d’arte, oggetti e documenti provenienti dalle collezioni locali, non sempre facilmente visibili, con opere provenienti da musei internazionali, oltre che aver valorizzato fatti artistici strettamente locali proiettandoli in un quadro più generale, ampio e complesso. È il caso della sezione dedicata all’esperienza della psichiatra Maria Bertolani Del Rio che fra il 1928 e il 1935 utilizza le decorazioni romaniche di epoca matildica per recuperare quello che rimane delle abilità dei bambini con disabilità intellettiva, dimostrando come il lento, ma preciso lavoro di ricamo e di decorazione su oggetti quali ceramiche e stoviglie, possa guidare e quindi recuperare la mente. Un esperimento che ha fatto storia, anche quella dell’ornamento. 

La mostra prosegue ai chiostri di san Pietro con l’esposizione di opere contemporanee che ci conducono fino ai giorni nostri. Una mostra, in conclusione che traccia le linee generali, metodologiche dello studio fenomenologico trascurando volutamente alcuni temi come la street art ma che è degnamente rappresentata da uno dei suoi più importanti esponenti: Keith Haring. La mente, quindi, non ha confini, la città, le metropoli diventano una scena urbana dove potersi esprimere senza limitazioni. La storia dell’ornamento è quindi anche la storia della mente inquieta, che regala tanta bellezza. 

 

(Un ringraziamento particolare a Marco Tamelli)

 

What a wonderful world. La lunga storia dell’ornamento. A cura di Claudio Franzoni e Pierluca Nardoni. Palazzo Magnani – Chiostri di San Pietro, 16 novembre-8 marzo 2010

Keith Haring, Untitled (Egypt), 1982, Milano, Collezione Consolandi © Roberto Marossi.

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