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La morte non può farmi male

A me piacciono tantissimo le poesie tradotte da altre lingue, perché sono ancora più improbabili delle poesie nella lingua dell’autrice o dell’autore e l’improbabilità che diventa possibile è una mia grande passione, fa tremare i bordi della realtà, la sconfina e le fa accogliere variazioni prima impensabili.

Quest’estate, grazie al mio amico RaiMondo, libraio in fondo alla città di Napoli, che l’ha pubblicata, e me l’ha mandata, leggevo Louise Glück e in Averno c’era scritto così: 

 

[…]

la morte non può farmi male

più di quanto tu mi abbia fatto male,

amata vita mia.

 

E pensavo: “Già, e invece che estraneo inavvicinabile abbiamo fatto della morte.”

Qualche volta, quando ci succede qualcosa di terribile, soprattutto se siamo piccoli, si cade fuori dalla storia e anche, qualche volta, dalla condizione umana. Un bambino che soffre moltissimo è perturbante e dunque cancellabile. Si diventa estranei a tutto e a tutti, anche alle parole, perché il terribile è spesso indicibile, anche alle immagini perché è inimmaginabile, non fa immagine, per questo non si dorme. Quindi l’estraneo non è che sia inavvicinabile, è che è caduto fuori dalla storia mentre noi siamo lì a decidere cosa ci stia e cosa sia da buttare fuori, cosa sia confacente e cosa sia eccessivo. (Per favore, non soffrire troppo, se no ti cancello.) Anche la morte è caduta fuori dalla condizione umana, anche la morte è eccessiva, solo il suo nome è rimasto, tutto impolverato da secoli e secoli di storia, ma è il suo nome, non è l’esperienza della morte. Scriveva Marina Cvetaeva di se stessa: “Esagerata, esagerata, cioè come nell’ora della nostra morte.”

 

Mi sono ricordata due video di Bill Viola che venivano mostrati in contemporanea, in uno una donna (credo la moglie) partoriva, in un altro una donna (credo la madre) moriva. La nascita era agitatissima, urlata, rosso sangue, la morte lentissima, silenziosa, bianca lenzuolo: una clessidra bucata, la sabbia che a poco a poco andava perduta.

E pensavo: “Ma se noi la smettessimo di considerare la morte un muro invalicabile solo perché non la conosciamo o ci siamo dimenticati di averla conosciuta, e non vediamo oltre il muro, avremmo una grande avventura in cui arrischiarci. Un’avventura di decifrazione e di segni sottili e di educazione al sentire e al percepire oltre l’apparenza. La discontinuità non è inabitabilità. E saremmo liberi. Chi ci ricatterebbe più? Quale minaccia di eterna condanna ci impedirebbe di esplorare? Quali risposte convenzionali? Quale malattia ci toglierebbe ogni prospettiva? Quale isolamento non sarebbe occasione per avvicinarla e annusarla?”

 

Non vuol dire perdere la scandalosità della morte, non sentire lo strappo, non vivere il mistero squassante dell’assenza, vuol dire però sapere che fa parte della vita. Come nel bosco, non esiste pezzetto di bosco senza vita e senza morte, abbracciatissime. In autunno, soprattutto, il bosco profuma di morte, di vivo che si trasforma attraversando la morte. Ribellarsi al pensiero convenzionale dell’orrida falciatrice che si insinua in noi. Stare immersi nel mistero. Imparare a soffrire, a dire addio e anche a svanire. Gli occidentali credono che tolga la voglia di agire. Non è vero, è che le azioni si aspettano con attenzione e cura. Sono intuizioni in movimento. Non ci si preoccupa più tanto, ma ci si occupa, tantissimo.

 

Se si perde il mito della vita felice e del benessere a tutti i costi, se si mette l’accento sul cambio di ritmo e non sull’illusione della stabilità, allora si attraversano tante variazioni di cui fanno parte anche la morte e le sue sfumature, i suoi presagi che non sono minacce, ma assaggi di altra dimensione, di spaesatezza. 

La morte continuerebbe a fare un male bestiale, ma ci guiderebbe i pensieri, le parole, le azioni, le illuminerebbe di consapevolezza, saremmo meno nello spreco e più nell’essenziale e nell’improvvisazione. Perché lo straniero deve essere per forza un nemico? Nella Bibbia non era spesso un angelo travestito? E cosa c’è di più straniero della morte? Piano piano, zitta zitta, io la avvicino, la annuso, la mangiucchio, la assaporo. Le do delle possibilità, di asilo, di parola, di sorpresa. Stiamo a vedere cosa ne verrà fuori da questa spaventata e avventurosa relazione. 

 

Leggi anche:

Quaderno 1 | Imparare a salutarci

Quaderno 2 | Marina Cvetaeva e la tazza di mio padre

Quaderno 3 | Il bosco e l'asino bianco

Quaderno 4 | L’insonnia infermiera

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Opera di Andrew Wyeth.