La rivoluzione si impara a memoria

Ha quarantatré anni, ed è il direttore artistico del Teatro Nacional D. Maria II di Lisbona da quando ne ha trentasette: il portoghese Tiago Rodrigues è senza dubbio da aggiungere alla rosa dei nomi più interessanti della scena europea, accanto ai sempre citati Milo Rau e Rimini Protokoll.

In Italia, negli scorsi anni, non lo hanno accolto le grandi stagioni cittadine o i teatri stabili; a ospitarlo sono stati piuttosto gli avamposti del nuovo, come Centrale Fies a Dro e Short Theatre a Roma. Un’occasione mancata, se è vero che gli spettacoli di Rodrigues riescono a tenere in perfetto bilanciamento le strutture del teatro classico e i linguaggi del contemporaneo, e a coinvolgere così pubblici differenti.

 

By Hearth.


Finalmente, a presentare Rodrigues alla città di Milano ci ha pensato Triennale Teatro, dedicando all’autore e regista portoghese un focus di due spettacoli: By Heart, scritto e interpretato dallo stesso Rodrigues, e Sopro, messo in scena con la compagnia del Teatro Nacional. Averli a disposizione entrambi è una grande opportunità: di vedere buon teatro, innanzitutto; e poi di comprendere, attraverso la diversità delle due performance, il filo rosso che collega la prassi compositiva dell’autore. Rodrigues, va detto subito, è un drammaturgo straordinariamente interessante, forse più di quanto lo sia come regista. L’estetica dei suoi spettacoli si adatta, come una conseguenza coerente, alle istanze della sua scrittura; ma non è certo sul piano visivo che si gioca la partita più importante. Come vedete – scherza Tiago in una scena di By Heart – questo è teatro contemporaneo: “lo capite dalla mia t-shirt e dalle luci accese in sala”. Dietro questa battuta sorniona si nasconde la consapevole poetica di Rodrigues: conosce bene i trend e i linguaggi della sperimentazione, se ne appropria quando serve, li attraversa e li supera quando deve andare altrove.

 

Così opera anche con le formule à la page del teatro partecipativo, che dichiara di odiare proprio mentre ne fa uso: in By Heart dieci spettatori sono chiamati a imparare a memoria e poi a recitare collettivamente il sonetto 30 di William Shakespeare. L’intera durata dello spettacolo (variabile dai 90 ai 120 minuti) coincide, di fatto, con il tempo di memorizzazione degli spettatori, che diventano a tutti gli effetti personaggi e protagonisti della performance; Rodrigues è abile a catalogarli per tipologie (timido, esibizionista, bastian contrario) e a giocare nella comunicazione a specchio tra quel primo pubblico sul palco e quello che lo osserva in platea. Ci si rende conto ben presto che la forma interattiva utilizzata non è affatto uno stratagemma alla moda, ma l’unico modo possibile per veicolare la riflessione che più urge: la memoria dell’essere umano non solo come straordinaria risorsa personale, ma anche potente vettore politico. L’atto del memorizzare degli spettatori viene accompagnato da aneddoti personali a tema raccontati dal performer (veri o inventati? poco importa) citazioni colte (si passa dal nume tutelare George Steiner fino a Pasternak), esempi paradigmatici delle piccole-grandi rivoluzioni della memoria (Fahrenheit 451, naturalmente). Si ha la percezione, circa a metà dello spettacolo, di aver già colto il punto e di dover semplicemente attendere il compimento del meccanismo drammatico. Ma il finale, pur ampiamente atteso, prende comunque in contropiede lo spettatore con una ben bilanciata miscela di emozioni: la sottile paura che i dieci malcapitati dimentichino qualcosa, mandando a monte gli sforzi di quasi due ore di spettacolo; la commozione per quell’atto di memoria condiviso fin dall’inizio, e per il suo significato; la sensazione di aver partecipato – e questo del resto dovrebbe essere il teatro, fin dalle sue origini – a un piccolo rito collettivo, che si riversa anche in strada dopo gli applausi, nei piccoli crocchi di persone che si ripetono l’un l’altra versi del sonetto tornando verso casa. 

 

Sopro, ph. Christophe Raynaud de Lage.


La stessa dinamica fruitiva, mutatis mutandis, si produce con Sopro. Al centro della drammaturgia, qui ben più articolata che in By Heart, si staglia la figura di una suggeritrice. La vicenda è semplice: c’era una volta un direttore artistico che un bel giorno chiese a una suggeritrice di interpretare sé stessa. Al centro della scena? Lei che è sempre stata dietro le quinte? Impossibile! Eppure, alla fine, il direttore la convincerà. Il gioco metateatrale prevede, naturalmente, che un’attrice professionista assuma la sua parte e che sia proprio lei, la suggeritrice, a sussurrarle le battute all’orecchio per tutta la durata dello spettacolo. Rodrigues si diverte a raccontare un teatro di chiaroscuri e di ombre a cui gli spettatori normalmente non hanno accesso: quello delle battute dimenticate, degli aneddoti di compagnia, delle Antigoni che vanno in scena ancora e ancora, di quella storia d’amore segreta, di quell’angolatura del volto di un attore che si vede solo dalle quinte, della meta-drammaturgia composta da tutte le drammaturgie ascoltate per una vita. Anche qui, come in By Heart, il meccanismo si fa comprendere subito, nel suo intreccio tra i tre piani drammatici, in quel mescolare verità e fiction, battute della storia del teatro e del quotidiano. Ma anche qui il finale atteso, con la suggeritrice che prende parola per assumere finalmente quel ruolo che la professione e l’esistenza le hanno negato, spezza il fiato a dispetto della prevedibilità: non c’è cosa più bella di quando il teatro riesce a condensare sul palco, in una sola battuta, l’essenza di una vita intera.

 

L’impianto dello spettacolo, con sei ottimi attori professionisti e una scenografia che starebbe benissimo in una messa in scena di Ibsen, sa raccontare quello che ha in mente Rodrigues: infischiarsene di ogni genere di target. Nessuno steccato tra i pubblici, innanzitutto: i suoi spettacoli stanno a pennello in una sala off o nel grande palco di un teatro nazionale e appassionano indifferentemente critici, addetti ai lavori, e anche gli spettatori di “primeira vez” (il progetto del Teatro Nacional dedicato al pubblico che va per la prima volta a teatro). La stessa allergia per le etichette e i ghetti si percepisce in tutta la produzione di Rodrigues, che da uno spettacolo all’altro gioca con i generi, i registri e i codici; e così la sua scrittura colta e ironica potrebbe adattarsi con agio a un romanzo come a una sceneggiatura cinematografica. Di una simile libertà, della capacità di aggirare con humour attese e definizioni, sentiamo la mancanza da queste parti. 

 

L’ultima immagine, di Sopro, è di Christophe Raynaud de Lage.

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