La solitudine della madre

Vivarium è un fantathriller psicologico, una perturbante allegoria, un incubo surreale la cui visione mi è stata proposta dalla quattordicenne di casa. Si tratta del lungometraggio d’esordio del regista irlandese Lorcan Finnegan, che ne ha scritto soggetto e sceneggiatura. Presentato al Festival di Cannes del 2019, il film è ambientato in un loop di infinite villette verde pastello, sotto un cielo fittizio punteggiato da identiche nubi seriali. Una giovane coppia in cerca di casa viene condotta in questo labirinto di casette disabitate da un singolare agente immobiliare che improvvisamente sparisce. I due cercano di uscire dalla trappola ma girano in tondo, non c’è segnale di servizio telefonico e la benzina finisce. Nessuno può uscire da quel sogno fittizio, ma loro non lo sanno ancora e così si fermano a dormire nel panopticon numero 9, il villino loro assegnato, pensando sia solo per una notte. Con sorpresa, la mattina seguente, trovano del cibo davanti alla porta, in una scatola anonima, in confezioni asettiche sottovuoto che preservano da tutto, anche dal gusto. Il secondo giorno, nel pacco che si materializza non si sa come, trovano un neonato con il biglietto “Crescetelo e sarete liberi”.

 

E, così, il bimbo cresce a una velocità non umana: è un freddo divoratore che tiene in pugno i genitori. La storia ha un epilogo in cui la ripetizione della vita e delle generazioni appare, in quelle condizioni, insensata. È un film sulla solitudine estrema della famiglia contemporanea quando si chiude nella casetta asfittica, luogo simbolo in cui l’unico compito dell’esistenza è la crescita dei figli e in cui ci si dimentica della propria vita. Seguendo l’identico copione che si ripete nelle famiglie attuali, anche per la giovane coppia ben presto l’eros si spegne, la madre dorme col bambino, il padre dissente senza successo sul piano di crescita di un figlio a cui la moglie, invece, si sottomette. L’uomo, prima, era un giardiniere – metafora fin troppo ovvia della funzione paterna – ma, al posto di piantare e far crescere la vita, comincia insensatamente a sfogare la propria frustrazione scavando un buco sempre più profondo nell’angusto giardinetto del villino, un antro che assumerà ben presto le caratteristiche di una enorme tomba in cui l’uomo finirà per crollare ogni sera, morto di sonno. La madre, la cui professione era quella di maestra d’infanzia, vinte le prime riserve, si dedica con abnegazione a quel figlio alieno che cresce troppo in fretta: ma, in fondo, non si allude qui alla caratteristica di ogni figlio, quella di essere un po’ un alieno che cresce troppo velocemente? Non è proprio di ogni bambino l’essere diverso da ciò ci aspettavamo, l’essere perturbante e profondamente diverso da noi? Non diciamo sempre: appena ieri era un bambino che ci cercava e ci voleva tutte per sé e un attimo dopo ci siamo trovate per casa un adolescente perfettamente estraneo e in guerra contro di noi? Con macabra ironia il titolo Vivarium racconta la morte per clausura di quelle famiglie votate a spendersi totalmente e insensatamente nella crescita di figli che, dopo aver divorato la vita di genitori sacrificali, si ritrovano svuotati di umanità.


Questo film mi ha fatto venire in mente la novella orientale Bimbo Zombi raccontata nel K-Drama coreano It’s okay to not be okay. Mentre il mondo occidentale è impegnato a disgiungere l’infelicità individuale dalla propria storia, riducendola a una ancora indimostrata casualità di geni, ecco che l’altra adolescente di casa, questa volta la diciassettenne, mi propone la visione di uno di quei K-Drama in cui il legame tra famiglia e disagio psichico è quasi sempre l’argomento privilegiato. Guardare ciò che i ragazzi guardano, anche quando non è il nostro genere, è un esercizio di umiltà che non lascia mai a mani vuote né a mente vacua. Nella fiaba che il protagonista – non casualmente – si trova a leggere, una madre si accorge che suo figlio non prova nessun tipo di emozione e non desidera altro che mangiare come uno zombi, impossibilitato a staccarsi dal nutrimento senza limite che lei gli ha offerto. Così la madre lo chiude in cantina perché la gente non veda la sua strana insensibilità e ogni notte ruba un animale intero per sfamarlo. Strana cura l’isolamento che, a tale crimine, aggiunge anche quello del furto. La madre preferisce occuparsi da sola di un’alterità che, come tutte le divergenze, andrebbe invece socializzata. Anni dopo scoppia un’epidemia, animali e uomini muoiono. I sopravvissuti lasciano il villaggio, ma la madre non abbandona il figlio recluso, né lo libera e per placare la sua fame. Avendolo abituato ad essere una bocca vorace, non le resta che tagliarsi una gamba e offrirgliela in pasto, poi un braccio e via via tutti gli arti. Abituato alla passiva assimilazione di ciò che lei, e solo lei, gli procurava, quando non le resta che il busto, abbraccia suo figlio così che lui possa divorarla. La plusmadre è quella che si occupa totalmente di un figlio e lo cura lasciandogli il suo corpo a portata di mano ogni notte, un corpo che non gli si sottrae mai, così come il suo seno è sempre offerto. In lei, spossata, si dissecca la donna e la vita che un tempo la abitava.

 

La metafora del divoratore ci riguarda tutti, soprattutto nella solitudine pandemica in cui, stando alle statistiche, ci siamo ingozzati di cibo e di beni come piccoli attaccati al ricco seno capitalista. Il ritiro pandemico ha radicalizzato il nostro vorace succhiare quel latte avvelenato di un mercato che ci vuole insensibili divoratori, claustrati e anestetizzati.
Mangiare la madre è il tema di un’altra “favola”, quella illustrata da Maurice Sendak, in cui un neonato piange, la mamma gli dà il seno che lui ingurgita voracemente insieme al latte; poi le mangia la spalla, la guancia, la testa e infine, dopo che ha divorato la mamma intera, il neonato si rizza sullo sgabello dove lei era seduta, ben saldo sulle gambe, in atteggiamento vittorioso e folle. Il figlio del film Vivarium, sentenzia: “Lo scopo di una madre è crescere un bambino e morire”.
Il bambino di Sendak si è divezzato a spese della mamma: ciò potrà fare di lui il futuro perverso per il quale gli esseri umani sono oggetti d’uso, da consumare. La madre che si lascia divorare è quella che non si separa, quella che non può stare senza suo figlio, qualunque ne sia il prezzo. La madre che si separa, al contrario, è quella che non dimentica il suo essere donna e non affoga il suo femminile nel materno: è lei quella che non sarà mai sola.

 



La madre più sola di tutte è quella dell’hikikomori. 

L’hikikomori è un giovane che vive in un ritiro auto-aggressivo, che si consuma “consumando” i genitori, decaduti a servitori di cibo che lui aspetta davanti alla porta – come gli anonimi pacchi di Vivarium –, una soglia ben presto sbarrata a chiunque, che non si potrà varcare mai, nemmeno per pulire o, nei casi più severi, per gettare via gli escrementi. Ridotto a feto, installato nella sua cameretta-utero, l’hikikomori non desidera crescere, uscire, avere una vita sociale. L’hikikomori si nutre di una madre che prima si è nutrita di lui. Non tollera la separazione da lei e nello stesso tempo non vuole esserne divorato, e così procede a quel distacco ambiguo che consiste nell’allontanarla chiudendola fuori e, al tempo stesso, restando iper-dipendente da lei dato che abita uno spazio uterinizzato. È lo stesso movimento ambiguo dell’anoressica. In entrambi i casi, i soggetti si sottraggono alla vita murandosi in un corpo che non vogliono mettere in relazione con l’altro. Il corpo dell’hikikomori resta al di qua della sessualità, non attinge alle insegne falliche del corpo maschile, come quello dell’anoressica si tiene al riparo dalla possibilità femminile di sedurre e generare. Entrambi permangono in un’organizzazione affettiva e corporea prepuberale.  Nel ripiegamento anoressico, l’hikikomori si protegge dalla vita: non domanda niente, non disturba mai, vuole “solo” stare tranquillo.

 

Una certa fissazione alla madre primitiva accomuna le due forme di ritiro alla vita: entrambi, anoressica e hikikomori, adottano soluzioni di tipo larvale e, allo stesso tempo, vorrebbero smarcarsi da questa posizione succube. L’anoressica non vuole mangiare cose diverse da quelle prodotte dal corpo materno e l’hikikomori sogna l’utero come luogo sicuro. Entrambi restano fissati al corpo della madre e utilizzano una fallimentare strategia inconscia per difendersi dalla pulsione al ricongiungimento con lei. Hikikomori e anoressica, al di là delle loro differenze fenomeniche, si difendono tenendo in scacco la madre, ricattandola col loro sintomo mortifero, introducendo in lei un’angoscia a causa del loro flirt con la morte. L’onnipotenza materna, che fino a quel momento entrambi hanno subìto, ora diventa la loro e si scarica su di lei. Lasciarsi divorare dai figli ha i suoi costi. 


Nell’ospedale giapponese in cui esercita lo psichiatra Saito Tamaki – il primo che ha nominato e descritto il sintomo hikikomori – molti ragazzi sono ossessionati dall’igiene personale e, non potendo fare a meno di lavarsi, hanno costantemente le mani in una condizione tale da sembrare senza pelle. Spesso, egli racconta, pretendono che sia la madre a compiere queste azioni ossessive e il minimo cenno di rifiuto provoca in loro reazioni di violenza verso di lei. Richiedere la “cura” delle mani della madre da parte del ragazzo ormai adulto non fa che ripetere, fuori tempo massimo, le cure neonatali. La dipendenza è il terreno su cui l’hikikomori nasce. Gli psichiatri giapponesi Takeo Doi e Tamaki Saito, nelle cui strutture sono passati migliaia di casi, dicono che l’hikikomori esercita violenza in casa perché ritiene la famiglia responsabile del suo ritiro. Se c’è un taglio feroce è perché il cordone con la madre non si è potuto recidere in altro modo. L’impossibilità della separazione ha esiti imprevedibili e non raramente cruenti. In Giappone molti hikikomori che si trovano “a bagno” nel sintomo simbiotico, diventano violenti con i familiari. La violenza manifestata è direttamente proporzionale all’attaccamento: più esso è stato esclusivo, incestuale, assoluto, erotizzato, più lo strappo sarà violento e atroce. Evitare quest’inferno è procedere a una separazione che deve iniziare dalla madre: a lei il compito di sottrarsi. Gli adolescenti vittime di simbiosi possono diventare, a loro volta, carnefici dei genitori. 

 

Pur trovandoli talvolta brillanti, difficilmente possiamo non accorgerci che i nostri adolescenti sanno essere contemporaneamente non presenti a loro stessi, svuotati di vita e, allo stesso tempo, anche violenti, in una goffa imitazione degli zombie dei film horror che si risvegliano solo per distruggere e divorare. Il divoratore è uno zombi senza vita: il consumatore perfetto è preparato dalla madre troppo premurosa, sempre in offerta dei suoi preziosi beni.

Il lamento della madre usata, sfruttata, divorata è la canzone della madre iperprotetettiva, della plusmadre. Alcune madri si rendono talmente indispensabili ai loro figli da essere convinte che il loro compito sia di metterli in vita a ogni istante, di sorreggerli come neonati per sempre e, pur di non farsi da parte, li rendono disabili all’esistenza. Eppure, gli adulti sono solo comparse nella vita dei figli, coprotagonisti che devono presto tramontare e invece, pur di non decadere dal trono, arrivano a dedicare l’intera vita ai figli e possono passarla a farsi divorare e a servirli. In effetti, il prototipo della plusmadre è quello di colei che ti sottomette servendoti.
Se tutto va bene, verrà sacrificata. E nel frattempo è lei la madre più sola, sì, proprio la plusmadre, a dispetto della sua casa invidiata dalle altre perché abitata da figli già grandi e ancora dipendenti da lei come bimbi.

È lei la più sola, perché ha perso se stessa. 

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