La madre pazza

1 Agosto 2022

La drammatica storia che Alessia Pifferi ha portato sulla scena del mondo è stata un trauma collettivo, di quelli che dovranno indurre a pensieri e ripensamenti. Tuttavia, prima che l’atto superiore della riflessione abbia la meglio, la comunità ha reagito con l’odio, proprio come si fa di fronte a un pericolo, con l’amigdala – il nostro congegno d'allarme – al massimo, senza modulazione della corteccia cerebrale.

Le persone, soprattutto le madri turbate dal gesto di Alessia, hanno cercato un’euristica sbrigativa, una scorciatoia cognitiva, un’ancora allo smarrimento, ripetendo come una litania un pregiudizio: non è una madre, è una criminale e va punita, preferibilmente con la stessa algida ferocia che lei ha usato sulla sua piccola. Non pochi i commenti di un pubblico, prevalentemente femminile, che indugiavano sulla descrizione della morte lenta e atroce che Alessia avrebbe meritato, con sofferenze pari a quelle che ha fatto subire alla sua bambina, come se questo immaginario macabro fosse in grado di alleviare la loro angoscia.

La barbarie in fondo non è che uno stereotipo cattivo: la convergenza su parole non pensate. Lo diceva bene Furio Jesi a proposito della produzione della macchina ideologico-linguistica delle destre: una “trama di luoghi comuni, stereotipi, frasi fatte, formule che paiono chiare ma che non richiedono di essere capite, che anzi sembrano chiare proprio perché non devono essere capite: riducendo le parole a ciò che sarebbe già in noi prima di tutte le parole”, cioè ad esempio il sangue, il bios, la terra: tutti luoghi comuni del materno, oltre che del totalitarismo. 

E allora vale la pena di ricordare un certo estremismo insito nella Madre – nessuna esclusa – quella distruttività evidente nel motto “come ti ho fatto ti disfo”, minaccia comune delle madri, efficace perché a livello inconscio il bambino sente che l’amore della madre può essere anche danno. Conosciamo le immagini che hanno veicolato, per il pensiero psicoanalitico, l’ambivalenza del materno: il seno buono e il seno cattivo di Melanie Klein; la madre coccodrillo di Jacques Lacan; la madre che, per essere una buona madre, può essere solo sufficientemente buona, come ci spiega  Donald Winnicott.

In quel “sufficiente” c’è tutta la garanzia che è possibile – e utile – sperare. Per ogni materno. Soprattutto quello che si erge a puro amore, paladino e rappresentante di ogni possibile bontà elargita alla propria creatura: una costruzione difensiva in cima alla quale abbiamo visto in questi giorni gettare secchiate d’odio sulla sventurata Alessia, forse anche più feroci che su Marina Patti, l’accoltellatrice della figlia dopo la merenda: un dato interessante su cui torneremo. 

Alessia ha certamente commesso un crimine, su questo nessuno fa sconti e la giustizia per prima, al punto che sembra non voler concedere la perizia mentale per timore del conseguente e probabile sconto di pena, cosa che lascerebbe insoddisfatta la voglia di patibolo della piazza. Cercare le cause psicosociali di un evento è diventata un’abitudine talmente obsoleta che ogni indagine in quella direzione è letta come giustificazione.

Mi sono presa la briga di leggere, insieme ai moltissimi consensi, tutti gli improperi che un mio post su Istagram ha suscitato quando ho scritto, nella prosa sintetica del mezzo, che “spiace vedere come siano le donne ad aver scritto i commenti più feroci su Alessia. Non possiamo dimenticare quante madri vengano destabilizzate dall’essere diventare madri. Che questa tragica vicenda ci faccia pensare, non solo giudicare. E soprattutto non gioiamo se la lasciano, come sembra ad oggi, senza perizia psichiatrica. Altrimenti ci uniremmo al coro di quelli per i quali non esiste la madre pazza.”

Allora chiediamoci chi è la madre pazza. Per non citare che gli ultimi casi di cronaca italica, è sicuramente l’abbandonica Alessia Pifferi ed è anche Martina Patti l’accoltellatrice della figlioletta di 4 anni a cui aveva appena preparato la merenda (merenda e coltello: quale simbologia descrive meglio i poli estremi dell’ambivalenza materna?). La Patti ha ucciso perché, come ha dichiarato, gelosa della nuova compagna del padre, cioè della matrigna moderna, quella che non arriva dopo la morte di una madre ma che, per milioni di bambini, ci convive.

In questo, come nell’altro caso, c’è una fragilità circa la propria funzione materna. Ma perché Martina la si è odiata meno? Perché nell’assassinio cruento c’è quel raptus, parolina magica che tutto spiega non dicendo niente (come le formule che non hanno bisogno di parole di Furio Jesi), che assolve, allevia, chiude a ulteriori indagini psicologiche e collettive. Nessuno è responsabile. Il raptus arriva, ti cattura, e oplà, ti rapisce, come dice l’etimologia, come sollevando il soggetto da ogni responsabilità: è per questo che piace tanto. Eppure, nessun raptus sorge out of the blue, all’improvviso dal nulla, ma c’è uno stato patologico preesistente anche se spesso non riconosciuto.

La Patti e la Pifferi sono madri che non hanno potuto affrontare il lato oscuro della maternità – che c’è sempre, più o meno evidente, più o meno ascoltato – e non hanno potuto farlo perché a loro volta donne abbandonate che, lasciate mortalmente sole, non hanno saputo che generare altra morte. Dove erano le reti femminili, per esempio famigliari o amicali, per queste due donne?

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La Pifferi, che ha lasciato morire la figlia, aveva detto, mentendo, che la madre era morta di Covid. Perché maternità e morte sono così legate per Alessia? Non lo sapremo forse mai, ma la domanda va comunque posta. E allora chi o cosa voleva abbandonare? Ha partorito nel bagno del compagno, pare in vasca, tuttavia in un gabinetto e non in ospedale: forse con un significato espulsivo-escrementizio che la bambina aveva già prima di essere lasciata morire senza latte tra le sue feci? Una maternità espulsiva, un frutto del suo seno gettato come un ab-jectum (secondo la fenomenologia dell'abiezione né soggetto, né oggetto) nel buco del reale più reale che esista, un bagno: una maternità per così dire fecale, rimasta per lei un insimbolizzabile.

 Si spacciava per psicologa infantile, Alessia: un tentativo delirante di inquadrare la propria di storia? Qualcuno, la madre, il padre o la sorella con cui non parlava più, ha mai “visto” questa donna?

Anche Medea ha ucciso i figli quando non è stata più “vista” dal mediocre Giasone (diciamolo, Medea si è data tanta pena per uno che non era poi un granché, che, ad esempio, lasciò a lei il compito di fare fuori il proprio zio perché lui potesse usurparne il trono). 

Medea, come la Patti, preferisce uccidere i suoi figli piuttosto che affidarli alla nuova sposa del marito che pure, accogliendoli, li salverebbe dall’esilio: Medea non può pensare i suoi figli in relazione intima con un’altra donna. 

Le madri che uccidono spesso vogliono cancellare le tracce di un amore perduto: un genitore che le ha malamate, un amante rifiutante di cui cercare la moltiplicazione per vedere se c’è qualcuno al mondo che ti può volere bene. Il nuovo compagno diventa così importante da farle abbandonare la figlia, perché? Non dimentichiamo che ha 20 anni in più: forse occupava una immaginaria posizione paterna per Alessia? Forse pensava che lui le potesse offrire una qualche ragione di vita, che potesse colmare il buco delle speranze infantili di Alessia andate deluse? Ma una bambina può forse occuparsi di un’altra bambina?

Le madri infanticide vogliono sempre, consciamente o meno, “salvare” il figlio da un qualche pericolo: se non dal padre o dalla matrigna, spesso da loro stesse. Come se le infanticide non potessero immaginare un altro destino per i figli che non quello sbrindellato che hanno avuto loro.

Chi ritiene di non aver mai pensato al figlio come a un peso o mente o è nel fanatismo ideologico (che poi è sempre menzogna) della maternità. Immaginarsi come Madre mai attraversata da pulsioni distruttive verso la prole o sentirsi così fragili da temere che la matrigna possa essere una madre migliore, o abbandonare la figlia perché si è disperatamente in questua di amore, sono facce diverse della stessa difficoltà di essere madre.

Le madri assassine – abbandoniche come Alessia o iperaccudenti come Medea – sono tutte incompetenti nell’ambivalenza materna, di quell’altalena salutare tra amore e separazione che richiede non solo equilibrio ma anche un sistema collettivo di pensiero, un paradigma consolidato nel collettivo, un mainstream concettuale sulla fragilità materna che oggi non esiste. La madre fragile, bisognosa, destabilizzata dalla maternità, in pericolo su un abisso, è un tabù. Inscalfibile, finora. La narrazione contemporanea, infatti, è quella di una madre che, partorendo, acquisisce poteri ma soprattutto saperi ad altri negati: il famoso “quando avrai figli tuoi, saprai”, come se il partorire rendesse di per sé più sagge. Tuttavia, la storia di Alessia dimostra che non è vero, racconta che partorire non basta affatto.

La madre divenuta poi assassina, prima è stata sputata fuori dal cerchio magico delle madri sapienti che invadono i social con consigli e prescrizioni, dall’allattamento al cosleeping, quelle che fanno credere (e che credono) che diventare madre dia riconoscimento e stabilità, che si sia arrivate da qualche parte, che si trovi quel rispetto e considerazione che magari prima non si aveva. 

Ed è per questo che allora dovremmo anche riconoscere il desiderio di non-maternità: se ci fosse maggiore considerazione per quelle che desiderano non essere madri, avremmo fatto un passo avanti come donne e ci sarebbe un tabù in meno. E forse l’Alessia che può albergare in ogni madre, se riconosciuta, si potrebbe utilmente separare dal bambino invece che abbandonarlo. Potrebbe chiedere aiuto perché non si percepirebbe così totalmente estranea a quello che sembra un inno al comune sentire del materno – anzi del plusmaterno – oggi dominante e spavaldo. 

Per chiedere aiuto ci vuole coraggio e intelligenza – qualità non distribuite invero con larghezza nell'umano – in mancanza delle quali servono reti, quelle famigliari ad esempio, come quelle che hanno a disposizione molte madri senza nemmeno chiederle, anzi magari lamentandosi – qualche volta giustamente, qualche volta no – dell’invasione della suocera. Infatti, per molte madri contemporanee ogni adulto che si prende cura del loro bambino è un concorrente d’affetto, ma qui si apre un altro capitolo, quello del danno materno per ipercura, l’altra faccia – anch’essa distruttiva – dell’abbandono del bambino. 

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