Leopardi a Lapedona: traduzione e anagrammi

È curioso dover parlare di traduzione a Lapedona su invito di Fabio Pedone. È ancora più curioso se poi si scopre che fra gli organizzatori ci sono anche Maria Pedonesi e Andrea Pedonesi. Ma imbarazzante, oltre che curioso, per un non marchigiano, parlare di Leopardi a Lapedona, dove c’è tra l’altro una piazza dedicata al poeta. Fra Pedone, Pedonesi e Lapedona il gioco è evidente, ma anche tra Leopardi e Lapedona ci sono molte affinità, a parte la piazza: Lapedona è quasi un anagramma del cognome del poeta.  Sei lettere su otto. Un caso? Certo. 

 

Come forse è un caso che un anagramma di Leopardi sia L’opera di: L’opera di Leopardi. Una specie di immagine specchiata, in cui però i singoli componenti nell’immagine riflessa sono mescolati. Pensate a un traduttore che debba tradurre il semplice sintagma nominale “L’opera di Leopardi” sapendo che dentro c’è anche un anagramma e magari con l’intenzione di rispettare quel vincolo… Un bel problema.

 

Ecco altri anagrammi di Leopardi: Deplorai, Lapiderò, Le parodi, L’adoperi, Lo predai… Volendo si potrebbe cercare di metterli assieme in un brevissimo dialogo traduttologico a più voci: 

 

Molti sosterranno, con Croce, Jakobson e tanti altri, che la poesia è intraducibile:

Sempre deplorai chi tradusse l’opera di Leopardi”, disse un famoso critico impettito.

“Lapiderò chi tradurrà l’opera di Leopardi”, disse il purista insoddisfatto di tutto.

A questo punto intervenne un amico, un po’ codardo: “Si corre il rischio che tutte le traduzioni delle poesie di Leopardi diventino delle misere parodie. Un consiglio? Non farlo, finisce che tu le parodi e basta.

“Ma no, come disse Troisi a Neruda ‘La poesia non è di chi la scrive, ma di chi gli serve’ e dunque è bene che tu l’opera di Leopardi l’adoperi, anche traducendola, se serve!”, ribatté un amico avventuroso. 

“Ottimo suggerimento, pensai”, 

e Lo predai dell’idea!

 

Detto questo, il mio anagramma preferito di Leopardi è di parole: Leopardi di parole.

Così come il mio preferito di Giacomo è O magico.  Giacomo Leopardi: O magico di parole, oppure, più poeticamente, Leopardi Giacomo, O di parole magico!

 

E per associazione mi viene in mente una bella poesia di Nabokov, del 1944, che si intitola The Poem e che riguarda appunto la poesia e la composizione poetica. Una poesia sulla poesia.

 

Not the sunset poem you make when you think aloud,

with its linden tree in India ink
and the telegraph wires across its pink cloud;

not the mirror in you and her delicate bare
shoulder still glimmering there;
not the lyrical click of a pocket rhyme--
the tiny music that tells the time;

and not the pennies and weights on those
evening papers piled up in the rain;
not the cacodemons of carnal pain,
not the things you can say so much better in plain prose --

but the poem that hurtles from heights unknown
-- when you wait for the splash of the stone
deep below, and grope for your pen,
and then comes the shiver, and then --

in the tangle of sounds, the leopards of words,
the leaf-like insects, the eye-spotted birds
fuse and form a silent, intense,
mimetic pattern of perfect sense.

 

Ecco una possibile traduzione:

 

Non la poesia sul tramonto che fai quando pensi a voce alta,

con il tiglio nero di china

e i fili del telegrafo lungo la nube rosa;

 

né lo specchio in te e la nuda spalla

di lei che ancora lì risplende;

né lo scatto lirico di una rima tascabile,

la musichetta che scandisce il tempo;

 

e neppure le monete e i pesi

sui giornali della sera impilati nella pioggia;

neppure i cacodemoni dei tormenti della carne

né le cose che puoi dire molto meglio in prosa:

 

ma la poesia che piomba da altezze sconosciute

– quando molto più in basso aspetti il tonfo della pietra

nell’acqua e cerchi a tentoni la penna,

e poi arriva un fremito, e poi –

 

nel groviglio di suoni, i leopardi di parole,

gli insetti a forma di foglia, gli uccelli dagli occhi maculati

si fondono e formano un intenso,

mimetico, silenzioso disegno di assoluto senso.

 

Ed ecco quel “leopardi di parole”, che nell’originale è una esotica metafora e che in traduzione si trasforma nel nostro anagramma preferito. Spicca in questa poesia il “silenzio sensato” del finale: un silenzio mimetico e intenso, fatto di immagini fulminee e inattese (leopardi, insetti, uccelli) che sfrecciano veloci e vitali, e si contrappongono ai luoghi comuni della poesia (tramonto, l’intimismo di un’immagine erotica, ma anche le convenzioni poetiche come la rima banale, “tascabile”, che viene inserita nel corpo del testo – ink/pink/think/cloud/aloud). 

 

Non c’è bisogno di insistere sulla arguzia compositiva (wit direbbero gli inglesi) di Nabokov. Basta ricordare l’incipit di Lolita, con le allitterazioni, consonanze, metagrammi… 

 

Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul, Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo, Lee, Ta. 

 

Per non perdersi è meglio rimandare agli scritti di Bartezzaghi su Nabokov e la sua poetica dei giochi di parole (vedi Scrittori giocatori, Einaudi, 2010; ma anche il suo intervento sul numero 16 di “Riga” dedicato a Nabokov). 

Tutto questo per introdurre un concetto quasi ovvio, e cioè che nella poesia, e nella letteratura, è importante l’omologia fra suono e significato: è la prima e penso più preziosa peculiarità della poesia, e la preoccupazione/croce principale dei traduttori. Quando si traduce la poesia si deve fare del proprio meglio per tradurre il senso, non il significato.  Se metto in un computer la citazione di Nabokov difficilmente il programma sarà capace di riproporre quelle ricorrenze fonetiche così fondamentali per dare ritmo all’incipit di Lolita. Per i computer vale lo slogan Meaning First! Per il buon traduttore di poesia penso che dovrebbe valere invece l’adagio Sense first! (e con “Sense” intendo proprio quella unione, che è significanza, di suono e significato. 

 

Ecco che cosa succede con Google Translate:

 

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Il mio peccato, la mia anima, Lo-lee-ta: la punta della lingua fa un viaggio di tre gradini lungo il palato per toccare, a tre, i denti. Lo, Lee, Ta.

 

Non male l’inizio con Lolita e vita, ma poi… La sensazione è che manchi qualcosa. Manca quella significanza che è propria di un discorso e di uno solo, come direbbe Meschonnic. 

Non credo che sia necessario rileggere L’Infinito di Leopardi. È una delle poche poesie, insieme forse a Tanto gentile e tanto onesta pare, che forse ancora oggi quasi tutti sanno a memoria. Ma se leggo una traduzione intralinguistica che Paolo Balboni ha pubblicato anni fa in un libro di poesie di Leopardi per studenti stranieri, uscito in una collana di un editore specializzato in questo settore dell’editoria (Bonacci, 1994), mi accorgo che forse anche qui manca quella “significanza”. 

 

Ecco il testo:

 

 

Ho sempre amato quella collina solitaria

e questa siepe che nasconde agli occhi

una gran parte dell’orizzonte più lontano.

Ma, seduto a guardare, mi immagino

spazi senza fine al di là della siepe,

e silenzi più che umani, e una profonda

tranquillità: in cui il mio animo quasi

si spaurisce. E mentre ascolto il vento

che fa rumore tra gli alberi, paragono

questo rumore a quel silenzio infinito:

e mi tornano in mente l’eternità

e le stagioni passate e quella di oggi,

viva, e la voce di lei. Così, in questa

immensità il mio pensiero annega:

e mi piace naufragare in questo mare.

 

Non manca certo il significato del testo, che Balboni “fedelmente” riproduce. In fondo molti di noi quando hanno letto l’Infinito a scuola, magari studiandola per l’interrogazione, hanno fatto questa sorta di traduzione intralinguistica. Abbiamo capito la poesia. Ma comprenderla è un’altra cosa.

Quello che manca non è la metrica dell’endecasillabo sciolto, ma l’intreccio appunto di forme e contenuto, il senso, appunto, della poesia. Posso giocare con la forma e riportare la versione di Balboni all’endecasillabo sciolto, mantenendo la “leggibilità” del testo:

 

Ho amato sempre il colle solitario

e questa siepe che nasconde agli occhi

molto dell’orizzonte più lontano.

Ma io seduto a guardare mi immagino

spazi infiniti al di là della siepe,

silenzi più che umani, e una profonda

tranquillità: in cui il mio animo quasi

si spaventa. E mentre ascolto il rumore

del vento tra gli alberi, paragono

questo rumore al silenzio infinito:

e mi torna in mente l’eternità,

le stagioni passate e quella di oggi,

viva, e la voce di lei. Così, in questa

immensità il mio pensiero annega:

e gioia è naufragare in questo mare.

 

Oppure cercare di rendere perfino più poeticamente “formale” il testo, magari riscrivendolo con endecasillabi in rima. Il risultato sarà una terribile, patetica parodia del testo, un Poema goliardico, un Gioco, ma di parole (altri due anagrammi trovati per strada), che si potrebbe leggere scandendola come un rap e che potremmo ribattezzare, appunto, Rap di Leo (anagramma, ovvio). 

 

Sempre caro mi fu quest’ermo monte,

e questa siepe che dall’orizzonte

ultimo lo sguardo sempre distoglie.

Ma sedendo e mirando oltre le foglie

spazi in disparte oltre quelli infiniti,

e profonda quiete, e silenzi arditi

mi raffiguro nel mio pensïero

e il mio cuore trema e ha paura invero.

Se nel vento odo stormir queste piante

le comparo a quel silenzio inquietante.

Allora in mente mi sovvien l’eterno

e le morte stagioni, e questo inferno

vivo, e il suon di lui. In questo vocio

si annega proprio il pensïero mio:

dolce è morire in questo turbinio.

 

Parlando di anagrammi, mi riferisco di nuovo a Stefano Bartezzaghi: è a lui che chi scrive ha rubato l’idea di iniziare con questi giochi di parole (L’ode rapì… quando si comincia non si finisce più). Una volta mi ha raccontato di avere presentato la poetessa Mariangela Gualtieri a un festival di teatro in un’oasi faunistica vicino a Parma. Per l’occasione aveva individuato una trentina di anagrammi del nome della poetessa e poi li aveva collegati a versi delle poesie, in una sorta di “anagrammismo esegetico”, con grande soddisfazione della poetessa e piacere del pubblico. Per chi ha familiarità con la poesia di Mariangela alcuni di quegli anagrammi sono davvero rivelatori: la miniatura leggieral'enigma, giara ritualeami un'ilare gergalità; l'aria umile, raggiante. Siccome non sono Bartezzaghi, i miei su Leopardi sono più prosaici, meno esegetici e già finiti. Però, per associazione, mi è venuta in mente una poesia della Gualtieri, che ho riletto in una recente raccolta di sue poesie tradotte in inglese e ben curata da Anthony Molino dal titolo Beast of Joy. Selected Poems, Chelsea, 2018, e che ci può dare qualche suggerimento su come un traduttore dovrebbe trattare le poesie, ma anche su come si può parlare del rapporto fra finito e infinto.

 

Sii dolce con me. Sii gentile.

È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggére.


Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.

 

Sembra un ribaltamento dell’immagine dell’infinto di Leopardi. Nell’infinito la siepe porta oltre, ma poi tra l’infinto bramato, desiderato, a cui si protende e il presente, e il qui, entra la positività del naufragio. Mariangela Gualtieri tende a questa bellezza del corpo, dell’esserci, attraverso il ribaltamento del punto di vista. Quando saremo scie luminose e eterne apprezzeremo l’imperfezione. Una poesia sulla nostalgia della imperfezione. Come imperfetta è ogni traduzione che si rispetti, o meglio ogni traduzione che sia una vera traduzione e non una mera copia, e quindi una non traduzione.

E l’invito della Gualtieri a maneggiare con cura, come un cristallo, il corpo presente, è l’invito che viene da fare a ogni traduttore. Attenzione nei confronti delle cose delicate e cristalline, che sono la poesia da cui si parte, e le poesie in cui quel testo originario prende nuova forma, nuova vita.

 

(Questo testo è stato letto il 5 settembre, in occasione di una serata sulle traduzioni dell'Infinito di Leopardi in compagnia di Jacob Blakesley, all’interno di “BookMarchs - L’altra voce”, festival dei libri e dei loro traduttori, che si è tenuto in undici paesi delle Marche dal 4 all’8 settembre 2019. Il tema di questa seconda edizione è stato “Tornare a ridere al giorno: tradurre e ritradurre i classici”).

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