L’esame non s’ha da fare!

 

La scuola è uno dei temi più complessi da affrontare, ad alto tasso di discussione e di ideologizzazione con posizioni ben delineate, che si fanno più acute in momenti di drammatica urgenza come quelli che stiamo vivendo. Nei mei passati interventi su Doppiozero, a cui rimando per gli aspetti che qui trascurerò, ho sempre cercato di tenere conto delle diverse opzioni in campo e di essere equilibrato e realistico; qui però vorrei dire nel modo più chiaro possibile cosa penso dell'esame di stato in arrivo. L’Ordinanza ministeriale sugli esami di Stato è stata pubblicata il 16 maggio, in ventotto pagine, di cui 5 per i dispositivi di legge, e 2 allegati.

Attesa per settimane, è stata anticipata da versioni in bozza (con evidenziazioni e puntini di sospensione) e interviste, che hanno alimentato immagini sbagliate e ansie di studenti, genitori e docenti; un dato perfettamente allineato allo spirito del tempo, in genere poco propenso a leggere le normative fino in fondo, nei luoghi e nei tempi della loro ricezione istituzionale. La cosa non è da poco in un ambito in cui, pare imbarazzante ricordarlo, la forma è sostanza.

Il nucleo della questione mi sembra questo: un esame prima raccontato, a mezzo stampa e sul web, come un necessario rito di passaggio educativo dall'alto valore simbolico ma nella sostanza un colloquio amichevole, con commissione interna, senza scritti e realisticamente disegnato su una situazione educativa difficilissima, si è rivelato invece, a meno di un mese dal suo inizio e contro le aspettative, ipernormato, rigido, modellato dall'ossessione valutativa e dunque più strano e innaturale di prima. Il che si inserisce in un disegno più complessivo che sembra essere quello di gestire un'emergenza inedita e di sistema con strumenti pensati per l’ordinaria consuetudine e in nome del bisogno di normalità e con l'intenzione di offrire una dimostrazione di efficienza e capacità.

 

Non è qui la sede per fotografare lo stato della fase 2 della pandemia. Ricordo solo il fatto che dovremo essere a scuola con mascherine, distanziati, senza pubblico e non si potranno usare troppo tastiere o strumenti comuni; per documentati motivi di salute docenti o studenti potranno essere anche sentiti in remoto. Non si escludono esami che si tengano fino al pomeriggio inoltrato; la gestione della carta sta diventando un incubo; pare non ci siano presidenti; dirigenti e presidenti rispondono personalmente in ambito penale di eventuali infezioni e il personale, e tutti i soggetti coinvolti, devono autocertificare di non presentare sintomi e non avere avuto contatti a rischio; il tutto con una nozione di soggetto fragile o a rischio che sembra dimenticare che il virus si diffonde in particolare al chiuso e per tempi lunghi, e che la rete sociale non si esaurisce a scuola. Ma non è questo il tema del mio intervento.

Una riflessione accurata merita il tempo tra le bozze e la pubblicazione, durante il quale il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (Cspi), l'organo di garanzia dell'unitarietà del sistema dell'istruzione con compiti di supporto tecnico-scientifico, ha elaborato un giudizio tecnico e politico sul documento e ha fornito suggerimenti di semplificazione, che sono sembrati giusti, ragionevoli e preferibili a tutti quelli con cui ho avuto modo di confrontarmi.

 

A dispetto di questo, alcuni elementi centrali non sono stati recepiti dalla versione finale del Miur: date le forti criticità dell'andamento dell'anno scolastico il Cspi ha valutato “necessarie la semplificazione delle prove d’esame e l’individuazione di una modalità” differente per la dimostrazione “delle competenze raggiunte al termine del secondo ciclo attraverso un colloquio pluridisciplinare”. Ha sottolineato “la scansione eccessivamente rigida del colloquio” ed evidenziato come “la procedura di trasmissione da parte dello studente di un elaborato scritto concernente le discipline di indirizzo, prevista dall’ art. 17 dell’Ordinanza, sia incongruente rispetto a quanto previsto dal decreto legge che dispone l’eliminazione delle prove scritte sostituendole con un unico colloquio”, ritendendo “non necessaria la trasmissione preliminare di un elaborato scritto sull’argomento”. Poi però, in nome di una più ampia e possibile coerenza e organicità, sostiene “che debba essere eliminata la sequenza con cui vengono presentati” gli argomenti di discussione del materiale pluri/multi/interdisciplinare (scelto dalla commissione), l'esperienza di ex Alternanza scuola lavoro divenuta PCTO svolta dallo studente e le attività relative a Cittadinanza e Costituzione. Si ritiene cioè, in sintesi, che si possa ricomprenderli in un unico momento di discussione, non così frammentato e organizzato e presumibilmente molto lungo. Inoltre è stato chiesto di “eliminare la griglia di valutazione nazionale allegata all’ordinanza e dare alle singole commissioni la possibilità di elaborare criteri di valutazione del colloquio coerenti con l’effettiva situazione della classe” o “di modificare la griglia, eliminando i singoli punteggi, per dare la possibilità a ciascuna commissione di calibrare valori ed intervalli”. Richieste di realismo, buon senso, capacità di prefigurare scenari e rispetto dello stato delle cose.

 

Come già anticipato, avevo letto con sollievo questo documento per scoprire con un certo disappunto che la versione finale del testo ministeriale non ha accolto le proposte di modifica, in particolare quelle relative allo svolgimento dell'orale in quanto – cito dall'OM del Miur – la “presentazione di un elaborato, relativamente alle discipline di indirizzo, consente al candidato di dimostrare maggiormente e in maniera più strutturata il raggiungimento degli obiettivi previsti dal PECUP, in coerenza con le finalità dell’esame di Stato” (l'acronimo indica il Profilo educativo, culturale e professionale). Inoltre nella motivazione si legge: “Per quanto riguarda la scansione delle parti dell’orale concernenti il PCTO e Cittadinanza e Costituzione, la stessa è specificamente prevista dal d.lgs 62/2017 (articolo 17, commi 9 e 10). Si ritiene che l’indicazione del tempo di svolgimento sia congruo con la strutturazione della prova orale. Quanto alla griglia di valutazione, la stessa si ritiene essenziale per garantire l’omogeneità dei criteri di valutazione, tenuto conto della natura dell’esame di Stato”. 

 

 

Il parere del Cspi è obbligatorio ma non vincolante e dunque la risposta è legittima, ma la storia genealogica del documento, nella sua ostinata fedeltà alla prima versione, dice molto in termini sintomatici della rigidità normativa e formalistica che, in nome di una universale obiettività, contraddice nella lettera e nel dettato – quello a cui dirigenti e presidenti di commissione si atterranno – lo spirito di flessibilità e di comprensione precedentemente dichiarato. Mi sembra che non sia una novità, tra l'altro e conferma un atteggiamento che il ministero sta tenendo negli ultimi anni per gli aspetti concorsuali che riguardano formazione e assunzioni del personale.

Dunque il dispositivo che stiamo affrontando riguarda il posticipo del mitico Documento del 15 maggio, ormai ribattezzato Documento del 30 maggio, la modifica del credito e il colloquio, che come si sarà capito è l’aspetto più sensibile e delicato, per non dire intricato e storto. L’articolo 17 dell'Om infatti scandisce e articola il colloquio in 5 elementi ordinati per lettere dall'a) alla e), per un tempo di 60 minuti.

 

La lettera a) prevede la discussione di un elaborato su una e/o due materie individuate come oggetto della seconda prova scritta, il cui argomento è assegnato dai docenti entro il 1° di giugno agli studenti, e va da loro prodotto e trasmesso entro il 13: può essere assegnato a ciascun candidato un argomento diverso, uno stesso argomento a tutti gli studenti o a gruppi. Anche molto breve ma scritto, sarà il punto di partenza: un abstract di un argomento che collega (a seconda degli indirizzi) latino e greco, due lingue su tre (in lingua straniera veicolare), matematica e fisica (variare a piacere le materie che sarebbero state oggetto di seconda prova scritta); non sarà corretto dagli insegnanti prima ma discusso dopo. Potenzialmente, con queste premesse può succedere di tutto: per le richieste, per la qualità e l'originalità dei lavori, per l'autorialità e soprattutto per il tempo ridicolo che rimane in giorni densissimi che erano stati destinati a chiudere dignitosamente i temi in un anno difficilissimo, o più pragmaticamente ai ripassi finali di tutto quando non a un vero studio intensivo da parte degli studenti.

 

Il secondo momento riguarda l'analisi di un testo di italiano, studiato durante l'anno e scelto all'interno dei programmi di materie consegnati: qui si tratterà di capire quali sono i margini di variazione dei criteri della scelta del testo (lirica o prosa, integrale o estratto) per verificare quali competenze (tecnico-linguistiche-storico-critiche) e su quale supporto verrà presentato per tenere conto del rispetto delle norme tecnico-sanitarie (manuale del candidato, stampa/fotocopia da non toccare, proeizione su LIM...). 

Per il momento c) lo studente affronterà i materiali interdisciplinari, uno per ogni studente, preparati dalla commissione, l'anno scorso imbustati ed estratti a sorte, e di cui quest'anno ogni commissione dovrà decidere i criteri di assegnazione (caso o personalizzazione): il “materiale è costituito da un testo, un documento, un’esperienza, un progetto, un problema ed è finalizzato a favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline e del loro rapporto interdisciplinare”, ovviamente radicato “nel percorso didattico effettivamente svolto, in coerenza con il documento di ciascun consiglio di classe”. 

 

Il problema è che questo documento l'anno scorso era stato introdotto e pensato come l'avvio dell'esame, quello che nel precipitato della realtà dà il la all'orale, mentre qui risulta il terzo, che quindi dovrà tenere conto delle altre materie non ancora coinvolte (i commissari sono 6, ognuno dei quali potrebbe insegnare fino a 2 materie) e non potrà più tanto retroagire sui momenti a) o b), anche se non esclude la possibilità di collegare materie importanti come lettere e quelle di indirizzo. Inoltre, i tempi paiono molto stretti, considerato che sembra essere questo il momento centrale dell'esperienza. Per come la vedo io, si configura il serio rischio di un'interruzione della circolazione interna di connessioni che si sarebbe auspicata in nome dell'interdisciplinarietà. Il che spingerà molti docenti e studenti verso la compartimentazione, l'autocensura e l'impermeabilità reciproca. Senza contare che esistono docenti che si chiederanno ancora: “quindi, quando posso interrogare sui programmi?”.

 

Prima pensavo avesse senso chiudere l'anno per le classi finali dei cicli con un simulacro di esame che restituisse il senso di un percorso, senza nascondere il fatto che non è stato un anno come gli altri. Perché non è stato un anno come gli altri. Sarebbe stato l'anno del Covid e i diplomati del 2020 si sarebbero portati dietro un segno di appartenenza, di fragilità, resilienza, cambiamento nel dopo. Per rispondere allo stanco refrain del “rito di passaggio”, che richiama le memorie giovanili e nostalgiche dei commentatori dei quotidiani, basterebbe pensare che questi mesi sono stati un'ordalia sufficiente. Non avremmo sentito la mancanza di Notte prima degli esami.

 

Ora infatti penso che sarebbe più giusto abolire l'esame e finire l'anno con uno scrutinio che fotografi lo stato pre-chiusura, con variazioni minime che tengano conto di quanto fatto in Didattica a distanza sulla quale, dopo averla fatta per tre mesi, sono più che scettico. Non funziona bene (parlo di secondaria superiore) se non come tenue prosecuzione del pregresso e nella misura in cui non produce cambiamento significativo negli studenti, se non in peggio; e non funziona bene perché non ha previsto un cambiamento radicale della trasmissione didattica e della valutazione, riconfermando la frontalità ma senza prossimità e senza corpi in scena. Nelle altre classi avrebbe fatto bene a tutti, in primis ai docenti, un anno che si chiude senza valutazioni in vista di una diversa organizzazione del successivo. Aggiungo che l'esame, senza scritti dunque più breve, prevede anche la poco giustificata data di inizio del 15 giugno, il 17 per gli studenti: questo causa una compressione dei tempi finali, degli adempimenti di fine anno e si sovrappone a una complessa gestione degli scrutini (in remoto e in assenza di firma digitale).

Provo dunque un senso di disagio e irritazione, aggravato dalla sensazione che sarebbero bastate posizioni meno rigide, normative e fiscaliste, specialmente dopo il giudizio del CSPI. Per uno sguardo di insieme, che parte dalla scuola dei più piccoli e che riguarda anche il modo in cui mi sembra che molti colleghi abbiano lavorato, penso sia importante quanto ha scritto sulla valutazione Franco Lorenzoni con il suo sentito pezzo sulla “pigra e ingiusta pretesa di dare voti a distanza”. La normalizzazione della Didattica a didattica si è trasformata per gli aspetti valutativi nella sua equiparazione alla didattica in presenza con la richiesta di una votazione in decimi. Anche questa è una sintesi paradigmatica dell'emergenza che rende più evidente ed estremizza la crisi già in atto nel mondo della scuola e della sua governance.

 

Senza nascondere la fatica e il fastidio, mi rimane la sensazione che in questi mesi l'istituzione scolastica a partire dai vertici e nel suo insieme abbia perso una grande possibilità di trasformazione dell'esistente. Un giudizio che si può tranquillamente estendere alla società nel suo insieme. Un'analoga possibilità che ognuno si è trovato a poter praticare a livello individuale come professionista della cultura e dell'educazione, e ancora prima nel segno della dignità e decenza come esseri umani consapevoli e responsabili in un momento grave come questo. Ogni cambiamento non potrà che partire dagli individui nel tempo del ripristino della normalità, nel dopodomani che avrà bisogno di cambiamenti sistematici, che dovremmo sapere chiedere, attuare, essere.

Credo ancora che molti nella scuola abbiano dato il meglio di sé e continuino a farlo nonostante tutto e a dispetto delle contraddizioni che imperano nel sistema di riferimento. Hanno lottato molto contro le circostanze per non far perdere agli studenti il piacere di imparare, rassicurandoli su cose che vanno oltre la scuola. Sarà il tempo a decidere se abbiamo perso.

 

Se conosco gli ambienti, il buon senso prevarrà nella maggior parte dei casi e i processi decisionali, concitati e discussi ovunque, smuoveranno in qualche modo anni di stagnazione: le procedure di emergenza hanno mostrato un deficit di collegialità e di partecipazione, confermandone il bisogno. Mi piace pensare che questo sia l'inizio di qualcosa che stiamo ancora oscuramente desiderando.

Il punto è quello che non va nelle premesse di oggi: pervicace formalizzazione scambiata per equità, ossessione valutativa e rigidità disciplinare prese come valori educativi e scientifici. Sono elementi di un clima che può essere corresponsabile di comportamenti inadeguati e sgradevoli da parte degli studenti più piccoli, immaturi e meno motivati. Parafrasando la celebre invettiva illuminista, la rigidità, in questo caso, non può che produrre ipocriti (di sicuro) o ribelli (magari). E ci rimanda alla scuola che non vogliamo più.

 

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