L’ombra di Vautrin. Proust lettore di Balzac

L’ombra di Vautrin. Proust lettore di Balzac, di Mariolina Bertini (Roma, Carocci, 2019), è un libro di non facile collocazione, forse proprio per la sua articolazione singolare: è un testo fatto a strati, che al tempo stesso vortica, en colimaçon, attorno a un’enigmatica colonna portante: il personaggio ‘eponimo’, Vautrin. In questo studio Bertini torna magistralmente su due grandi temi cui ha dedicato buona parte della sua produzione teorica e critica: la ricezione della Comédie Humaine (un territorio che riserva ancora qualche sorpresa) e l’atto di lettura in Proust. E, soprattutto, rende un appassionato omaggio a un personaggio paradigmatico che, se da un lato è assolutamente unico nel suo genere, dall’altro è un meraviglioso prototipo, un personaggio-matrice. Gli appassionati di Balzac sanno bene che il famigerato Vautrin viene da lontano, in quanto condensa in sé tratti di personaggi più antichi (persino arcaici), ma è altresì ‘carico’ di elementi nuovi e originali che fanno di lui un vero e proprio archetipo.

 

Questo mio tentativo di sintetica descrizione dell’argument del volume di Bertini non fa altro che riflettere la suggestiva concatenazione delle parole-chiave contenute nel titolo. L’unico lemma che è rimasto fuori è ombra. Accantonando l’accezione junghiana (che pure sarebbe interessante indagare), proverò adesso a concentrarmi sul concetto di ‘ombra lunga’: di proiezione che si estende fino a raggiungere anche autori e testi molto lontani nel tempo e nello spazio. Vautrin è un personaggio della Comédie Humaine che inizialmente si presenta come una figura minore, marginale, nell’opera-mondo balzachiana, ma che poi si ‘espande’ fino a diventare il perno di un’intera sezione dell’opera. Dopo il suo ingresso in sordina in Papà Goriot, questo personaggio ‘minore’ acquista un’importanza crescente, all’interno del ciclo balzachiano, e arriva a configurarsi come una sorta di vicario dell’autore stesso (o meglio: della funzione-Autore) sulla scena del testo: criminale incallito e inafferrabile, falso prete, impostore inveterato, manipolatore, corruttore, pedagogo perverso, mentore carismatico irresistibilmente attratto dalle relazioni asimmetriche (vecchio-giovane, maestro-allievo, potente-debole, ecc.) – con tutte le implicazioni omoerotiche e omosociali che esse comportano –, si impone presto all’attenzione del lettore come un regista interno al testo; un regista galvanizzato – ai limiti della mitomania – dalla propria efficacia, dalla natura demiurgica del proprio ruolo; e quindi anche leggibile come un’ipostasi dello Scrittore, come un’enfatica, ipertrofica, quasi grottesca versione di Balzac stesso.

 

 

Vautrin è orchestratore, burattinaio, regista di destini e di svolte narrative decisive – in questo erede di una lunga genealogia di ‘registi interni’ ai testi, in particolare ai testi per la scena; basti un solo esempio: il mozartiano Don Alfonso (e, nell’universo del romanzo, Mme de Merteuil, diabolica declinazione al femminile di questa controfigura dell’Autore, ma la lista potrebbe allungarsi a dismisura). Ebbene, Proust è quanto mai attratto da questo personaggio carismatico (e dalle affinità che lo legano a doppio filo al suo creatore) e lo trapianta nella Recherche innestandolo all’interno della fisionomia di un personaggio maggiore, il barone di Charlus. Charlus eredita dall’eroe balzachiano alcuni tratti essenziali: la vocazione pedagogica, l’imprevedibilità, il culto del segreto, il culto dell’amicizia virile ‘asimmetrica’, il paternalismo perverso, ecc. Certo, Charlus – aristocratico di alto lignaggio – non può vantare un pedigree canagliesco e picaresco qual è quello di Vautrin, ma anche in lui si possono ravvisare quegli elementi di ambiguità, doppiezza, follia e mitomania che fanno la grandezza del suo modello balzachiano. Nell’Introduzione, Bertini sviluppa un’intuizione di Gaëtan Picon, che vede in Vautrin “il genio stesso del romanzo” (p. 19): “Sulle rive della Charente, nel finale di Illusioni perdute, Vautrin-Herrera esibisce i poteri che ne fanno un double del romanziere: il genio con cui sonda, al pari del Dio biblico, i cuori e le reni; la conoscenza dei machiavellismi della diplomazia e dei segreti della storia; il dono di dominare la volontà degli altri e di plasmarne il destino. […] Avatar e parodia dell’eroe balzachiano, il barone di Charlus incarna nel cuore della Ricerca, la verità secondo Balzac; la verità di cui è portatrice quell’ombra di Vautrin che si allunga, temibile e familiare, sulle pagine di Proust” (pp. 19-20). 

 

Sul tema dell’identità (sociale, sessuale, ecc.) come frutto di una complessa negoziazione che, tanto in Balzac quanto in Proust, sfida – spregiudicatamente – persino le leggi della verosimiglianza vorrei soffermarmi, sempre sulla scorta di Bertini: in una pagina famosa delle Jeunes filles en fleurs Charlus appare, agli occhi del protagonista, in una versione quanto mai perturbante; si tratta della prima vera e propria epifania del mondo sotterraneo di Sodoma, che irrompe nel romanzo – manifestandosi alla coscienza ancora impreparata del protagonista – attraverso lo sguardo concupiscente di uno dei suoi abitanti, il più illustre. Gli occhi del barone, “dilatés par l’attention”, sono fissi su di lui; la sua espressione, insieme ad altri tratti sospetti della sua figura e del suo atteggiamento (al tempo stesso guardingo e losco), fa pensare a un “folle”, a una “spia”, poi a un “topo d’albergo”, e infine – di nuovo – a un “ladro” o attenzione a un “alienato” Il giovane eroe della Recherche è ancora ingenuo e miope, ben lontano dalla soluzione del mistero che quel singolare personaggio rappresenta; l’autore si diverte a far confliggere l’ingenuità e l’esiguità del bagaglio esperienziale del suo protagonista con la consapevolezza e la cognizione delle cose del mondo di cui il Narratore è provvisto. Molto si è scritto su questa straordinaria epifania del Sodomita nella Recherche (basti citare Stanza 43 di Mario Lavagetto).

 

 

Quel che più ci interessa, qui, è coglierne la scaturigine squisitamente balzachiana, e sarebbe interessante soffermarsi anche sul tema della doppiezza e dell’identità come frutto di un complesso di operazioni (simulazioni, inganni e autoinganni) messe in atto dai due personaggi di Vautrin e di Charlus; mi limiterò a notare che Proust si diverte a rovesciare, per certi versi, il modello balzachiano: Vautrin è un criminale e un impostore di professione, amante dei travestimenti e degli eteronimi; Charlus è soltanto un personaggio d’alto affare che conduce una doppia vita; a suo modo spregiudicato ed eccessivo (come il protagonista scoprirà incontrovertibilmente nella parte ‘infera’ del romanzo), ma al tempo stesso, per forza di cose, attentissimo alla propria rispettabilità e desideroso di non perdere i privilegi legati alla propria posizione sociale. 

 

Bertini, come abbiamo detto, è molto attenta a due questioni strettamente collegate: lo stile di lettura di Proust e la ricezione di Balzac da parte di un orizzonte d’attesa molto ampio e variegato. Il suo saggio è, in certo qual modo, un elogio della grande disinvoltura con cui Proust maneggia modelli, letture, autori d’elezione. In uno studio che per Bertini è di capitale importanza (Lucette Finas, Il raggio della lettura [2007; ed. or. Le toucher du rayon: Proust, Vautrin, Antinoüs, 1995]) si insiste, da un lato, su di una concezione della lettura decisamente innovativa, dall’altro sull’importanza della ‘cattiva memoria’ soprattutto rispetto al funzionamento del laboratorio creativo dei grandi narratori. Proust, infatti, nel citare a memoria (ed erroneamente) un episodio di cui è protagonista Vautrin, esplicita tratti del personaggio che in Balzac erano in ombra. Questo ‘lapsus di lettura’ è quanto mai eloquente e gravido di conseguenze (siamo ancora all’epoca del Contre Sainte-Beuve: un ‘saggio narrativo’ incompiuto che, com’è noto, rappresenta il più importante embrione del romanzo maggiore). Già in uno scritto giovanile – Sur la lecture (1905) – Proust rigetta una visione della lettura (di derivazione umanistica) come “conversazione” dotta e sofisticata con gli Auctores, a tutto vantaggio di una concezione dell’atto di lettura come “stimolo”, come esperienza creativa, e non passiva, epigonica, idolatrica. Un rapporto così libero con il proprio bagaglio di letture formative si colloca agli antipodi di un rapporto filologicamente rispettoso ma, al tempo stesso, può portare a una comprensione più profonda dello “spirito” dei testi.

 

 

Proust ricrea, proprio grazie a una memoria défaillante, un “testo immaginario” (p. 31) che tuttavia, paradossalmente, non si discosta dallo spirito del testo di Balzac. È proprio grazie a questo genere di manipolazioni e di distorsioni che il rapporto con i modelli diventa vivo e fecondo. 

Sarà interessante citare con maggior precisione l’episodio cui abbiamo appena fatto riferimento: si tratta della lunga analisi del finale di Illusioni perdute che si legge nel Contre Sainte-Beuve, un testo che serve a Proust per regolare i conti con i suoi principali modelli (in particolare Balzac e Flaubert): “In quest’ultima scena […] ogni parola, ogni gesto […] ha dei sottintesi di cui Balzac non avverte il lettore e che sono straordinariamente profondi. Essi dipendono da una psicologia così speciale e non mai tentata da nessuno, fuorché da Balzac, che indicarli è alquanto delicato. Ma tutto – dal modo come Vautrin ferma sulla strada Lucien, che non conosce e di cui solo l’aspetto fisico può averlo interessato, sino ai gesti involontari con i quali gli piglia il braccio ecc. – non rivela forse il senso molto speciale e molto preciso delle teorie di dominazione, di alleanza a due, ecc. con le quali il falso canonico colorisce agli occhi di Lucien, e forse ai propri, un pensiero inconfessato?”.

 

Bertini osserva, a questo proposito, come già all’altezza del Contre Sainte-Beuve la lettura proustiana di Balzac, grazie all’emergere dell’ambiguo protagonismo di Vautrin, sia quanto mai originale e matura: “Gesti rivelatori, pensieri inconfessati, sofferenze e desideri poco comprensibili agli occhi dell’osservatore ‘normale’, ma non per questo meno autentici e profondi: nei limiti imposti dalle convenzioni dell’epoca, l’omosessualità di Vautrin è descritta da Balzac con una perspicacia e una sensibilità che suscitano in Proust una stupefatta ammirazione”. Sia la figura di Charlus, sia quella di Gurcy/Guercy (primo embrione del personaggio, nel Contre Sainte-Beuve) nascono “sotto il segno di Vautrin”, dal quale ereditano “il bisogno di tiranneggiare i loro protetti, la gestualità insinuante e materna con cui li circuiscono, l’alternanza di cinismo brutale preso a prestito dai bassifondi e di dotta eloquenza degna di un principe della Chiesa” (p. 63). 

 

 

E non è un caso che nella Recherche l’elogio (anzi: la strenua apologia) di Balzac (dell’uomo e dello scrittore) venga affidato proprio al personaggio di Charlus. Nella Recherche la querelle fra ammiratori e detrattori di Balzac occupa un posto di rilievo e riveste una certa importanza nella costruzione della psicologia di alcuni personaggi. Bertini insiste molto sull’efficacia di questa trovata (la mise en abyme dei libri di Balzac tra i livres de chevet dei personaggi proustiani) e sottolinea la distanza che separa, anche rispetto a questo tema, la Recherche dai suoi antecedenti; nel Jean Santeuil, (un romanzo giovanile incompiuto, in terza persona, così simile e al tempo stesso così diverso dalla Recherche) il giovane Proust affida all’enigmatico personaggio dello scrittore C. (evidente portavoce dell’autore) un giudizio su Balzac che, se da un lato è molto personale, dall’altro dà conto di una polemica ancora accesa su uno scrittore amato e detestato da un pubblico vasto e trasversale: “[Balzac] è una potenza, […], ma una potenza un po’ materiale: piace a tanti e non piacerà mai altrettanto agli artisti. Ma sapete che gli vogliono bene comunque. […] Perché, in fondo, non ci coinvolge con l’arte. È un piacere mai del tutto puro. Cerca di afferrarci con un mucchio di brutte cose, proprio come la vita, e le rassomiglia”. Nella Recherche, invece, Proust ricorre a una soluzione tanto semplice quanto geniale: Balzac, diventa un classico che unisce e divide alcuni dei personaggi principali del romanzo; semplificando molto, abbiamo, da un lato, gli hater (Mme de Villeparisis in testa) e dall’altro gli idolatri acritici (soprattutto il Duca di Guermantes).

 

 

Ma nessuno sembra capire appieno “la verità secondo Balzac”; nessuno tranne, guarda caso, il barone di Charlus, che in Balzac apprezza tante cose, ma in modo particolare la capacità di cogliere e svelare i segreti che si nascondono nell’intimo dei personaggi – Vautrin, Paquita Valdés e la marchesa di San Real (nella Ragazza dagli occhi d’oro), la principessa di Cadignan –, così come dietro la facciata della Storia ufficiale, nelle coulisses della politica e della diplomazia. In un episodio particolarmente comico di Sodoma e Gomorra II, il barone metterà a tacere la petulanza dell’erudito Brichot (reo di aver equiparato Splendori e miserie delle cortigiane a Rocambole) con una battuta secca e definitiva: “Dite questo perché non conoscete la vita”. E così è Balzac: poetico e prosaico insieme, spesso troppo “chimerico” rispetto alla realtà e nel contempo troppo “terra terra” rispetto all’alta letteratura; volgare e sublime insieme, “proprio come la vita” – ci svela Proust.

 

Nota di Lettura

 

Le citazioni da Proust sono tutte tratte dalle edizioni utilizzate da Bertini: Saggi, a cura di M. Bertini e M. Piazza, Milano, il Saggiatore, 2015; Jean Santeuil, trad. di S. Santorelli, con un saggio introduttivo di A. Caterini, Roma, Theoria, 2015; Alla ricerca del tempo perduto, ed. diretta da L. de Maria, annotata da A. Beretta Anguissola e D. Galateria, trad. di G. Raboni, Milano, Mondadori, 1983-93.

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