La nuova teoria della rappresentazione / Antonio Damasio, Sentire e conoscere

24 Marzo 2022

In estrema sintesi: questo libro dice l’impossibile e lo dice a tutti. Ci sono alcuni temi sui quali ciascuno di noi sviluppa un estremo scetticismo riguardo alla sua possibilità di capirne qualcosa, e non si tratta necessariamente degli stessi argomenti. Certe persone reputano inverosimile arrivare a comprendere come si monta la panna, altre non si sognerebbero mai di sostituire una luce di posizione della loro vettura e preferiscono chiamare all’istante un elettrauto; per vari individui la resa riguarda la fiscalità, per un numero altrettanto significativo la filosofia, o l’informatica. Se c’è però una materia di postulata ignoranza che accomuna più o meno chiunque, questa è il funzionamento del cervello, della mente, e le definizioni che stanno lì intorno. Ed è per questo che leggere il libretto Adelphi di Antonio Damasio equivale ad assistere a un salto in alto da oro Olimpico: siamo di fronte a una preparazione immensa che nega se stessa o la fatica indispensabile per conquistarla, e lo fa nella forma di un solo, flessuoso, naturale movimento di leggerezza. Corsa, sponda, volo, materasso.

 

Il record qui non è solo la capacità di spingersi dove gli altri non arrivano, ma soprattutto la virtù spettacolare della tecnica socchiusa dentro al gesto: anni di studi e di esperimenti che finiscono in un discorso chiaro, perfettamente levigato e morbido. Questo libro mette tutti noi in condizione di conoscere con piacere alcune elementari verità della neuroscienza, che altrimenti non sapremo mai, perché la scuola è molto distante dall’avere gli strumenti necessari a divulgarle.

 

Dopo il successo di altri saggi come L’errore di Cartesio (1995), o Lo strano ordine delle cose (2018), Damasio torna a scrivere meno di duecento pagine in cui riflessioni di una vita, dati e letteratura sono accostate insieme in maniera estremamente ergonomica. E la qualità umana dell’autore, medico e neuroscienziato – che risalta in maniera sempre più percepibile proseguendo nella lettura – è già evidente nella prima pagina: di fatto ringrazia la vita che gli ha permesso di scrivere ciò che più gli sta a cuore, di usare lo spazio di questo volume per raccontare agli altri ciò che ha compreso. Ma la volontà di far capire bene, a differenza di molti altri casi, non è solo nominale: è sostanziale. Da essa dipende ogni scelta compiuta a livello tipografico, linguistico, strutturale. Il libro è organizzato in cinque navate principali: Essere, Le menti e la nuova arte della rappresentazione, Sentimenti, Coscienza e conoscenza, In tutta franchezza: un epilogo. Ognuno di questi regni ospita una serie ben ritmata e scandita di paragrafi piuttosto brevi che, dove serve e con parsimonia, sono accompagnati da illustrazioni e grafici. Per rassicurare il lettore sul fatto che chiunque lo segua potrà compiere con lui il salto, Damasio usa un armamentario di similitudini e metafore tratte dalla vita quotidiana, che però non guastano mai – neppure per un istante – la precisione delle sue spiegazioni.

 

Al centro del discorso, così come nel centro fisico del libro, c’è la tesi di Damasio scienziato che si debba completamente rivalutare il ruolo dei sentimenti nel loro rapporto con la mente, all’interno del nostro panorama evolutivo. Nella prima parte del volume, veniamo a sapere qual è la differenza tra il nostro modo di risolvere i problemi e quello altrettanto nobile dei batteri, scopriamo che è possibile intendere la nostra mente come un continuo flusso di schemi e di immagini che rappresentano il mondo, studiamo una volta per tutte che cos’è l’omeostasi, e com’è stato prezioso per la vita che ogni essere diventasse in grado di misurare le condizioni esterne ed interne, di temperatura e di luce, mediante le sue percezioni. Apprendiamo che il sistema nervoso è stato una conquista fondamentale per lo sviluppo della mente, perché ha reso il nostro organismo capace di comunicare con ogni parte di se stesso, e allora osserviamo che per diventare quelli che siamo è stato necessario prima «essere», dopo «sentire», infine «conoscere». Tra una nozione e l’altra, tra una chiarificazione e l’altra, i sentimenti fanno spesso la loro comparsa sulla scena: come i migliori protagonisti di una grande narrazione, però, il loro ingresso è laterale. Damasio arriva gradualmente a porre tutte le premesse utili per farli risaltare al meglio quando verrà il loro momento da solisti. La sua strategia compositiva è un sistema a matrioska dove ogni esplorazione successiva del fenomeno ci avvicina al suo centro perfettamente solido. 

 

 

Dunque, prima di arrivare al nocciolo della statuetta finale, è opportuno, qui come nel libro, dare ancora qualche definizione. Se la mente è un flusso di immagini e di schemi privo di proprietario, la coscienza è quel particolare stato della mente «arricchito» in cui diviene chiaro che: «tutti i contenuti mentali ai quali attualmente ho accesso appartengono a me, sono cosa mia, si stanno effettivamente dispiegando nel mio organismo». Questa distinzione, espressa in maniera cristallina, spiega la distanza tra alcune forme di vita. Noi esseri umani, grazie alla coscienza, siamo in grado di attribuire a noi stessi i nostri pensieri e le nostre visioni del mondo. Damasio sta dicendo che non è scontato sia così: sono occorsi milioni di anni per fare la differenza tra un essere umano e una farfalla o un rospo, creature che posseggono certamente una sofisticata forma di intelligenza, per assecondare la vita e conservarla nel tempo, ma non sono nelle condizioni di attribuire a se stessi nessuna delle modificazioni che le fanno operare nel mondo in funzione della loro sopravvivenza. Nessun io in grado di riferirsi a sé, solo la vita che si perpetua bevendo, nuotando, spostandosi da una fonte eccessiva di calore o dalla minaccia di un predatore, e anche la memoria così, disancorata dalla tendenza alla narrazione. 

 

Com’è stato possibile arrivare a sviluppare quel particolare stato della mente che è la coscienza? È qui che si apre lo spazio privilegiato per spiegare i sentimenti, perché tecnicamente i sentimenti sono stati fondamentali per lo sviluppo della coscienza, ma è anche vero che senza coscienza noi non avremmo la possibilità di attribuire a noi stessi quel complesso di modificazioni interne ed esterne che chiamiamo sentimenti. Il segreto dei sentimenti, infatti, è la loro natura ibrida: la caratteristica di raccogliere in un solo mazzo, in una sola impressione, tanto le rappresentazioni del mondo che è fuori di noi, quanto quelle del corpo e del mondo interiore. Damasio spiega che l’immagine della nostra conoscenza e del nostro cervello come amanuensi in grado di disegnare una mappa del mondo esterno – un soggetto che rappresenta un oggetto – è piuttosto rudimentale e superata: grazie ai sentimenti le cose vanno in un’altra maniera. «Quello che sentiamo ‘davvero’, nel senso proprio del termine, è lo stato in cui si trovano, momento per momento, le parti o l’insieme del nostro organismo».

 

Detto in altri termini, quando noi sentiamo le cose che ci circondano non le sentiamo direttamente, quello che sentiamo è il modo in cui i sensori del nostro corpo reagiscono a queste sollecitazioni. Ecco che cosa sono i sentimenti: sono il filo che lega le percezioni e il soggetto che le percepisce. Paura, gioia, malinconia sono un sofisticatissimo ritratto della realtà che cambia scala cromatica e contrasto in base alle nostre condizioni fisiche di esseri viventi, che determinano la nostra reazione a ciò che accade fuori. In questo senso i sentimenti hanno un valore capitale perché «esercitano su di noi una sorta di tiro alla fune, letteralmente ci disturbano, in modo positivo o negativo».

 

Così facendo sia ci informano sullo stato del nostro sistema interno sia sono in grado di farci reagire rapidamente a eventuali pericoli o fattori di benessere esogeni: grazie ai sentimenti non solo siamo individui, ma anche decidiamo prima e in maniera più informata. I sentimenti ci salvano la vita di continuo, e lo fanno sminuendo per sempre la distinzione cartesiana tra mente e corpo, res cogitans e res extensa. Questo totale e a tratti commovente elogio del sentimento culmina in una raccomandazione finale di Damasio rivolta a chi si occupa di intelligenze artificiali: finora, dei robot, abbiamo apprezzato soprattutto la loro robustezza, faremmo invece meglio – in futuro – a desiderarli vulnerabili. Senza una quota di vulnerabilità, senza cioè la modificazione di sé che ogni contatto comporta, è preclusa per sempre la più evoluta forma di intelligenza ora in circolazione. Modestamente, la nostra.

 

Il salto di Damasio è splendido e rasserenante, oltreché pieno di mirabili virtuosismi sin nella corsa che precede lo stacco da terra. Per esempio, la capacità di introdurre con disinvoltura elementi metanarrativi per spiegarsi meglio, come quando – nel paragrafo Coscienza e attenzione – racconta che cosa sta capitando nella sua mente mentre prova a raccogliersi per scrivere la pagina, nonostante le distrazioni che provengono dalla camera in cui si trova. Ma non è solo questo. C’è anche una grande carica letteraria nella sua prosa, che a volte passa per singole espressioni felici – i «timidi esordi» della conversazione tra ambiente e sistema nervoso, oppure l’«orchestra chimica» della vita –, altre per interi affreschi metaforici. E poi ci sono gli scrittori. 

 

Con una premura gentile, Damasio dimostra la sua ammirazione per quei letterati che in ogni tempo hanno dato voce alla coscienza con la tessitura chirurgica della loro lingua: tra le pagine si ricordano William James, Sigmund Freud, Marcel Proust e Virginia Woolf. Più avanti è il turno di un verso di Auden sul dolore e della famosissima poesia di Emily Dickinson in cui «the brain – is wider than sky». Di fronte alla complessità, sono pochi gli sguardi in grado di tenere insieme il mondo e di restituirlo non solo intero, ma anche più dolce e pieno di speranza. Antonio Damasio è uno di questi. Viene voglia di leggere tutto quello che ha scritto con questa sua mente tersa.

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