L'ultimo dono di Michel Serres

Prima di morire il 1° giugno del 2019, prossimo ai novant’anni, Michel Serres ci ha fatto dono di un ultimo libro, Morale per disobbedienti, tradotto da Chiara Tartarini per Bollati Boringhieri a cui dobbiamo la pubblicazione di gran parte degli ultimi scritti del filosofo francese. Il titolo originale, Morales espiègles, letteralmente suona “morali dispettose” o, meglio ancora, “morali birichine”; nella prefazione Serres scrive di addentrarsi in punta di piedi nelle questioni morali, lui, bisnonno e discepolo di Arlecchino, fiducioso nelle virtù delle nuove generazioni a cui vorrebbe insegnare a far le boccacce, pur nelle tragedie che non smettono di accompagnare la storia dell’uomo. L’interprete dell’atomismo antico, che nel clinamen del De rerum natura ha scorto l’annuncio dello scarto all’equilibrio rinnovato dalle scienze contemporanee (Lucrezio e l’origine della fisica, Sellerio, 1980), non poteva che conservare il riso di Democrito, invece del lacrimevole lamento che era di Eraclito.

 

La filosofia sorge dalla meraviglia, scrive Aristotele, ma resta sempre prossima al riso: lo ricordava Hans Blumenberg in Il sorriso del protofilosofo (Pratiche, 1982), rievocando l’aneddoto, derivato dal corpus delle favole di Esopo, che Socrate nel Teeteto riferisce a Talete: una servetta tracia sbeffeggia il filosofo che, perduto nella contemplazione delle vicende celesti, con la testa fra le nuvole, cade in un pozzo. È la sorte che attende Socrate, bersaglio degli scherni di Aristofane nelle Nuvole; Kierkegaard, nella sua dissertazione di laurea sul concetto di ironia, scriverà che Aristofane si era avvicinato alla verità facendo di Socrate un personaggio da commedia. Al riso beffardo che da sempre accompagna le pretese della riflessione teoretica, fino a costituire il sicuro indizio della concentrazione filosofica, fa da contrappunto il riso di Democrito che dall’alto della sua meditazione cosmica ha conquistato il distacco dalle passioni del mondo. Tocca ora al filosofo sorridere di sé e di tutte le servette di Tracia, senza cedere al pianto di Eraclito, il filosofo del divenire che non può distogliere gli occhi dalla caducità degli eventi, dal tempo vorace che tutto travolge. Era stato Luciano di Samosata, in uno dei suoi Dialoghi, a contrapporre l’atteggiamento dei due filosofi presocratici di fronte alle sorti dell’umanità. Un contrasto che sarà riproposto nell’iconografia dell’età moderna, dall’affresco di Bramante, rimosso dal palazzo Visconti-Panigarola e conservato nella Pinacoteca di Brera, ai ritratti di Rubens e Velazquez.

 

Il libro di Serres è un elogio della trasgressione ridente, del gesto innocente con cui un bambino dispettoso sblocca la situazione, magari mostrando la nudità del re; e così svela le menzogne che reggono il mondo, inventa qualcosa di nuovo, si fa motore di una nuova storia. Solo i disobbedienti hanno una morale, in effetti: solo Antigone può rivendicare principi più alti rispetto all’ingiustizia legalizzata, quelle leggi non scritte che vivono sempre nel cuore degli uomini. Chi obbedisce, secondo il Kant della Critica della Ragion pratica, non fa che seguire quanto un altro gli impone, ignora quel presupposto ineliminabile della morale che è la libertà nel senso di autonomia, il dare legge a se stessi. Non esiste morale eteronoma e l’obbedienza da tempo non è più una virtù. Lo abbiamo appreso da don Milani, dallo spirito libertario disperso nel ’68, lo abbiamo appreso dai meccanismi dei sistemi totalitari del Novecento, dove si sa cosa attende chi comincia a credere ed obbedire. Tzvetan Todorov ha ricordato che i grandi criminali del Novecento sono quelli che hanno obbedito alle leggi, i carnefici che gestivano Lager e Gulag, gli amministratori fidati ed esemplari come Adolph Eichmann (Di fronte all’estremo, Garzanti, 1992). Dai crimini nazisti s’impara che coloro che applicano la legge sono più pericolosi di coloro che la trasgrediscono La vita morale implica la possibilità di scegliere, quasi mai data nei Lager: le vittime sono vincolate dalle esigenze biologiche di stare al mondo, i carnefici coltivano l’impunità di chi si conforma ad una volontà superiore, giustificano i loro crimini con il paravento dell’obbedienza agli ordini dei capi. Il male, ha detto Primo Levi, sta nell’obbedienza, nella sottomissione volontaria e acritica, nell’accettazione di quanto viene imposto, nell’annullamento della coscienza provocato dal sistema totalitario. I “giusti tra le nazioni”, le cui lapidi si trovano nel Memoriale della Shoa, lo Yad Vashem, a Gerusalemme, hanno eluso o disobbedito alle leggi. Così fece Paul Grüninger, capitano della polizia cantonale di San Gallo, che falsificò centinaia di documenti nel periodo 1938-1939 per consentire agli Ebrei l’ingresso nel suo paese.

 

La burla è stata la mia prima e unica esperienza sociale, scrive Serres, fin dai tempi del collegio quand’era temuto e spesso punito dai suoi maestri; “è stata anche la mia unica e reale ambizione politica”. Fin da adolescente ha sempre cercato di mettere scompiglio, perché “chi crea scompiglio mal sopporta la gerarchia, il dogma o il pensiero unico”. La logica degli insetti sociali, come quella di alcuni primati, è darsi un capo e organizzare istintivamente una rigida subordinazione. La gerarchia è la traccia residuale di usanze babbuine o canine, è una forma di atavismo; è dalla violenza che si genera l’ordine, quella violenza da cui lo spirito del filosofo, nato nei paesi catari, si è sempre tenuto lontano, già nell’avversione alla polemica, dal greco polemos, la guerra. Disobbedire alle gerarchie è la condizione prima della conoscenza, di una conoscenza pacificata: “la cultura è ciò che permette di non schiacciare nessuno sotto il peso della propria cultura”. L’obbedienza la dobbiamo, ricorda Serres, alle leggi della polis (quando il legale si adegua al giusto), come a quelle della natura, alle cose stesse. L’etica del ricercatore, di chi va in cerca del vero e del giusto, non può rifiutare il confronto con l’estrema durezza della realtà, con il duro verdetto che le cose esprimono sulle nostre convinzioni.

 

 

Anche fra gli elementi Serres ha prescelto quelli che creano scompiglio, l’acqua, il vento ed il fuoco. Ignis mutat res: l’immaginario arcaico del fuoco si rinnova con l’avvento della termodinamica nell’Ottocento, riletta attraverso la pittura di Turner ed il ciclo dei Rougon-Macquart di Zola (si vedano in proposito i brani riportati nel numero monografico che la rivista Riga (35) ha dedicato a Serres nel 2014). Prima ancora di nascere, nel 1930 sulle rive della Garonna, sua madre che lo portava in grembo si salvò a stento da un’inondazione, fuggendo in barca dal primo piano della casa. Allievo dell’École navale, finì per abbandonarla per non farsi complice del militarismo della grandeur francese, al tempo della guerra per il canale di Suez nel ‘56. “Ma chi ha navigato in mare aperto, anche se per pochi anni, resta marinaio per l’eternità”: ha appreso a liberarsi dai troppi pesi che zavorrano il percorso della nave, dai saperi accumulati che impediscono l’invenzione. Esperto alpinista, Serres ha passato giorni e notti fra i bivacchi di alta montagna, ha conosciuto la concordia, comunanza di cuore e affinità di intenti, propria di quanti si tengono legati a una stessa corda. Lo scalatore, come il marinaio, è responsabile per sé e per gli altri della propria postazione. “Il mare cancella il problema del male, in cui i terrestri si deliziano a sguazzare, perché sulla terraferma loro non corrono grossi rischi”. Il primo errore, perfino la minima bugia, espone la nave e l’equipaggio al pericolo di affondare, di incendiarsi o incagliarsi: sotto gli alberi delle navi, si impara il Bene, la schiettezza si rende obbligatoria al fine di navigare minimizzando i pericoli. Quando si è in balia dello scompiglio, del vorticare delle acque e del turbinare dei venti, si rende necessario obbedire ai capricci imprevedibili degli elementi. L’equilibrio del corpo è subito spezzato, bisogna ritrovarlo di continuo; bisogna flettersi non rimanere dritti ed immobili, oscillare dalla parte opposta alla direzione del vento, mantenersi sempre nello scarto.

 

Le virtù che presiedono alle democrazie si apprendono a bordo, non nelle istituzioni protette da muri. E la prima virtù è il distacco: “staccarsi dal molo, dal porto, dalla città, dai muri, da tutte quelle storie di uomini invidiosi e concorrenti”, staccarsi dalle rive dove abitano i rivali, per “entrare nella pace violenta dei venti”. Così scriveva Serres in quell’apologo a cui diede il titolo di Distacco (1983, Sellerio, 1988) e nella Morale per disobbedienti osserva: “Distacco, ecco il nome dato al corpo dei miei corrieri”, alle tante figure angeliche che portano messaggi da altri mondi, nel tempo dominato dagli scambi di informazioni. Il primo di quei corrieri è Ermes, messaggero che vive sulla soglia, abita il tra, percorre la terra di nessuno fra la natura e la cultura, i punti di transito; angelo con le ali ai piedi, anche lui un “mancino zoppo”, come dice il titolo di un libro del 2015 (Bollati Boringhieri). Gli eroi serresiani sono zoppicanti, il loro corpo è asimmetrico, figure topologiche che illustrano la deformazione; l’inclinazione, sul modello del clinamen epicureo, scarto minimale all’equilibrio che si produce incerto tempore incertisque locis, introduce una variazione rispetto alla monotonia della ripetizione uniforme. Alle soglie di un mondo nuovo, nel punto rischioso di un passaggio verso possibilità inesplorate, ecco apparire una biforcazione, statue di Ermes agli incroci delle strade. Una rottura di simmetria origina cristalli enantiomorfi, come quelli che caratterizzano le molecole degli organismi viventi e la loro evoluzione. La logica fluida che presiede all’invenzione è la stessa che scandisce i capitoli del Grande Racconto dell’evoluzione dell’Universo: flusso di contingenze in cui si aprono variazioni divergenti, percorso odisseico interrotto da vortici che costringono a variare la rotta. L’innovazione ha preso un’altra strada, è uscita dalla consuetudine e dalla consunzione del già noto, non ha seguito il metodo cartesiano, nessuna via diritta e lineare, il suo cammino è esodo; nell’instabilità il pensiero si rende inventivo. “Penso, dunque biforco”.

Neppure la morale si calcola sull’equilibrio della bilancia, la generosità non richiede reciprocità; quest’ultima rientra nella logica della faida, dell’occhio per occhio. Serres ricorda di aver assistito da ragazzo nelle fiere ad una sorta di linciaggio: un povero cristo chiuso in una botte, da cui uscivano solo dorso e testa, era il bersaglio su cui si potevano lanciare pomodori. Spettacolo attraente e comico per i nostri nonni, ma che oggi indigna, almeno quanti di noi hanno appreso a mettersi al posto delle vittime, del ferito soccorso dal samaritano su cui Serres si era soffermato in Darwin, Napoleone e il samaritano (Bollati Boringhieri, 2015). Era una risata dura, sorta dall’offesa inflitta a una vittima con il consenso degli astanti; spesso lo è anche la risata che vorremmo critica, forse liberatoria, ma talvolta assassina. Aristofane si prende gioco di Socrate, che sarà poi condannato a morte; Voltaire deride Maupertuis che ne muore, ed oggi i social network consentono di prendersi gioco, con il vantaggio dell’immunità e dell’impunità, dei nemici di turno. È proprio necessario che la risata finisca per seppellire, come voleva il vecchio slogan anarchico “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”?

 

Il potere ha bisogno di solennità per esercitarsi, solo così suscita attrazione e timore; il riso conosce la paura ma non la sostiene, mette a nudo le macchinazioni, carica il tratto, come fa appunto la caricatura, fino a distorcerlo nell’assurdo, svelandone la stupidità nascosta. Il riso può essere un’arma contro i poteri, uno strumento di resistenza contro la forza, ed ha il pregio di condividersi, di formare una comunità e comunicarsi. Diceva Freud che l’umorismo è la sola vera soluzione alla nevrosi; non nega la realtà, non cerca di eluderla, cerca di trascenderla, fornendo al soggetto una possibilità di uscire fuori con uno scoppio di risa dalla monotonia dei giorni, anche quando la vita si è fatta terribile e insopportabile. Freud citava l’esempio del condannato a morte che esclama la mattina dell’esecuzione: “ecco una giornata che comincia male ...”. Fare fronte alla nostra condanna a morte, più o meno annunciata, con un una battuta apre una distanza quasi metafisica con la nostra sorte, implica un distacco da sé, come se ci guardassimo da fuori. Il motto di spirito tipico dell’ebraismo consente di armarsi di pazienza, è un segnale di resistenza dell’umano di fronte all’inumano, anche quando l’esistenza è presa nei tormenti della persecuzione.

 

Germaine Tillion, l’etnologa allieva di Marcel Mauss, ha attraversato nella sua lunga vita (1907-2008) i drammi del Novecento, ne è stata testimone e vittima, consapevole che fin dalla preistoria l’umanità è sopravvissuta passando da una catastrofe all’altra e, tuttavia, è andata avanti. Alla razionalità intellettuale Tillion ha sempre unito una visione ironica delle cose. Nel volantino del 1941 in cui invita alla Resistenza contro l’occupazione nazista della Francia, si dice convinta che “la gioia e l’umorismo costituiscano un clima intellettuale più stimolante rispetto all’enfasi lacrimevole. Abbiamo intenzione di ridere e scherzare e riteniamo di averne il diritto”. La capacità di ridere del mondo e di sé ha un effetto paragonabile a quello che produce la distanza fra l’etnologo e la società che studia: l’introduzione di uno scarto tra il mondo e se stessi, la capacità di vedersi dall’esterno, nell’al di là di sé, una distanza introdotta già nel cuore dell’azione. Quando viene arrestata, un venerdì 13, giorno che si vuole fortunato, le torna in mente un racconto di una popolazione dell’Africa occidentale: Dio può essere buono sia con l’uomo che vuole attraversare il fiume a nuoto sia con il coccodrillo che vuole mangiarselo. “La cosa mi ha aiutato a ricompormi, perché ho pensato: ‘Oggi, Dio è stato buono con il coccodrillo’”. Quando viene condotta nel campo di concentramento di Ravensbrück, Tillion cerca di comprenderne i meccanismi, ne indaga le funzioni economiche e le spiega alle compagne: è un modo per restare in stato di riflessione e di vigilanza, al di là di sé. Da quei suoi primi appunti, annotando anche i nomi dei carnefici camuffati da ricette di cucina, ha origine il primo Ravensbrück, pubblicato nel ’46 e ampliato fino all’edizione definitiva del 1988 (tradotto da Fazi nel 2012).

 

In apertura a La ricerca delle radici, l’antologia in cui Primo Levi propone un autoritratto attraverso le letture che hanno segnato la sua esistenza, un diagramma inserisce i testi fra due archi di cerchio, uno indicato come “la salvazione del capire”, l’altro come “la salvazione del riso”. Per Germaine Tillion, quei due archi finiscono per intrecciarsi, resistere grazie al riso significa circoscrivere la gravità della situazione senza dissolverla, anzi promuovendo un’operazione di verità. Nell’ottobre del 1944, vedendo le compagne perdere la speranza in una prossima liberazione, Tillion scrive un’operetta, Le Verfügbar agli inferi, dove zur verfügung significa a disposizione delle S.S, indica il prigioniero utilizzabile per svariate mansioni. L’operetta è una gioiosa burla la cui molla scatenante è considerare il Verfugbar come una nuova specie animale, che un conferenziere esamina come farebbe un entomologo che si confronta con un insetto sconosciuto. La specie “aliena” è classificata nella famiglia dei gasteropodi, “perché ha lo stomaco nei talloni, cosa che nessuno può negare”: la tirannia della fame è riconosciuta e insieme se ne sorride per potersene difendere. Ridere della propria condizione di vittima non assolve solo una funzione di autodifesa, una valvola di sfogo come le barzellette clandestine nei regimi totalitari, è un modo per comprendere se stessi ed il Lager; l’auto-derisione offre alle detenute uno specchio impietoso, ma costringe alla reazione, induce al rifiuto e costituisce una vittoria dello spirito sul sistema disumanizzante. L’operetta non nasconde il meccanismo della morte in serie, richiama più volte i “trasporti neri”, i trasferimenti di donne anziane, deboli di mente o inabili al lavoro. Una deportata malata, munita di carta rosa, chiede che ci si occupi meglio di lei, vorrebbe andare “in un campo modello, con tutti gli agi, acqua, gas, elettricità”, e il coro delle verfügbar risponde: “Gas soprattutto …”. Tillion consente alle compagne d’introdurre una distanza fra sé e la vita che vivono: non sono più solo vittime, sono anche spettatrici ed attrici della propria disperata esistenza. L’iperbole comica culmina in una risata liberatoria, ma trasmette al contempo un insegnamento fondamentale, confermeranno le compagne di deportazione: non bisogna abbandonarsi al sogno, prestare credito ai racconti sulla fine imminente della guerra e sulla liberazione, occorre sviluppare una lucida presa di coscienza della situazione. Le certezze illusorie disarmano le prigioniere, le rendono più vulnerabili alle privazioni; ridere di sé e vedersi dall’esterno permette invece di proteggersi dal mondo circostante, affrancarsi da una realtà atroce e armarsi della forza di resistere.

 

Anche il riso è un dono che possiamo fare agli altri. Il povero diavolo bersaglio dei pomodori è una figura cristica, una comparsa in una scena sacrificale, agnello espiatorio di una storia che ripete il meccanismo della violenza, quello che impone la reciprocità della vendetta. Perché si dia morale ci si deve mettere nel posto più umile ed accogliere solo il riso raro che non fa del male, ma tende alla tenerezza, la burla che non rovina nessuno, che non elegge le vittime di turno. Si è soliti dire che non esiste il dono, perché chi dona schiaccia con la sua generosità chi riceve. In realtà, esiste una catena benefica, che non richiede reciprocità ma transitività; il dono non si gioca in due ma in tre, può estendersi ad altri senza risalire la catena del tempo, si volge verso il futuro confidando nella transitività. I figli non restituiscono quanto hanno ricevuto ai genitori, lo donano ai propri figli; gli allievi non restituiscono quel che hanno ricevuto dagli insegnanti, possono trasmetterlo ad altri. E il perdono, ricorda Serres, non è solo il superlativo del dono, è un’azione transitiva: dimentica le offese ricevute, sostituisce la reciprocità del debito con la transitività della remissione e, nel collettivo, prende il nome di prescrizione. È questa la soglia che consente il transito dal diritto alla storia, dal criminale che compare in tribunale alla colpa, prescritta ma scritta sui libri di storia: quest’ultima conserva il ricordo del crimine, mentre nelle menti delle generazioni umane si impone il dovere dell’oblio. È così che la storia può smettere di ripetere il meccanismo sacrificale e abbandona l’incubo collettivo della vendetta.

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