Marianne Faithfull, l’arte della resilienza

In una lettera ai fratelli George e Thomas datata 22 dicembre 1817, John Keats scrisse di aver infine compreso qual era il segreto per fare di un uomo un uomo compiuto (a Man of Achievement, l’espressione usata da Keats, maiuscole comprese): la capacità cioè di condursi nell’incertezza, nel dubbio e fra i misteri della vita senza avvertire l’irritante impulso di cercare ogni volta soccorso nei fatti e nella ragione. Riteneva che in questo Shakespeare fosse un maestro. In un poeta, scriveva Keats, il senso della bellezza trascende ogni altra considerazione, o meglio rende superflua ogni altra considerazione. E Keats chiamò questa qualità capacità negativa (negative capability).

 

Quando nel 2018 Marianne Faithfull decise di intitolare un disco proprio così, Negative Capability, richiamandosi a Keats e facendo sua l’ambizione di vivere con pienezza dentro una condizione di incertezza, si stava predisponendo a uno dei suoi tanti bilanci esistenziali. Dall’accumulo dei guai fisici (un tumore, l’epatite C, l’artrite, un’infezione dopo un intervento chirurgico che l’aveva costretta ad annullare una tournée), unita alla consapevolezza che l’avanzare dell’età e gli abusi di gioventù stavano chiedendo pedaggio a lei e alla sua generazione, pur senza avere la presunzione di fare sua fino in fondo l’intuizione di Keats, offrendosi cioè al pubblico in quanto donna realizzata o di successo (a Woman of Achievement), Marianne per molti versi chiudeva il cerchio a quarant’anni di distanza dal disco Broken English, un disco che non solo l’aveva rilanciata dopo un lungo periodo di marginalità discografica ed esistenziale, ma che le aveva anche definitivamente chiarito quale fosse il quadro entro cui profilarsi come interprete.

 

 

Bisogna anzitutto premettere una cosa, e cioè che una vita come le altre, per Marianne Faithfull, non sarebbe stata possibile. Quanto meno improbabile, via. La madre Eva von Sacher-Masoch, baronessa Erisso, era nata a Budapest e cresciuta a Vienna. Nipote di Leopold von Sacher-Masoch, lo scrittore austriaco dal cui nome lo psichiatra tedesco Richard von Krafft-Ebing avrebbe ricavato il termine masochismo, in gioventù fu ballerina per Max Reinhardt oltre che in alcune produzioni di Bertolt Brecht e Kurt Weill. Il padre, Glynn Faithfull, professore di letteratura italiana al Bedford College di Londra e maggiore nell’esercito di Sua Maestà, durante la Seconda Guerra Mondiale operò sul terreno per conto dei servizi segreti britannici. Nel 1945, di stanza a Vienna, ricevette l’incarico di consegnare alla baronessa von Sacher-Masoch un messaggio del fratello Alexander, impegnato con i partigiani di Tito nei Balcani, dispaccio in cui certificava di essere vivo e in buona salute. Non solo il messaggio fu recapitato alla destinataria, ma il maggiore rimase a tal punto colpito dalla baronessa Eva von Sacher-Masoch da chiederla in sposa. Lei acconsentì e i due partirono alla volta del Regno Unito. Ad accoglierli in patria v’era, fra gli altri, il padre del maggiore Glynn, Theodore Faithfull, un veterinario col pallino per la sessuologia, autore di una raccolta di saggi intitolata Il futuro delle donne, il quale a suo tempo aveva abbandonato la moglie Frances per una ballerina di circo.

 

Papà Theodore non viveva di sola teoria ma fu anche inventore di una Frigidity Box, una macchina antifrigidità che a suo dire avrebbe cambiato il destino dell’umanità. Il maggiore Glynn divenne uno dei più convinti sostenitori dell’invenzione di papà Theodore, al punto che provò a convincere la moglie a testare la macchina. La baronessa, pur essendo cresciuta a Vienna, considerava la psicanalisi una roba da ciarlatani, e nel ripetere a sé stessa il ben noto aforisma di Karl Kraus – la psicanalisi è quella malattia mentale di cui crede di essere la terapia – gli fece marameo. Niente macchina antifrigidità per lei. La liberazione della libido, per quel che le importava, poteva attendere. Anni dopo, durante una festa privata nel salone del castello che il marito aveva affittato per la famiglia, fece una scenata coi fiocchi, e alle rimostranze di una signora lì convenuta, secondo la quale in Inghilterra una donna non si comportava a quel modo in pubblico, rispose: “mia cara, le mie antenate erano già delle Signore quando le vostre donne stavano ancora appese agli alberi per la coda”. Detto questo fece le valigie e se ne partì con Marianne alla volta di Reading, nel Berkshire, dove si fece carico di mantenere la figlia svolgendo i lavori più umili: impiegata in un calzaturificio, barista, obliteratrice di biglietti d’autobus.

 

La premessa, converrete, era doverosa: una vita come le altre, per Marianne Faithfull, non sarebbe stata possibile. Difficile immaginarla seduta a una scrivania del catasto o a fare la stenografa in uno studio legale della City (con tutto il rispetto, s’intende).

 

Reading dista poco più di un’ora di treno dalla capitale. L’adolescente Marianne cominciò a frequentare i pub e i locali di Londra dove si suonava musica dal vivo. Non ancora il pop o il beat, ma la musica jazz e blues per cui i ragazzi inglesi dell’epoca andavano matti. Il suo sogno era assomigliare a Juliette Gréco, fumare Gauloises senza filtro e bere caffè nero parlando di Albert Camus e di Sartre mentre in sottofondo scorrevano le note di Sketches of Spain di Miles Davis. Questo succedeva all’alba degli anni ’60, prima che Marianne diventasse la musa dei Rolling Stones e una delle icone della Swinging London, prima che si fidanzasse con Mick Jagger, prima dell’LSD e dell’eroina, della vodka a fiumi, della cocaina, dei barbiturici, della mescalina, dei tentati suicidi e di tutto il resto.

 

 

Mick Jagger entrò nella vita di Marianne Faithfull nel marzo del 1964. Per lei, a quattro mani con l’amico di cordata Keith Richards, scrisse la canzone As tears go by. Una cosa adolescenziale un po’ alla Françoise Hardy (genere festival di San Remo, avrebbe poi ammesso Marianne), ma fu un successone, per lei e gli Stones. La canzone in origine avrebbe dovuto intitolarsi As time goes by (col passare del tempo), ma quel titolo era ormai scolpito nel viso pacioso del pianista Sam (Dooley Wilson) e in quello umbratile di Rick Blaine (Humphrey Bogart) a Casablanca, e allora al tempo i discografici finirono col preferire le lacrime (time-tears). A quel successo che proiettò Marianne Faithfull al centro della scena pop britannica seguirono anni fatti di inquietudine e di disordine, la bohème nell’appartamento di Courtfield Road condiviso con Brian Jones e Anita Pallenberg, un figlio, un aborto, la depressione, l’anoressia, i guai con la polizia. Molto sesso e troppa droga. La sua vita, unita a quanto la stampa scandalistica britannica amava immaginare della sua vita, sbattuta sulle prime pagine dei giornali. Si pensò a lungo che Marianne Faithfull non fosse altro che un’effimera cantante da Top of the Pops, la ragazza bionda con la minigonna che faceva impazzire gli Stones e il loro seguito di debosciati. Miss Porno la chiamavano i rotocalchi dell’epoca, l’indemoniata del sesso per cui Sua Eminenza l’Arcivescovo di Canterbury confessava di pregare in gran segreto. Poi, drammatica, arrivò la morte dell’amico Brian Jones, uno dei cinque Stones. Un evento che anziché porre un freno al disordine spinse Marianne verso il baratro, convincendola che identificarsi con quello stesso destino fosse una scelta necessaria, e quindi: overdose di sonniferi (centocinquanta compresse di Tuinal, un sedativo molto diffuso all’epoca, in particolare fra i musicisti), il coma… Suicidio per interposta persona, lo definì la Faithfull.

 

Dopo sei giorni, risvegliatasi dal coma, Marianne per prima cosa citò a Mick Jagger due versi di una canzone degli Stones:

 

Wild horses

Wouldn’t drag me away

 

(I cavalli selvaggi

Non poterono trascinarmi via)

 

Se è vero che Marianne sopravvisse per miracolo agli anni ’60, è altrettanto vero che dovette far capo a tutta la sua determinazione per non soccombere al decennio successivo. Ci riuscì, a suo dire, allontanandosi dal nucleo incandescente che erano ormai diventati i Rolling Stones. Sulle prime, fu persino peggio. Più che un allontanamento, un abisso. Sprofondò in un inferno di droga e abiezione. Anni di caduta libera, ammise lei stessa anni dopo. Pesava quarantacinque chili e passava le giornate a iniettarsi eroina in vena. L’essersi trovata d’un tratto senza la protezione di Jagger e compagni l’aveva posta in una condizione di estrema vulnerabilità. Senza una casa, senza un’occupazione, senza altro interesse che il buco quotidiano, trascorreva le giornate sul divano o a zonzo per la città con dei nuovi amici, gli squatter e i punk che bazzicavano il quartiere. Poi, sul finire del decennio, un filo di speranza, lo spuntare di un nuovo amore, il matrimonio, il progetto di un nuovo disco con la casa discografica Island di Chris Blackwell: Broken English, il disco della rinascita, potente, trasparente e torpido insieme, il disco in cui Marianne per la prima volta riuscì a mettere a fuoco sé stessa, presentandosi con un profilo di interprete che infine le assomigliava. Fu pubblicato il 2 di novembre, un mese prima dell’epocale London Calling dei Clash. Il dolore e il senso di colpa che sgorgava dai solchi di quel disco erano tutta farina del suo sacco. Niente motivetti pop usa e getta. La bambolina che aveva scalato le classifiche di vendita quindici anni prima era andata in frantumi. Adesso si presentava nei panni di una consumata diva punk. Capì, Marianne, di aver trovato non tanto un repertorio o uno stile, ma una voce e una ragione per esprimere quella voce. Il segreto era essere fedeli a sé stessi, anche se l’esserlo significava ammettere la caduta, abbracciare il proprio destino in ciò che aveva di più indigesto e forse di imperfetto, esponendolo senza compiacimento e senza retorica.

 

 

In epigrafe all’autobiografia pubblicata nel 1994 Marianne Faithfull pose un celebre motto d’epoca vittoriana: never explain, never complain. Mai dare spiegazioni, mai lamentarsi. Il motto è attribuito allo scrittore ed ex Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli, ma dopo di lui è stato fatto proprio da reali, graduati e da altri due Primi Ministri come Stanley Baldwin e Winston Churchill. Quella frase – mai dare spiegazioni, mai lamentarsi – suggerisce qualcosa che alle nostre orecchie suona inerentemente britannico oltre che parecchio snob. Offrire spiegazioni è già un’ammissione di debolezza. Pone l’interlocutore in una posizione di forza, confortandolo nel suo diritto a rivendicare un perché. Vale sul piano politico ma anche sul piano psicologico. Significa scendere al livello dell’interlocutore. Convalidarlo in quanto pari. Lo snobismo e il distacco che per convenzione attribuiamo all’aristocrazia e ai regnanti (britannici o meno), trova nel semplice accorgimento di non dare spiegazioni un’efficace strategia di contenimento e di placida quanto sdegnata ripulsa. Sir John Emerich Edward Dalberg-Acton, meglio noto come Lord Acton, chiosò il concetto in modo esemplare: beware of too much explaining, lest we end by too much excusing (sta’ attento a dare troppe spiegazioni, rischi di trovarti in un mare di scuse). Marianne Faithfull, di scuse o di spiegazioni per come ha vissuto la sua vita, non ha mai sentito di doverne a nessuno. Men che meno di doversene lamentare in pubblico. Se la vita ti colpisce duramente, accettalo senza frignare. Never complain. Mai lamentarsi. Scegliere di tacere è pur sempre meglio che piangersi addosso. Anche questo, di principio, è molto british. Britannico e aristocratico. Diciamo britannico e austro-ungarico insieme, per rendere onore anche a mamma Eva von Sacher-Masoch, baronessa Erisso.

 

Trovata una sua dimensione di interprete, Marianne Faithfull l’ha poi sondata in lungo e in largo abbracciando la condizione umana in quanto ha di più torpido e oscuro. Ha trasfigurato la sua caduta in un percorso di scoperta se non di redenzione. Ciò che conduce l’individuo sull’orlo dell’abisso può custodire in sé anche la promessa di un riscatto. Proprio come Tom Waits e gli altri cantori dei bassifondi (i Lou Reed, gli Iggy Pop, la folta e struggente congrega di musicisti rock che senza il rock sarebbero finiti chissà come), Marianne Faithfull si è sempre tenuta a distanza dalla tentazione della beatitudine. Non è di questo che parla il rock, se è rock. Al rock basta una carezza lì dove nessuno si aspetterebbe di trovarne traccia. Tom Waits, di cui Marianne interpretò una straordinaria canzone, Strange weather, aveva pensato a un progetto su misura per lei, voleva farle interpretare un intero disco a tema intitolato “la vendetta della puttana”, un disco ambientato a Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans, ma poi non se ne fece nulla. Ciò che invece fece Marianne fu di immergersi nel repertorio di canzoni della Repubblica di Weimar con 20th Century Blues, e poi in I sette peccati capitali con l’Orchestra Sinfonica della Radio di Vienna diretta da Dennis Russel Davis. Nel 1991, poco dopo la morte della madre, Marianne aveva interpretato Jenny dei pirati a Dublino nell’Opera da tre soldi, riallacciandosi idealmente al passato brechtiano di mamma Eva. Al cinema, nel 2007, interpretò l’indimenticabile personaggio di Irina Palm nel film omonimo di Sam Garbarski, una nonna che per sostenere le spese di cura del nipote affetto da una rara malattia non esita a impiegarsi in un locale a luci rosse di Soho, dispensando apprezzatissimo sesso manuale ai clienti. 

 

 

La vera aristocrazia è quella dell’arte, scrisse Marianne Faithfull nella sua autobiografia. Parlava di sua madre, la quale, dopo aver ascoltato la canzone Why D’ya Do It? dal disco Broken English, e aver sentito la figlia cantare questi versi:

 

Why'd ya do it, she screamed, after all we've said

Every time I see your dick I see her cunt in my bed

 

Perché l’hai fatto, ha urlato, dopo tutto quel che abbiamo detto

Ogni volta che vedo il tuo cazzo, vedo la sua fica nel mio letto

 

anziché scandalizzarsi, disse alla figlia con fierezza: finalmente una canzone che ti assomiglia!

 

A inizio aprile i giornali hanno riferito che Marianne Faithfull era ricoverata in un ospedale di Londra per sottoporsi a delle cure mediche dopo essere risultata positiva al Covid-19. Quattro giorni dopo, la notizia che lo stesso virus s’era portato via Hal Willner, produttore e amico di Marianne. Marianne e Hal s’erano conosciuti nei primi anni ’80. Willner l’aveva coinvolta in uno dei suoi tanti progetti corali: Lost in the Stars, dedicato alla musica di Kurt Weill, e per l’occasione le aveva fatto interpretare Ballad Of The Soldier's Wife. Assieme, nel 1987, avevano lavorato al disco di cover Strange Weather, dove Marianne aveva reinterpretato anche As tears go by. La collaborazione era poi proseguita sullo splendido live Blazing Away, registrato nella cattedrale di St. Anne a Brooklyn. E poi ancora nel 2004, nel 2008, e infine, ultima tappa di un sodalizio aureo, nel 2010, per il disco Horses and High Heels. Willner si rivelò il produttore ideale per Marianne. Riuscì, da quel sapiente alchimista sonoro che era, a proiettare la voce di Marianne in una dimensione di sperimentazione controllata, conferendole ulteriore profondità e una sorta di sospensione, di sottile e tersa gravità poetica che Marianne seppe far sua e sostenere con personalità ed eleganza. Purtroppo Willner non ce l’ha fatta. Marianne invece è stata dimessa dall’ospedale il 22 aprile scorso, dopo ventidue giorni di trattamento.

 

Due cose, prima di chiudere. O meglio, tre. La prima è che Marianne, poco prima di risultare positiva al virus, aveva dato il suo contributo in voce a un progetto dell’università di Plymouth che consiste in una rilettura completa della Ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge. Con lei, numerosi altri interpreti, fra cantanti e attori (il progetto si può ascoltare qui nella sua interezza). La seconda è che presto la sua vita sarà portata su grande schermo dal regista Ian Bonhôte. A indossare i panni della giovane Marianne sarà l’attrice Lucy Boynton, già vista in Bohemian Rhapsody. L’uscita del film, basato sull’autobiografia della Faithfull e al quale la cantante ha dato il suo benestare, è prevista per il prossimo anno. La terza è un consiglio pratico. Marianne, ispirata da Marlene Dietrich che nel suo memoir offrì al lettore preziosi consigli su come cucire i sacchetti di lavanda o su come pettinare il cane, chiuse l’autobiografia offrendo la sua personale ricetta del pollo al limone e all’aglio. Dopo tanto dolore, un balsamo per lo spirito. La ricetta è semplicissima: un pollo, del burro, dell’aglio e del dragoncello fresco. Tagliare il pollo in due. Sale e pepe in abbondanza. Farcire il pollo con metà del limone, una noce di burro e il dragoncello fresco. Per la purea di patate, si raccomandava, non scordate la noce moscata. Nient’altro. Resiliente sì, massaia così così.

 

Marianne Faithfull, Sister Morphine.

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