Mario Benedetti, Impalcature

Il ritorno, nell’arco del viaggio dell’eroe, così come lo ha fissato il mitologo americano Joseph Campell (poggiando su Propp, riallacciandosi a Jung) è uno dei momenti più difficili del percorso. Chi torna fatica a riconoscere il mondo da cui era partito – i suoi luoghi, le sue abitudini, le voci e i gesti di chi è rimasto: perché, tanto quanto quel mondo è mutato durante il tempo della sua assenza, così lui stesso si è trasfigurato nell’essere e nello sguardo. L’esempio più banale e però più archetipico è quello di Odisseo che, giunto a Itaca dopo vent’anni, da un lato non viene riconosciuto se non dal suo cane (l’animale pare essere l’unico in grado di annusare l’essenza, quello che c’è di immutato), e che dall’altro non riconosce: trova la propria casa ostile, diversa, invasa. Una casa che durante la sua lontananza ha continuato a vivere e che dunque è cambiata e di cui ora simbolicamente non è più padrone, che deve riconquistare per poter “conoscere di nuovo”. 

 

Pochi giorni fa è uscito per Nottetempo Impalcature, di Mario Benedetti, un “puzzle narrativo” come lo definisce l’autore, in cui, mescolando vicende reali, trasformandole e sublimandole, racconta il difficile meccanismo del ritorno – e di un ritorno particolare, quello cioè dall’esilio. 

Immagina l’esule Javier fuggito 12 anni prima dall’Uruguay in piena dittatura militare, mentre alcuni altri compagni riuscivano come lui a partire e molti venivano invece inghiottiti dall’oscurità delle carceri e dallo strazio della tortura. Lui, con la moglie Raquel e la figlia Camila, ha trascorso quel tempo in Spagna, ricostruendosi una vita, una quotidianità, un essere. A dividerlo da Raquel è il suo cordone ombelicale rimasto legato alla patria, mentre lei, che ai tempi era scappata per seguirlo, ma che per quella patria non aveva lottato, è riuscita più facilmente a tagliare il proprio, di cordone, e ora non saprebbe cosa farsene di un ritorno. 

Così Javier riparte solo, in qualche modo simbolicamente nudo, senza nulla in mano di ciò che è appartenuto al suo viaggio. E così spogliato deve ricostruire, piano, un ponte con il passato, attraverso un percorso che gli permetta di appartenere nuovamente alla sua patria, di collegare le tre parti strappate della sua vita.

 

 

C’è, ora, da confrontarsi con il passato, con un passato che non c’è più.

I 12 anni che per qualcuno sono stati di paura, lotta, silenzio e urla, mentre per lui sono stati di altrove e distanza, si aprono come uno squarcio nella pelle. Nessuno è più lo stesso e in ognuno la ferita del tempo e della dittatura ha sanguinato in modo diverso.

C’è, ora, da prendere punti di riferimento vecchi e dar loro nuova linfa, da fare i conti con quelli che non ci sono più o che si sono spezzati, da costruirne di nuovi.

Javier, come spesso accade quando si torna da un lungo viaggio, parte dalla solitudine e dall’isolamento, da una piccola fortezza: una casa isolata fuori città, dove far fluire piano i ricordi e cominciare dal silenzio a sentire la voce vecchia e nuova della sua Montevideo, e da cui partire in cammino a riappropriarsi un pezzetto per volta degli spazi, quelli alterati dalla memoria e quelli mutati dal tempo. Da questo rifugio da anacoreta, o “anarcoreta”, come lo chiama il suo amico Fermín, ricuce piano i rapporti con i compagni di lotta di un tempo ma anche con la madre e con la storia della sua famiglia, immergendosi in tutte le sfaccettature del passato, anche quelle con cui non aveva avuto bisogno di confrontarsi prima, come il difficile rapporto con i fratelli o la storia mai indagata della morte del padre.

 

L’esule che ritorna tenta di uscire dalla valigia – come suggerisce la bella copertina di Rossella Di Palma – nella quale ha sempre vissuto, prima per la segretezza della lotta, poi per la condizione stessa dell’esilio, infine per la discrepanza tra il ricordo e la realtà del proprio paese. Ma dalla valigia forse non c’è modo di uscire, o forse a furia di essere esuli, fuori e dentro la propria terra o il proprio corpo, la valigia comincia ad apparire il luogo più stabile e rassicurante in cui rifugiarsi – il disequilibrio a essere la condizione più salda. Ogni equilibrio quasi raggiunto viene perso in un solo istante di disattenzione, e di nuovo comincia il percorso per ritrovare un centro, per riconquistare una propria casa e riabituarsi al proprio nuovo aspetto, al proprio nuovo sguardo, ai propri nuovi dolori e ricordi.

Accanto alla sfera esistenziale e archetipica del ritorno, si dirama in Impalcature la questione cocente e intima del doloroso sfaldamento delle ideologie: Javier, ribelle dissidente di un tempo, si trova a doversi abituare allo squallore di una democrazia mediocre. Ma questa percezione di abbassamento e castrazione delle aspettative, inscritto negli anni ’90 con la fine delle grandi narrazioni e vivo tutt’ora, non vale solo per l’Uruguay.

 

Scrive Benedetti: 

“C’è quello che è crollato insieme al Muro di Berlino (…). Crede ancora che il mondo sia ingiusto, ma ha finito per convincersi che un cambiamento radicale è impossibile. Basta con le utopie, mugugna. Lo scetticismo lo paralizza. Ma c’è anche chi è rimasto senza ideologie: vorrebbe fare, ma non sa da dove cominciare. (…) C’è quello che trasforma il proprio scetticismo in risentimento, e il risentimento in opportunismo, e oggi lo vedi tranquillo e serafico in mezzo ai conservatori. Infine c’è quello che si studia le dottrine apparentemente proscritte al passato e cerca di trarne una sintesi valida (…).” 

Una sensazione di cui ancora sentiamo forte l’eco, per quanto i problemi e le poste in gioco si siano spostate ampiamente in questi venticinque/trent’anni. Allo stesso modo resta attuale la risposta che gli viene dal personaggio che in qualche modo qui rappresenta il rapporto di Javier con il futuro: Braulio, un adolescente perdigiorno, arrabbiato ma lucido che forse permette a lui e alla sua generazione di affrontare e guardare negli occhi quelle ideologie perdute.


“Voi (…) avete perso (…) ma almeno lottavate per qualcosa, pensavate in termini sociali, in una dimensione che non era così ristretta. (…) Certo, adesso siete sconfitti, a pezzi, vi siete sbagliati nelle previsioni e avete misurato male le vostre forze. Ma ora siete in pace con voi stessi, almeno voi che siete sopravvissuti. Nessuno può chiedervi di più. Avete fatto quello che potevate, no? Noi non siamo a pezzi, abbiamo i muscoli buoni, l’uccello ci tira ancora, ma che cosa cazzo facciamo? Che cosa cazzo possiamo progettare? Possiamo darci dentro col rock o andare a gridare allo stadio e poi spaccare le vetrine in centro. Ma alla fine della giornata siamo fottuti, ci sentiamo inutili, spompati, siamo adolescenti vecchi.”

Per fortuna, non trapela nichilismo da queste pagine, ma l’esigenza sempre e, con fatica, di ritornare, ricostruire, ricominciare, fosse anche da zero.

“Capisco che è difficile ricostruirsi, sottrarsi alla meschinità, lottare contro l’egoismo (…). Ma rinunciare non placa le ansie. Se sono finiti i tempi dei grandi discorsi, ora dobbiamo impegnarci nel passaparola, nel dialogo, nello scambio di dubbi e ansie, nello smantellamento del fariseismo".

 

Mario Benedetti, Impalcature, Nottetempo, 2019.

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