Nuotare

Molto tempo fa, avrò avuto sei o sette anni, eravamo in spiaggia, in uno dei numerosi stabilimenti balneari che si sono presi il litorale domizio, e che lo dominano senza soluzione di continuità, da Licola e Varcaturo fino al fiume Garigliano, al confine con il Lazio. Era un pomeriggio di brutto tempo, nubi scurissime e un forte vento annunciavano un temporale da lì a poco, nessuno di noi bambini doveva azzardarsi a entrare in acqua. Nessuno, nemmeno tra gli adulti ci avrebbe dovuto provare. Eppure ricordo molto bene la grande agitazione, le corse concitate verso la riva dei bagnini che richiamavano qualcuno, gli adulti che urlavano cose come “ma quello è pazzo”, “ma cosa fa”, “che qualcuno lo aiuti”. Fino a che un signore molto anziano esclamò: “Non vedete che quello è un nuotatore”. Si zittirono tutti. Guardai verso il mare che s’era fatto nero, onde giganti si alzavano prima d’infrangersi verso la riva, prima un braccio sollevato, poi l’altro, la testa che s’intravedeva appena. L’uomo nuotava, mi pareva, senza affanno, tagliando l’acqua in orizzontale rispetto alle onde, stava in mezzo, forse senza fatica, il nuotatore. Negli anni ho pensato spesso a quella figura – non ho mai saputo chi fosse e quando tornò a riva, se fu rimproverato o se si sentì male –, e corrisponde alla prima idea che mi sono fatto della libertà. Cosa spinge qualcuno a nuotare da solo contro ogni prudenza dentro un mare che non promette nulla di buono? Senso di sfida? Strafottenza? O più semplicemente, la risposta che non riuscì a darsi il bambino che ero allora: necessità. Non sono mai stato un gran nuotatore, ma quando mi sento in difficoltà penso a quella figura di cui ho visto solo le braccia e forse la testa, penso che andrà tutto bene.

 

Il tuffatore, un affresco ritrovato in una tomba del 480 a.c., di autore anonimo, raffigura un uomo che si lancia dall’alto verso il mare, il modo in cui la figura inarca in sospensione prima dell’impatto sull’acqua è perfetto. L’opera si trova a Paestum ed è interessante per due aspetti contrapposti. Nell’intento dell’autore c’è un apparente contrasto tra l’uomo perfetto che si tuffa in mare – rimando chiaro all’arte omoerotica – e il fatto che il dipinto stia su una tomba. L’uomo si butta verso il mare che non è solo acqua, ma anche, in questo caso, l’impatto con l’ignoto, con la morte. Cosa fanno i nuotatori nel mare aperto oltre ad affermare la propria smania di libertà e il desiderio di stare dentro quella speciale solitudine fatta d’acqua? Credo che stringano un patto con la morte, a ogni bracciata le si avvicinano e, nel contempo, la scacciano via. Sotto l’acqua è l’ignoto, sopra il respiro, chi nuota sta in mezzo. La nuotatrice o il nuotatore sono stranieri che passano il tempo lungo il confine più complicato del mondo, lo fanno dal 480 a.c., da prima, da chissà quando, e continueranno a farlo. 

 

Lo spazio del nuoto è lo spazio del respiro. Chi nuota, chi stende le braccia al largo come in una piscina è il respiro che cerca, sia che lo trattenga quando la testa va sotto, sia che lo prenda quando riemerge alla bracciata successiva. Il respiro che non è più quello che ci consente di campare, ma quello che tiene tutto in equilibrio, che rende lo sforzo sopportabile, giustificabile. Il respiro di chi nuota è più simile a quello che concede il poeta negli spazi, più brevi, tra un verso e l’altro, quando l’accelerazione è maggiore, più ampi, tra gruppi di strofe. Chi nuota sta costruendo una storia, sportiva per chi compete a ogni livello, solitaria ma non meno importante per chi si muove dentro il mare, verso l’orizzonte, cercando una somiglianza con un pesce; e mentre costruisce una storia, nel tentativo di liberarsi, se ne lascia alle spalle un’altra almeno per un po’. Qualcuno dice che il nuoto lo rilassa, qualcun altro racconta che nuotando si massacra per scaricare ogni tensione. Tutto ha a che fare con il respiro.

 

Forse è questione di abbandono. Per nuotare bene bisogna lasciare qualcosa di sé per cercare qualcos’altro o anche nulla, ma quel nulla può essere meraviglioso. Il giornalista e fotografo Gianni Roghi (autore di Uomini e pesci), negli anni cinquanta coniò il termine di acquaticità, ovvero trovarsi a proprio agio nell’elemento acqua. Non definiva l’acquaticità come una particolare tecnica, ma come un’attitudine. Chi ha quell’attitudine poi può perfezionare una tecnica attraverso la disciplina, il lavoro, declinarla nell’attività sportiva. Non ho dubbi che Federica Pellegrini o Michael Phelps abbiano il dono dell’acquaticità, con la loro passione e il loro talento l’hanno sublimata. Ma credo ce l’avesse anche il tuffatore di Paestum, per andare verso un ignoto d’acqua e sale, un’attitudine devi avercela, seppur sotto forma di incoscienza. Chi nuota, invece, verso la terra ferma, scappando da un naufragio, spinto soltanto dalla disperazione, come sta sull’acqua? Quale movimento faranno le braccia mosse in maniera frenetica? Il suo spazio del respiro sarà diverso, sta cercando altro rispetto al nuotatore, ma si sta muovendo sullo stesso confine. Oppure il ragazzino curdo del bellissimo film Welcome (di Philippe Loiret, 2009), che una volta giunto a Calais va in piscina per imparare a nuotare, perché ai suoi occhi l’unico modo di raggiungere la ragazza che ama a Londra è attraversare La Manica a nuoto. Acquatici o disperati o innamorati affrontano una cosa che non si conosce mai a fondo, la motivazione fa godere di un privilegio i primi e annaspare gli altri, ma il mare è lo stesso.

 

 

Esiste una letteratura molto vasta sul nuoto. Si va dalla pura passione, all’atto romantico del lasciarsi andare, a quello di avere a che fare con elementi che non possiamo controllare mentre li affrontiamo da soli. Due libri molto noti e interessanti sono: Nuotare. Perché amiamo l’acqua di Lynn Sherr (Ultra editore, 2013) e L’ombra del massaggiatore nero di Charles Sprawson (Adelphi, 2000). Sherr è sicuramente appassionata ma anche molto specifica, il suo è un itinerario romantico nella storia del nuoto, dei gesti che lo accompagnano e rendono possibile, del costume (e dei costumi da bagno). Sherr viaggia dalla prima bracciata della storia a risposte su quali siano gli animali che sanno nuotare, come le giraffe, che pare lo facciano anche se non benissimo, come molti umani del resto. Il libro di Sherr prova a rispondere alla domanda: perché non resistiamo al richiamo dell’acqua. Anche Sprawson è appassionato ma forse più sottile e meglio addentrato negli aspetti psicologici del nuoto, scrive di “sentire l’acqua” e poi in una frase che i suoi lettori ricorderanno bene: “Oppiomani e nuotatori avevano la medesima tendenza a considerarsi degli esseri solitari, remoti, superiori alle menti ottuse e convenzionali; le descrizioni delle loro esperienze si avvicinano a quelle di chi ha appena esplorato un territorio ignoto, e ritorna per stupirci con le sue scoperte... Era come se l'acqua, similmente all'oppio, innalzasse i nuotatori a un'esistenza di livello superiore, garantendo loro un rifugio dall'odiata vita di tutti i giorni”. L’acqua come rifugio e come garanzia di un’esistenza superiore, che non vuol dire migliore, vuol dire forse lontana. Il nuotatore, prima ancora dell’abbandono, per Sprawson esercita il distacco. Non solo solitari, ma in qualche maniera superiori alle menti limitate e costrette nei confini del quotidiano. 

 

Eppure da se stessi non si scappa neppure nuotando. In un romanzo di qualche anno fa, La nuotatrice (Bompiani 2001), Bill Broady va a fondo su questo aspetto. La protagonista a un certo punto dice: “Nuotando indietro sulla tua stessa scia, avevi sempre paura di scontrarti con una te stessa in arrivo dall’altra parte”. Un romanzo complesso che racconta di chi è costretto, quasi sempre da un genitore, a praticare uno sport agonistico contro la propria volontà e alle conseguenze a volte drammatiche che ne derivano. 

Il capolavoro sul nuoto però lo ha scritto John Cheever in Il Nuotatore (Feltrinelli), forse uno dei racconti più belli di sempre. Il racconto uscì per il New Yorker nel 1964. Cheever usa il nuoto come potente metafora per narrare lo spaesamento di un uomo davanti alla vecchiaia che avanza, al declino inevitabile della borghesia, all’alcolismo, alla futilità dei ricchi e alla propria. Un racconto di forza e bellezza esemplari. Il protagonista si chiama Ned, è un uomo di mezza età ricco e affermato, è domenica, lui e sua moglie si trovano in una villa distante otto miglia dalla propria, tutti bevono i drink, la tipica scenografia dell’ozio dei ricchi degli anni sessanta. “Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: Ho bevuto troppo ieri sera”. Ned si alza, in preda non si sa bene di che cosa, e decide ti tornare a casa a nuoto, deve semplicemente nuotare di piscina in piscina, attraversando ville di amici e conoscenti fino ad arrivare alla propria.

 

A questa serie di piscine, che identificherà come ruscello e poi come fiume, darà il nome di sua moglie, Lucinda. Durante il percorso alcuni amici saranno cordiali e più avanti, di piscina in piscina sempre meno, qualcuno gli offrirà da bere, qualcuno lo ignorerà. Si suoi saluti, spiegazioni o altro risponderanno quasi esclusivamente le donne; gli uomini, tranne uno, sono più uno sfondo che altro. Il pomeriggio volge a sera, Ned si stanca, è ubriaco, fa fatica a sollevarsi dall’acqua, deve ricorrere alle scalette; anche la giornata è cambiata, il clima non è più bello come poche ore prima, a un certo punto ha diluviato. In alcune ville si aspetta di trovare cose che poi non trova: “Era la sua memoria che stava svanendo o l’aveva così bene istruita a non ricordare fatti sgradevoli che aveva finito per danneggiare il suo senso di verità?” Attraversa a piedi una statale, passa una piscina pubblica, lo invitano a uscire, nuota nella piscina della villa della sua ex amante, sempre più smarrito, come se fosse fuori dal tempo e dallo spazio reale. Alla fine arriva a casa propria, è vuota. Le porte sono tutte chiuse, le maniglie sono arrugginite. Cosa è successo? Quanto tempo è passato? 

Cheever adopera il nuoto come in un quadro astratto, sottrae le azioni del nuotatore al loro mestiere naturale e le usa per raccontare un altro abbandono: Ned lascia la festa, ma di villa in villa, di bracciata in bracciata, è se stesso che abbandona, l’uomo che è diventato. Parte a nuoto al culmine della sua vita e arriva, dopo otto miglia, vecchio e psicologicamente molto provato. La casa è cambiata perché non la riconosce, lui non è più lui, ed è finalmente o purtroppo da solo. 

 

Il nuoto agonistico, lo sport, la sfida, andare più veloce di tutti, toccare il bordo per primi, voltarsi e ritornare indietro per un’altra vasca, e fa che sia l’ultima, fa che vinca. Lo sportivo che gareggia in piscina è solo come chi nuota nel mare? No, viene da pensare. Una nuotatrice come Federica Pellegrini non può non sapere dove si trovi la sfidante della corsia accanto, che sia a destra o a sinistra. La gara di nuoto è una solitudine accompagnata, ti liberi dell’avversario solo all’ultimo bordo e solo se lo batti, e solo fino alla prossima volta. Michael Phelps, uno dei più grandi nuotatori di sempre, pur riconoscendo l’enorme fatica e i sacrifici, riportando tutto all’acquaticità e alla semplicità, ha affermato: “Nuotare è ovvio per me. Mi sento rilassato, a mio agio e conosco l’ambiente. Mi sento a casa”. Beato lui.

L’agonismo, l’eccessiva rivalità tra le nazioni, le particolari condizioni politiche di certi periodi, hanno portato all’esplosione dell’antagonismo, sottraendo al nuoto tutta la bellezza di cui abbiamo detto fin qua, sino a trasformarlo in una cosa tormentosa e oscura. Pensiamo per esempio alle nuotatrici della Germania dell’Est, tra gli anni Settanta e Ottanta. Potentissime, i fisici dirompenti, portati al livello dei miti greci, per effetto del doping. 

 

Tutto ciò ha garantito tempi e vittorie incredibili ma non certo l’immortalità. Tutt’altro. I corpi di quelle ragazze si sono fatti macerie, distrutte nel fisico e nella mente. Al tempo l’utopia socialista, attraverso lo sport, fu portata all’estremo e crollò. Il disastro capitato a quelle atlete e, di conseguenza al nuoto, è stato magistralmente descritto dal poeta napoletano Vincenzo Frungillo, nel poema in ottave Ogni cinque bracciate (Le Lettere, 2009). Frungillo legge il nuoto: i gesti tanto liberi che sono sinonimo di leggerezza e di libertà possono diventare l’opposto se condizionati dalla falsificazione della storia sportiva e non solo, dalla trasformazione del corpo in macchina e da macchina invincibile a rottame, detrito, morte. Nel poema leggiamo versi molto belli e dolorosi, come questi: “È allora che sente il suo corpo che cresce / e la profezia di chi scompare, / la missione di chi resta e patisce / la voce di chi manca, il suo diventare / un codice comune, l’assenza che subisce / il sintetico progetto nazionale. / Renate sa che per ogni vittoria / c’è un vuoto che non ha memoria”. Frungillo le chiama per nome, le tira in qualche modo da quel vuoto che non ha memoria e le salva, con la forza della poesia che fende l’acqua come una bracciata.

In uno dei dipinti più famosi di David Hockney, A bigger splash del 1967, troviamo la traccia di un nuotatore che però non si vede. Ma Hockney lo ha guardato, sul quadro resta lo splash, lo spruzzo d’acqua e il grande pittore che si domanda cosa ci sia che non va.

 

L’antagonismo viene fuori in un altro suo quadro, l’opera più costosa di sempre, battuta all’asta per 90,3 milioni di dollari, Portrait of an artist (Pool with two figures). Nel dipinto ci sono due figure: un uomo elegante a bordo vasca e un altro che nuota. L’uomo elegante, il compagno di Hockney dell’epoca (il quadro fu dipinto quando si erano già lasciati) guarda l’uomo più giovane che nuota indifferente, forse chi sta per prendere il suo posto. L’abbandono qui è sublimato in tutte le sue sfaccettature, nel giovane che nuota e a cui non importa né di essere osservato né di nient’altro, nell’uomo a bordo piscina che guardando nell’acqua vede chi prenderà il suo posto e si sente abbandonato.

Abbandono, distacco, solitudine, spavalderia, voglia di immergersi, stare sul confine, sfidare e allontanare (o avvicinare) la morte, tentare di salvarsi, fondersi con l’acqua, “sentire l’acqua”. Chi nuota è tante cose, è l’uomo dipinto su una tomba di Paestum, è quell’uomo che vidi nuotare libero e sicuro nella tempesta molti anni fa, è chi ha il dono dell’acquaticità, è chi vince e batte record in una piscina, è Federica Pellegrini, è Michael Phelps, è il Ned di Cheever, è ogni nuotatrice della DDR distrutta nel sogno che forse aveva da bambina, è il vecchio e il nuovo fidanzato di Hockney, è una migrante che cerca di raggiungere la riva, è qualcuno che scappa per ritrovarsi. Ognuno di loro almeno per un istante somiglia o deve aver somigliato a dei bambini davanti all’acqua che non hanno fatto nemmeno in tempo a spogliarsi per la fretta di buttarsi e cominciare a nuotare.

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