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Caligari, Scorsese e quella citazione da Taxi Driver

Pochi giorni fa Valerio Mastandrea ha scritto una lettera aperta a Martin Scorsese. L’ha pubblicata sul «Messaggero», e grazie alle sue parole ha fatto risorgere dall’oblio un nome del cinema italiano che avevamo dimenticato: Claudio Caligari, regista di due soli film di finzione, Amore tossico (1983) e L’odore della notte (1998), e di alcuni documentari girati negli anni ’70, che da tempo cerca di girare un nuovo lavoro, Non essere cattivo, e non ci riesce.

 

I motivi sono sempre i soliti, mancanza di fondi, di fiducia, di fama e di fortuna, e Mastandrea, che dell’Odore della notte era il protagonista e a quel film in cui interpretava un borgataro romano degli anni ’70, poliziotto di giorno e rapinatore di notte, deve molto, ha deciso di aiutare l’amico regista appellandosi a Scorsese affinché produca il suo lavoro. Perché Scorsese ama il cinema italiano, lo sappiamo, e soprattutto perché Caligari ama e conosce più di ogni altra cosa i film di Scorsese – lo chiama addirittura per nome, dice Mastrandrea, e nemmeno Martin, ma Martino – e allora forse non resta altra soluzione che la richiesta pubblica, la lettera spudorata scritta con incoscienza e passione.

 

Il fatto è che Caligari non merita il silenzio a cui è costretto. E se nella vita ha diretto solamente due film, lasciandosi alle spalle sceneggiature mai realizzate e un altro film, Anni rapaci, finanziato e mai partito, qualcosa di sbagliato deve esserci. Nello stesso Caligari, forse, ma soprattutto nel sistema che dovrebbe prevedere un cinema come il suo.

 

Un «cinema di genere», scrive Mastandrea, «contaminato da contenuti forti, disturbanti». Come l’eroina di Amore tossico, che negli anni ’80, in cui l’antagonismo militante era ormai lontano, Caligari raccontava con toni tragici ma pure con dosi non inconsapevoli di ironia; o come la criminalità anni ’70 dell’Odore della notte, elevata a tragedia e al tempo stesso attraversata da una sottile traccia di humour nero. O ancora come l’ndrangheta nell’hinterland milanese del progetto Anni rapaci, che allora, nel 2005, non trovò sbocco e invece oggi sta al centro di un film come Anime nere.

 

 

Evidentemente i film e i progetti di Caligari sono sempre stati inattuali, imprevedibili, pur nei limiti definiti di operazioni in fondo commerciali e segnate da modelli riconoscibili. Ai tempi di Amore tossico tutti pensarono ovviamente a Pasolini; una scena del film, che raccontava la vita di un gruppo di tossicodipendenti di Ostia, le lori dosi quotidiane, i loro furtarelli, le loro giornate senza nulla da fare, la girò pure nel luogo dove il poeta morì, dove già allora c’era il monumento. Ma Amore tossico non era solamente Accatone: era anche l’Italia di un decennio che per alcuni avrebbe rappresentato piacere e per altri sparizione (esperienze, tra l’altro, entrambe racchiuse nella sensazioni regalate dall’eroina); era la creatività del ’77, la sua frenesia di cambiamento che accettava sì la propria fine, ma raccontava ancora con forza e creatività le stesse vite perdute dei documentari girati da Caligari in quella stagione, Droga che fare, La follia della rivoluzione e Alice e gli altri, che parlava proprio del declino del movimento.

 

E quella creatività era il cinema di genere calato nel sole romano, le rapine girate in modo rapido e spiccio; era la comicità volontaria di attori non professionisti che interpretavano se stessi e sdrammatizzavano tutto quanto con un umorismo da fattoni; era la voglia di girare un documento tutt’altro che involontario sul proletario delle periferie nel momento della sua sparizione dal cinema italiano.

 

 

E quella stessa creatività, quindici anni dopo, tornava nell’Odore della notte, un noir secco e veloce, ma messo in scena con distacco, con una citazione divertita da Taxi Driver (Mastrandrea che spara ad Heather Parisi in tv); con Little Tony che rifaceva se stesso, solo invecchiato di vent’anni; con dialoghi letterari che sembravano Patrick Manchette, e un po’ sfioravano il ridicolo, ma davano un senso di disfacimento allo sguardo disilluso di Mastandrea.

 

Perché già allora, nel ’98, i ’70 erano finiti per sempre, nonostante fosse la stagione di Anima mia e della nostalgia autoindulgente di una generazione al potere e Caligari, che al potere non era e nemmeno ci sarebbe voluto stare, e a cui sarebbe solo bastato fare il suo lavoro, li raccontava con durezza e dal basso, come un decennio di storia e di violenza, e non come una categoria della vita. E lo faceva con uno sguardo orizzontale, stridente, inadeguato come quello dei suoi personaggi: ragione per cui, forse, non è più riuscito a fare film, prima che Mastandrea ci ricordasse che nel cinema italiano ci potrebbe essere ancora posto per uno come lui.

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