Julian Barnes. Livelli di vita

Un fenomeno meraviglioso e inaccessibile è al centro di una delle scene chiave di Livelli di vita, l’ultimo libro di Julian Barnes, pubblicato in Italia da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso: l’immagine esatta e ingrandita di un pallone aerostatico, con la sua cesta, le sue funi e il profilo netto dei tre aeronauti a bordo, si proietta sulle nuvole sottostanti, e gli stessi aeronauti la osservano dalla navicella in volo, nel silenzio, nella luce e nel tepore del cielo acceso dal Sole. I tre uomini sono sopra le nuvole, nascosti agli sguardi degli altri rimasti sulla Terra, al riparo dalle convenzioni sociali e forti della propria altezza.  

 


      

 

Questa immagine rappresenta la gioia, che Julian Barnes, da ex lessicografo, distingue dal piacere, e a cui attribuisce una dimensione morale perché il suo fondamento è la condivisione, la profondità prospettica garantita dalla triangolazione dell’intersoggettività, dalla possibilità di osservare un oggetto visibile anche all’altro, di aggiustare il proprio giudizio grazie al confronto con il punto di vista dell’altro e di arrivare così a disegnare il mondo e se stessi confidando in un buon grado di approssimazione al vero. In questo modo si può tracciare un universo di senso entro il quale la vita umana, priva di qualunque disegno eppure bisognosa di illudersene, può dispiegarsi senza soccombere al dolore, senza bisogno di bussole e goniometri, affrontando con piacere un viaggio caratterizzato dall’imponderabilità.

 

La moglie di Julian Barnes, Pat Kavanagh, l’agente letteraria, è morta nell’autunno del 2008, a trentasette giorni appena dalla diagnosi, dopo trent’anni di matrimonio. Questa è la prima opera narrativa in cui Barnes racconta il dolore e il lutto dei giorni trascorsi da vedovo, attraverso una riflessione autobiografica e filosofica che occupa quasi la metà delle 122 pagine del libro, preceduta dalla descrizione letteraria di un’epoca – quella della civiltà positivista dell’Europa di fine ‘800 –, di tre personaggi storici che la incarnano, dei mezzi tecnici e dei costumi che stavano trasformando il mondo, e poi da un vero e proprio romanzo breve.

 

Nelle prime due parti i protagonisti sono l'attrice Sarah Bernhardt, Nadar – il fotografo e appassionato aeronauta che ospitò la prima mostra degli impressionisti nel suo studio di boulevard des Capucines a Parigi – e Fred Burnaby, militare inglese molto alto, bohémien e aeronauta a sua volta.

 

La voce narrante è quella di Barnes, che usa la terza persona per raccontare l’indeterminabilità del volo aerostatico e l'incontro tra fotografia e aeronautica: la nascita della fotografia aerea, un cambiamento cognitivo che conteneva il germe di un ulteriore shock prospettico di cui resta un'immagine sensibile e un potente simbolo in una famosa fotografia, quella che l'astronauta William Anders scattò dall'orbita lunare alla Terra che sorgeva, nel 1968.

 

Presentati i personaggi, la loro epoca e uno dei concetti chiave del libro – la possibilità di «osservare se stessi da lontano, di rendere il soggettivo all’improvviso oggettivo», rappresentata neanche tanto metaforicamente dalla fotografia – Julian Barnes prosegue con l’unico vero elemento di finzione del libro, una storia d’amore molto diversa da quella tra lui e Pat Kavanagh, quella che immagina nascere tra Fred Burnaby e Sarah Bernhard, che finisce presto e addolora il militare, sullo sfondo della quale si intravede invece il matrimonio durato 50 anni tra Nadar e sua moglie Ernestine, morta un anno prima di lui dopo essere stata da lui accudita con una devozione profonda e sincera.

 

Nella terza parte il discorso unico che compone Livelli di vita senza interrompersi dalla prima all’ultima pagina, si schianta sulla prima persona dell’autobiografia. Le due parti precedenti si rivelano non solo come omaggio alla sua amata moglie e alla gioia che i due hanno condiviso, alla pienezza della vita che la maggior parte degli esseri umani provano a raggiungere attraverso l'amore, ma anche come delicata introduzione, in un certo senso didattica, al difficile compito di affrontare a parole dolore e lutto, esperienze private che non hanno nessuna possibilità di essere trasformate in qualcosa di intersoggettivo, specialmente se a mancare è proprio quella persona che più di tutte era l’altro insieme al quale si era soliti prendere le misure del mondo. Non c’è altra possibilità, a questo punto, della prima persona singolare.

 

Non è più possibile «ricostruire, da due ricordi incerti dello stesso evento, un ricordo singolo, più sicuro, che si avvalga della triangolazione, della misurazione aerea. Perciò quel ricordo, ormai condannato alla prima persona singolare, si modifica. Più che il ricordo di un fatto, diventa il ricordo della fotografia di un fatto. E oggi come oggi – in assenza di altezza, precisione e messa a fuoco – non siamo più convinti di poterci fidare della fotografia come un tempo». Ecco perché Barnes continua a parlare e a scherzare con sua moglie, che non è più viva ma esiste ugualmente, almeno nell’universo mentale del marito, dove la sua esistenza è indispensabile.

 

L’elaborazione del lutto è descritta con un’ironia amara e affilatissima, come un lavoro totalizzante i cui progressi sono solo apparentemente riscontrabili. Il lettore prova sollievo nel sapere che oggi Julian Barnes riesce nuovamente a leggere come faceva prima, ha deciso di non suicidarsi e prova di nuovo piacere e allegria, ma l’autore avverte che non si tratta di un traguardo raggiunto o per lo meno che non è stato lui, che il libero arbitrio non c’entra. «È sempre, soltanto, l’universo che fa il suo mestiere», lo stesso universo per cui Pat Kavanagh è morta, che si può anche chiamare caso.

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