Ritornare a Proust

Non credo basti il desiderio di celebrare i cent’anni dell’assegnazione del premio Goncourt a All’ombra delle fanciulle in fiore a spiegare l’ondata di pubblicazioni proustiane che ha caratterizzato l’anno che si sta chiudendo. In Francia – ma, in misura minore, anche in Italia – l’opera e la biografia di Proust hanno trovato, recentemente, un pubblico sempre più esteso ed entusiasta; come se riconoscere un contemporaneo nell’autore della Ricerca fosse più facile per i lettori del XXI secolo che non per quelli del secolo delle avanguardie e delle neo-avanguardie. E se di Proust, dopo le biografie di Painter, di Tadié, di Citati, si poteva avere l’impressione di sapere moltissimo, la curiosità ora si è spostata sulle figure più rilevanti del suo entourage. Ha così riscosso un meritato successo, uscendo simultaneamente in italiano e in francese, il bel saggio di Lorenza Foschini (Il vento attraversa le nostre anime, Mondadori, 2019) dedicato al rapporto, prima d’amore e in seguito d’amicizia, tra il romanziere e il musicista Reynaldo Hahn, figura melanconica di enfant prodige che non realizzerà a pieno le promesse della prima giovinezza, refrattario quanto l’amico scrittore a tutte le mode egemoni in campo letterario, musicale e mondano. 

 

Se della complicità tra Marcel e Reynaldo si sapeva comunque già molto, da quando, nel 1956, il grande specialista americano Philip Kolb aveva pubblicato la loro corrispondenza, altre figure sono emerse recentemente dall’ombra in seguito alla scoperta di testi o epistolari inediti. Le passa in rassegna, in una serie di saggi scritti tra il 2010 e il 2019, e ora raccolti in volume, Jean-Yves Tadié, che di Proust ha pubblicato nel 1996 la biografia più esauriente ed equilibrata e che ha diretto la più recente edizione della Recherche nella Pléiade. Incontriamo così, nel suo Proust. Esquisse d’une épopée (Gallimard, 2019) personaggi finora un po’ trascurati: Lionel Hauser, il cugino banchiere e teosofo che irritava infinitamente il romanziere consigliandogli, con pari insistenza, passeggiate all’aria aperta e investimenti assennati, e finì per salvarlo dalla rovina; René Peter, commediografo mondano di bell’aspetto, che nell’autunno del 1906 fu una presenza quotidiana nella vita appartata e un po’ misteriosa che Proust conduceva allora in un grand hôtel di Versailles, cercando di riprendersi dalla morte della madre; la signora Williams, nevrotica e solitaria vicina di casa al 102 di boulevard Haussmann, che con Proust condivise l’amore per la musica e la lotta contro i rumori molesti; infine il bel Pierre de Polignac, che diverrà principe di Monaco in seguito a un favoloso matrimonio e preferirà lasciar cadere le affettuose profferte del quasi stalker Marcel, deciso a far di lui uno scrittore e a prendere la direzione della sua vita, come il barone di Charlus vorrebbe fare con il narratore della Ricerca.

 

A questi saggi ricchi di novità biografiche si affiancano, nel volume di Tadié, ampi studi critici (su Jean Santeuil, su Un amour de Swann) e testi che fanno il punto su temi e fonti della Recherche (dai giardini alle serre, dalla musica alla pittura, da Debussy a Romain Rolland) con una costante attenzione ai risultati delle ricerche più recenti.

Paradossalmente, però, in questo volume così prodigo di informazioni aggiornatissime, le pagine più commoventi guardano al passato: sono quelle dell’Introduzione, in cui Tadié rivive il suo incontro con Proust, sui banchi del liceo. Siamo nel 1953, in un prestigioso istituto parigino dei Gesuiti, e il professore, un eminente teologo dalla voce grave e suadente, legge e commenta il brano del Tempo ritrovato in cui il narratore, inciampando in due lastre mal livellate nel cortile di palazzo Guermantes, rivede per una resurrezione della memoria il Battistero di Venezia e compie così i primi passi verso il “ritrovamento” del suo passato. Nonostante l’ironia dell’insegnante, che mette in guardia i suoi allievi contro la mania di Proust di “tagliare i capelli in quattro”, il sedicenne Jean-Yves è colpito al cuore:

 

Quella lettura ad alta voce fu come un’illuminazione. La mia vita ne sarebbe stata cambiata. Dalla cattedra, il professore poteva ben ironizzare su quelle frasi lunghe, ero sicuro, quanto a me, di aver sentito passare il vento del genio.

 

Tadié sottolinea come Proust fosse, in quella Francia degli anni ’50, fortemente condizionata dal magistero di Sartre, un autore fuori moda; insieme a Bergson veniva relegato d’ufficio in un anteguerra di patetica inattualità. Qualche segnale, però, cominciava a indicare un’inversione di tendenza: è del 1952 la pubblicazione del romanzo giovanile inedito Jean Santeuil, del 1953 la fortunata monografia dedicata all’autore della Ricerca da Claude Mauriac nella collana di Seuil Écrivains de toujours. Gli anni che vanno dal ’52 al ’71 sono anni di una scoperta che si potrebbe paragonare alla scoperta di Troia da parte di Schliemann: la rivelazione della lunghissima e tormentata genesi della Ricerca. Quel romanzo che i primi recensori avevano scambiato per un’autobiografia, in cui un narratore accumulava a caso i dettagli insignificanti della sua oziosa esistenza, era invece il risultato di un infinito e complesso processo di riscrittura, cominciato nel 1896 con l’incompiuto Jean Santeuil, proseguito a zig zag nei quaderni del Contro Sainte-Beuve, incanalato nella sua direzione definitiva a partire dal 1909 ma destinato ad attraversare, sino alla morte dello scrittore, ancora molte fasi tormentate e contraddittorie. 

È proprio con l’edizione della Recherche uscita nella Pléiade tra il 1987 e il 1989 e diretta da Tadié che il grande pubblico dei lettori non specialisti viene messo a parte di questo processo: ricchi apparati di abbozzi e varianti rendono accessibile a tutti il laboratorio di Proust dove si accumulano, come le tele scartate nell’atelier di un pittore, personaggi ed episodi che non figureranno nella versione finale della sua opera. Ma, prima di Tadié e della sua agguerritissima équipe, chi aveva esplorato e pazientemente portato alla luce gli antecedenti della Ricerca? I protagonisti di questa storia, in parte ancora da scrivere, sono Maurice Bardèche (1907-1998) e Bernard de Fallois (1926-2018). 

 

 

Rendere omaggio ai meriti di Maurice Bardèche, grande studioso del pensiero e della biografia di Balzac e primo ricostruttore in solitaria della genesi della Ricerca, non è cosa che si riesca a fare a cuor leggero. Simpatizzante sin dagli anni ’30 del fascismo, cognato e intimo amico del poeta Brasillach, che sarà fucilato per collaborazionismo, Bardèche, estraneo ad ogni attività politica ai tempi dell’occupazione tedesca, si è però distinto, dopo la guerra, per un pervicace impegno filonazista e negazionista. Questo forse spiega quanto raramente vengano ricordati i due volumi del suo Proust romancier (Les sept couleurs, Paris, 1971) in cui per la prima volta, sulla base dei quaderni manoscritti dello scrittore, sono ricostruite le grandi linee della genesi del capolavoro proustiano, senza gran rigore filologico ma con un’impressionante conoscenza intuitiva del metodo compositivo di Proust. 

 

 Estraneo, come Bardèche, al mondo accademico è l’altro grande pioniere dello studio dei manoscritti proustiani, Bernard de Fallois, che scoprì, trascrisse e pubblicò nel 1952 Jean Santeuil e nel 1954 il Contro Sainte-Beuve. Duramente criticato dagli specialisti per la disinvoltura con cui “montava” i brani manoscritti privilegiando la leggibilità del testo sulle ragioni della filologia, Bernard de Fallois, dopo la pubblicazione del Contro Sainte-Beuve, disertò il mondo dei proustiani per l’editoria sino a fondare, nel 1987, una propria casa editrice, le Éditions de Fallois. È stata questa casa editrice a raccogliere in due volumi, dopo la sua morte, alcune sue conferenze su Proust del 1998 e un suo ampio saggio di introduzione alla Recherche; ma la novità più importante emersa dai suoi cassetti è uscita presso Les Belles Lettres, a cura di Luc Fraisse. Si tratta del saggio Proust avant Proust. Essai sur Les Plaisirs et les Jours. Scritto negli anni ’50, doveva costituire la seconda parte di una “biografia intellettuale” del romanziere e identifica con stupefacente sicurezza anche i più tenui fili tematici che nella prima produzione, edita e inedita, del giovane Proust preannunciano la sua opera maggiore. 

 

Non è un caso che Luc Fraisse abbia pubblicato proprio ora questa magnifica analisi dei primi racconti di Proust, che è anche un attento studio sulla struttura di Les Plaisirs et les Jours, molto più calcolata di quanto si pensasse finora e sottoposta dal giovane autore a innumeri variazioni. Simultaneamente, infatti, lo stesso Fraisse ha curato per le Éditions de Fallois un volumetto di inediti proustiani che proprio Bernard de Fallois aveva raccolto e messo da parte, forse in vista di una pubblicazione che però non è andata in porto: Le Mystérieux Correspondant et autres nouvelles inédites. Si tratta di testi contemporanei a quelli raccolti da Proust in I Piaceri e i Giorni, ma che lo scrittore decise di non includere in quella sua prima opera e lasciò, a volte, incompiuti. Alcuni soltanto si possono definire “novelle”: in particolare Il Misterioso Corrispondente, Ricordo di un capitano e il singolare racconto fantastico La coscienza di amarlo, mentre altri hanno piuttosto il carattere di brevi saggi o poemi in prosa. Il Misterioso Corrispondente mette in scena due giovani donne, Françoise e Christiane, molto amiche. Una delle due, Christiane, deperisce lentamente per un male misterioso, di cui nessuno riesce a determinare l’origine. Nel frattempo, Françoise, molto turbata, riceve delle misteriose lettere d’amore da un corrispondente ignoto, che afferma di morire d’amore per lei. Quando Françoise giungerà a scoprire la verità, vale a dire che il “corrispondente misterioso” altri non è che Christiane, per un momento considererà la possibilità di salvare l’amica cedendo ai suoi desideri; ma rinuncerà dopo aver consultato il proprio confessore.

 

L’omosessualità, non più femminile ma maschile, è al centro del Ricordo di un capitano e del “dialogo di morti” Agli inferi. Il Ricordo di un capitano è la struggente rievocazione di un gioco di sguardi tra due giovani, carico di promesse ma privo di futuro. Di tutt’altro carattere è il dialogo Agli Inferi, in cui Sansone, maledicendo Dalila che ha causato la sua perdita, fa l’elogio dell’amore tra uomini, ne discorre con un mignon di Henri III e ascolta infine una ponderata riflessione del filosofo Renan, che riabilita il fascino femminile ma non condanna l’amore tra giovani in cui lo stesso Socrate non vedeva nulla di male. Non ci sono dubbi sulle ragioni che hanno consigliato a Proust di escludere dal suo volume in fieri i testi nei quali era presente l’omosessualità: da un lato rischiavano di mettere in imbarazzo i suoi famigliari, dall’altro di attirare su di lui, in società, commenti malevoli e curiosità morbose. Resta invece più misterioso il motivo che l’ha indotto a scartare il testo forse più bello e più commovente tra quelli pubblicati da Fraisse: Il dono delle fate. Tra le fate che si raccolgono intorno alla culla del protagonista una, la fata delle delicatezze incomprese, gli preannuncia una vita di amori non corrisposti e di amarezze causate dallo spettacolo dell’umana stupidità, sterminato come una buia foresta. Quella stessa fata, però, gli farà dono di una chiaroveggenza che trasformerà quello spettacolo in fonte di ispirazione: “Sarà come se in mezzo alla foresta io ti avessi tolto le bende dagli occhi e come se tu ti fermassi con allegra curiosità davanti a ogni tronco, a ogni ramo”. Giustamente commenta Luc Fraisse: “queste novelle dicono la capacità di meravigliarsi davanti alla bellezza, la vita racchiusa nei misteri, negli enigmi da risolvere, e quella ricchezza inalienabile che tutti possediamo, l’esplorazione del nostro mondo interiore.”

 

E nelle librerie italiane, che cosa c’è di nuovo, oltre al contributo biografico già citato di Lorenza Foschini? Per i lettori del Proust romanziere desiderosi di familiarizzarsi con il Proust saggista, Elliot ha affidato a una traduttrice di altissima classe, Chetro de Carolis, la sezione di Pastiches et Mélanges intitolata In memoria delle chiese assassinate. Le “chiese assassinate” sono – quando Proust sceglie questo titolo, nel 1919 – quelle danneggiate o addirittura distrutte durante i bombardamenti della prima guerra mondiale; ma le pagine raccolte sotto questa suggestiva dicitura sono anteriori alla guerra e raccontano i “pellegrinaggi “di Proust sulle orme di John Ruskin, da lui studiato e tradotto nei primi anni del Novecento. Traduttrice per Marsilio di Mallarmé, Chetro de Carolis rende con l’eleganza più precisa, più nitida questo Proust innamorato delle “supreme altitudini di pietra” dove convivono apostoli, angeli e piccioni. La bellissima introduzione di Simone Dubrovic dà conto di tutto quello che la cultura di Proust deve all’estetologo inglese – in particolare la rivelazione della cattedrale come unità vivente di natura e tradizione, “scrigno e sogno collettivo, ideale di creazione artistica, vittoria della vita sul tempo” – ma sottolinea anche il modo in cui l’estetismo ruskiniano viene superato nella Ricerca:

 L’incanto della bellezza dei lavori proustiani giovanili viene ora come filtrato attraverso un nuovo e necessario cammino di conoscenza, che salva, in un certo senso, quel mondo, trascendendolo nella luce aurorale della verità, avviandolo a nuove consapevolezze e a un lavoro che, dall’ebbrezza iniziale, arriva a un’indagine interiore severa, rigorosa, che metterà a un vaglio quasi spietato le stesse ragioni dell’amore per l’opera di Ruskin. Il mondo intorno si spopola progressivamente e dal dolore nasce il compimento dell’esperienza intellettuale.

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