festival scarabocchi 2020

Capitolo secondo

Romanzo da spiaggia

Ha credenziali da basset hound, muso di anziane turiste del Nord Europa che passano a disfarsi la pelle sul Mediterraneo come un’aspersione delle ceneri anticipata. Si avvicina al desk. Mi chiede se abbiamo dei tour al museo.

Le offro il Vasariano. Va sempre forte, ma caro.

I segreti di Palazzo Vecchio. Come dire di no.

Un tour coi monaci a San Miniato. Si astiene dalla sofisticazione.

Una rievocazione al Bargello. Troppo forte: la storia fiorentina in un bagno di sangue.

Rimane insoddisfatta, altrove: guarda l’attaccatura dei miei capelli sfibrati dalla notte sotto le stelle.

Le dico che: eccoci, noi siamo qui, per fare del suo percorso – dico, canaglia, esperienza spirituale - qualcosa di alternativo al cammino battuto. Ma niente.

Ci accomuna, però, questa smania: il mio dormire tra la flora dell’Arno, con un materassino spartano, settimane fuori casa. Il suo non trovare ragione in un cammino predisposto. C’è quindi un’intesa. Subito disattesa.

È possibile che sia tutto?

Firenze è quello che è, le dico. Suona male: la mia città, un toast biascicato.

Non fraintenda, aggiungo.

Tonnellate di storia, tonnellate di pietre, e non una che sappia spillare qualcosa di nuovo, adduce lei.

Quindi se ne va.

 

ph. Francesco Natali

 

Prosegue la mia mattinata, con una mosca che ronza nella pancia, quella che ha lasciato lei. Strappo biglietti, controllo terminali, accolgo bambini, una scalmanatissima maestra già pronta a smusarli nei corridoi. Faccio riunioncine lampo, giochi del silenzio coi capi. Respiro, ristrappo, ed: oh, pausa pranzo.

Nel cortile di Palazzo Vecchio ritrovo la signora, mi puzza ora di danese.

E sull’Arno? Sul fiume, lei ne sa niente?

Arno, lo pronuncia simile a Henry. Gli si perde in bocca, inestirpabile voglia di.

Non so se so qualcosa. È solo Andrea il mio accesso, che si accampa da tempo, sfidando la possibilità realistica che un vigile vada a spicchettare la tenda. Il fiume non l’avevo mai considerato prima. Era come intubato in me. Ora lì il mio respiro notturno è una barca che galleggia incagliata. Rilassato ma sempre incerto sul dopo, disteso ma sospeso: il mio prurito esistenziale, due scapole nude che telegrafano al suolo, irrequiete alette di giorno.

La danese mi spiega che ha letto di qualcuno che ha riaperto un fantomatico storico tunnel, da sponda a sponda, o qualcosa del tipo…

Al più là sotto, le faccio, tra l’umido e le muffe, troverebbe un’atmosfera da Conan Doyle, non certo da Benvenuto Cellini.

Lei non sa niente, mi dice, e si delude. Lei rinchiusa nel suo Museo, che vuole che…, mi disprezza.

Al che, penso, infuriata – un’arrogante dal Nord Europa alla mia città, nemesi di una rimpatriata dalla perfida Albione come me! – penso che la porterò al suo fiume. Ora, però: al solleone. Un’esperienza letteralmente bruciante e polverosa, come lo slippino di un impiegato fiorentino a riva. Le darò, noi diciamo, una risciacquata. E, tra i suoi panni, non ci saranno più quelle robe Amore Pizza Pazza Espressi Baci Toscani Divino Vino Allegro Amico Mio Arrivederci Ciao.

 

ph. Francesco Natali

 

Soffriamo il calore delle strade. La faccio camminare, la porto all’evidenza più ululante: alla distesa della Pescaia di Santa Rosa. I corpi lattei degli studenti del Michigan si mischiano ai corpi dalle venature lignee degli artigiani di San Frediano in pausa pranzo solare. Qualche cane va impertinente ad annusarli. C’è chi, in bicicletta, ci schiva a stento. Noi due grondiamo di sudore. Nell’aria un che di buste aperte, di creme solari applicate. Ma anche, la fauna è diversa: non più le statue in resina, i turisti, enfiati in faccia, alle gambe, giganti e immobili. Tutt’un altro mondo. Non importa la puzza, a tratti di pesce, a tratti di pianta imputridita, né il razzolare dei ratti tra l’erba alta: questo è il mondo di Andrea, questa è come una presentazione ufficiale, dove entro nella casa di Andrea (magari è che ci sto entrando dal retro).

Arriviamo silenti sull’argine fino a Ponte alla Carraia, con la testa in fiamme, tra cartacce, lattine, plastiche sospette. Farei per andarmene, per rinunciarci, e invece la mia danese che mi tira fuori? Si sbraccia con un renaiolo, che da lì passa. Per smancerie o per mance, chissà come lo convince ad affiancare l’argine. Lei mi impone un balzo, mi spinge, quasi cado nell’acqua mucillosa. So solo che ci ritroviamo, fradice, sull’imbarcazione col renaiolo, che fa un inchino.

La danese è tra l’insolata e l’ipersoddisfatta, contrabbandiere sul fiume Congo che ha digerito una foglia psicotropa.

Io mi guardo attorno: avvisteremo Andrea. Sarà il mio Terra! Terra!

Cosa fa, quando io non ci sono, lo ignoro.

Forse c’è solo per mia presenza.

Bello che tu la pensi così, infantilmente, direbbe. Che il mondo scompare se noi siamo assenti.

Ma il mio mondo è qui, perché io lo rivedo, contesterei.

Spinge il remo, si parte verso i monti.

 

(2 – Continua)

 

English Version

 

Capitolo I

 

La versione cartacea e in italiano di questo capitolo è apparsa originariamente questa settimana su «Corriere della Sera - Corriere Fiorentino». La traduzione in inglese è di Johanna Bishop.

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Francesco Natali