Poche chiacchiere!

Gli studenti universitari non sanno scrivere in italiano. Così dicono i 600 professori che hanno redatto un appello pubblico. Ne è seguito un dibattito di cui ci siamo occupati su doppiozero con gli interventi di Andrea Giardina e Alessandro Banda; Nunzio La Fauci; Mario Barenghi; e l’intervista di Enrico Manera a Marco Rossi Doria. Come si insegna davvero a scrivere nelle scuole italiane a partire dalle classi elementari? Ci siamo occupati del dettato e ora presentiamo qui un testo di Italo Calvino sul riassunto.

 

Sull’“Espresso” del 10–17 ottobre, Umberto Eco fa l’Elogio del riassunto e dodici scrittori riassumono dodici libri famosi (15 righe dattiloscritte era il limite fissato dal giornale). Mi pare un discorso da non lasciar cadere, che può avere implicazioni sostanziose sia come proposta d’un modello stilistico (esercizi di concisione, d’economia della parola, di pregnanza concreta sono quanto mai necessari a ogni scrivente o aspirante allo scrivere che voglia difendersi dalla peste verbale che ci circonda), sia come metodo pedagogico.

Pedagogico per chi fa il riassunto, più che per chi lo legge, come opportunamente ha precisato Eco, che rivendica l’utilità insostituibile di due pratiche scolastiche d’una volta, oggi cadute in disuso: l’imparare a memoria (altro argomento su cui varrebbe la pena d’insistere) e il sunto. Giustamente Eco scrive che “il riassunto di un romanzo non è mai un caso di semplice informazione: è un atto critico”. Riassumere significa infatti scegliere quel che è indispensabile dire e quanto si può tralasciare, e questo equivale a “pronunciare implicitamente un giudizio critico”.

 

Detto questo, io vorrei introdurre qui altre regole del gioco per me essenziali, che si possono formulare (riassumere) in una norma generale: il riassunto deve essere costituito da enunciazioni, pensieri e possibilmente parole contenute nell’opera da riassumere, cioè deve tendere a renderne anche l’aspetto formale, stilistico, mettendo in evidenza lo spirito che quella determinata forma esprime. Non deve insomma essere un discorso sull’opera, un commento, una definizione del suo significato in linguaggio critico–teorico. Altrimenti diventa un breve saggio critico, che è un’altra cosa, magari auspicabile se la si contrappone a un saggio lungo e sovrabbondante (non s’insegna mai abbastanza che la laconicità e l’incisività sono i mezzi migliori per assicurare al proprio pensiero la capacità di comunicare e di imporsi) ma che non ha niente a che vedere con quello che il riassunto si propone.

Vorrei insomma che questa fosse un’occasione per sottolineare una distinzione, come genere letterario, come metodo, come linguaggio: o è un riassunto o è un commento. La mia impressione è che la scuola d’oggi abbia una funzione di diseducazione letteraria perché la sua costante tendenza è quella di sostituire all’opera del poeta o dello scrittore un discorso in termini intellettuali astratti come se le due cose potessero essere in qualche modo equivalenti. Mentre l’utilità del riassunto sta proprio nel fatto che dovrebbe obbligare a cercare tra gli stessi elementi che costituiscono l’opera quelli più essenziali, senza far ricorso a una terminologia professoral-ideologica. Per far questo, cioè per fare veramente del riassunto un atto critico e creativo, bisogna certo per prima cosa esorcizzare lo spettro del cattivo riassunto, piatto, insipido, falsamente oggettivo della tradizione scolastica più uggiosa, e rendere implicita nell’operazione selettiva la nostra intenzione, sia essa di distacco, d’ironia, di valorizzazione, d’ammirazione, o magari di capovolgimento del punto di vista.

 

Sono convinto che Eco condivide il mio punto di vista, però il suo Elogio verso la fine lascia il dubbio che il riassunto ideale possa essere un microsaggio di commento all’opera; e anche l’esempio con cui egli partecipa alla gara delle 15 righe (il riassunto dell’Ulisse di Joyce) sarebbe un modello perfetto se in un paio di frasi non sbandasse verso il metalinguaggio critico. Dell’Ulisse Eco propone anche dei microriassunti in tre righe: anche qui alcuni corrispondono alla mia idea di riassunto, mentre altri sono saggi critici miniaturizzati.

 

 

Un microsaggio che contiene un riassunto è quello che ha fatto Moravia per Delitto e castigo, perché l’impianto è quello del commento, per quanto i personaggi e i fatti principali ci siano tutti. Il più lontano dal riassunto è Arbasino, che per Madame Bovary fa un commento-divagazione, in cui c’è tutto tranne quel che succede nel romanzo. Nelle Affinità elettive di Guarini e nel Dickens di Giudici, il riassunto c’è, con uno scorcio molto personale, per cui direi che sono una via di mezzo. Un’altra operazione ancora è quella compiuta con molta eleganza da Malerba con l’Orlando furioso e da Giovanni Mariotti con la Divina Commedia, che farei rientrare in un genere molto significativo della letteratura d’oggi, il “libro parallelo”, la rilettura–parafrasi. Direi dunque che tutti questi esempi si allontanano chi più chi meno da quello che dovrebbe essere un riassunto.

 

A questo punto sento già l’obiezione: tu sei bravo a parlare, però ti sei scelto il romanzo più facile da riassumere che ci sia, il Robinson Crusoe, che ha per larga parte un solo personaggio e un intreccio ridottissimo. Risponderò che l’ho scelto per vedere come le caratteristiche di quell’opera potessero essere rese col minimo di parole: il procedere per elenchi, inventari, enumerazioni; e la mescolanza di spietatezza mercantile e di contrizione religiosa. Volevo rendere tutto questo usando solo termini concreti e disadorni, come è nello stile di Defoe. La mia idea è che un buon riassunto dovrebbe sempre accogliere qualche dettaglio che parrebbe inessenziale e che invece è necessario a rappresentare la sostanza espressiva del libro. Però con questo sistema fatalmente si finisce per oltrepassare il limite delle quindici righe.

 

Che un vero riassunto si possa fare anche d’un’opera vasta e complicata lo prova Giovanni Raboni che si è scelto il compito più difficile: la Recherche di Proust. Dal punto di vista del metodo mi pare un ottimo esempio, così come lo Stendhal di Bertolucci. I Promessi sposi di Chiara sono un esempio di riassunto nudo e crudo, in cui non c’è nemmeno una frase d’intervento critico; ma l’intervento critico c’è, e soverchiante, nel linguaggio distaccato e riduttivo che non lascia mai trasparire la voce di Manzoni: mentre in un buon riassunto l’atmosfera stilistica dev’essere almeno suggerita. In questo senso Garboli coi Miserabili è quello che s’avvicina di più all’ideale di dare il massimo del testo col massimo distacco critico; però l’aggettivo “sadomasochista” che lui usa va contro alle regole che ho esposto prima.

Insomma mi sono convinto che fare dei veri riassunti è un esercizio salutare tanto per i ragazzi che vanno a scuola quanto per i professionisti della scrittura, perché ci obbliga ad astenerci dalle facilità del lessico intellettuale e a osservare i testi dal di dentro prima di definirli dal di fuori.

 

Daniel Defoe: Robinson Crusoe (1719)

 

Un naufrago raggiunge un’isola deserta, unico scampato. Ha con sé solo pipa e tabacco. Dal relitto faticosamente recupera provviste, rum, armi, munizioni (andrà a caccia d’uccelli e capre), ascia e sega (costruirà un fortino), chicchi di grano (seminerà e raccoglierà). Trova anche denaro (“A che servi?”, ma lo prende), penne inchiostro e carta; tre Bibbie; cani e gatti. Si fa un tavolo, una sedia, si mette a scrivere: un bilancio della sua sorte in due colonne, il male e il bene che lo compensa, per cui ringrazia Iddio. Fa tutto da sé: reinventa l’agricoltura, fa il vasaio; si veste di pellicce. Ha un pappagallo, sola voce amica. Dopo 15 anni di solitudine (anelando ritrovare i suoi simili) una scoperta lo terrorizza: l’orma d’un piede sulla sabbia! Tribù sogliono sbarcare a celebrare riti cannibalici. Sparando, salva una futura vittima. Il selvaggio Venerdì riconoscente diventa suo suddito: lavora obbediente la terra; studia il Vangelo. Altre vittime liberate poi: il padre di Venerdì e un bianco (ma spagnolo, dunque nemico: altro pericolo!).

Sbarcano finalmente degli inglesi; portano prigionieri legati (Venerdì crede anche i bianchi cannibali); sono marinai ammutinati. Gli ufficiali, salvati, recuperano la nave: dopo 28 anni Robinson lascia l’isola.

 

«L'Espresso», 10 ottobre 1982.

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