Celati e Calvino nella caverna di Alì Babà

16 Gennaio 2026

Gli opposti si attraggono, si sa, e l’amicizia fra Calvino e Celati lo conferma pienamente. Un’occasione per ripercorrere il rapporto fra i due scrittori è data dalla pubblicazione dell’ultimo numero di «Riga» intitolato “Alì Babà” e altri discorsi, a cura di Mario Barenghi, Marco Belpoliti e Nunzia Palmieri (Quodlibet, pp. 420, 26 euro). Già nel 1998 «Riga» aveva dedicato un numero alla rivista progettata da Calvino e Celati, uno dei cui possibili titoli era «Alì Babà». Ma le lettere e i documenti di quel volume erano una trentina e ora, dopo recenti ritrovamenti, sono diventati più di cento. Non che cambi radicalmente l’interpretazione della genesi dell’ipotizzata rivista (e giustamente i due bellissimi saggi introduttivi di Barenghi e Belpoliti vengono riproposti così com’erano), ma le nuove acquisizioni, soprattutto una serie di lettere scritte tra il 1974 e il 1984, proiettano il rapporto fra i due scrittori verso gli «altri discorsi» fatti quando ormai il progetto «Alì Babà» era tramontato.

Dicevamo di Calvino e di Celati come due figure antitetiche che però, sul filo dell’amicizia, hanno colloquiato ininterrottamente dal luglio del 1968, quando si incontrano a un convegno di semiotica a Urbino, fino al 30 giugno del 1985, quando esce sull’«Espresso» un breve articolo di Calvino, meno di tre mesi prima della sua morte, in occasione della pubblicazione di Narratori delle pianure. Sono arrivati più volte al limite della rottura, ma subito dopo le posizioni si ammorbidivano, i toni si smorzavano e il colloquio proseguiva.

In un’estrema sintesi, i tratti oppositivi fra i due che emergono dal loro lungo carteggio sono i seguenti.

Sul piano psicologico, Calvino è persona sufficientemente equilibrata, cerca sempre il positivo anche in situazioni negative; Celati è un temperamento che tende al bipolare, ondeggiando periodicamente tra disperazione ed entusiasmo (e ne è pienamente cosciente).

Calvino, notoriamente, parla molto poco e scrive l’essenziale, è dotato di grande ironia. Celati, nelle fasi euforiche, è un fiume in piena, sia a livello orale, sia a livello di scrittura epistolare, sia nella stesura dei cosiddetti protocolli della rivista. Odia l’ironia come atteggiamento intellettualistico borghese, ama la comicità immediata e popolare, le barzellette.

Sul piano politico, Calvino è un riformista, Celati un movimentista di passione rivoluzionaria. È a suo agio nel 68 parigino e, ancor di più, nel 77 bolognese. Qualsiasi istituzione e qualsiasi senso dello Stato lo fa star male. Detesta il Pci prendendosela tanto più con l’ala migliorista (cita le «prediche di Amendola»), quella in cui forse Calvino si riconosceva maggiormente.

Sul piano intellettuale, Calvino è un illuminista che ha incorporato le critiche all’illuminismo dei francofortesi senza però buttar via il bambino con l’acqua sporca. È uno storicista che ha ampliato il concetto di storia sulla base delle «Annales» e di altre esperienze in evoluzione (che porteranno alla Storia d’Italia Einaudi). Celati è tutto preso dal pensiero anticartesiano dei Foucault, Deleuze, Derrida, Barthes e compagnia. E per lui la storia coincide con la «storiografia monumentale», emanazione del potere, da sostituire senza se e senza ma con l’«archeologia» foucaultiana, che studia i resti sommersi dalle narrazioni dei vincenti, le logiche alternative al pensiero razionale, la follia. Dunque, da un lato ricerca della chiarezza, della lucidità, della distinzione; dall’altro il rifiuto di ogni pensiero sistematico, una certa diffidenza verso la trasparenza semantica che, alla fine, fa capire quello che già si sa e l’elogio di una certa confusione creativa che permetta di non farsi ingabbiare dalle idee dominanti.

Questo prospetto sincronico delle caratteristiche dei due amici diversi non tiene conto del percorso accidentato del loro rapporto, che continuamente modifica le posizioni teoriche e anche le pratiche narrative di entrambi.

Il fascino di questo carteggio sta anche nel poter vedere in sequenza come le teorie innovative di quegli anni venivano assimilate e discusse.

Potremmo dire che in principio fu Lévi-Strauss. Per Celati l’antropologia doveva essere un modello per la letteratura, un’occasione per far recuperare alla scrittura una funzione mitica e rituale. Nella discussione fra Celati e Calvino su questi temi sembra di rivivere la dialettica fra Pavese e De Martino: fra chi sente la forza euristica del mondo magico e chi lo studia da una certa distanza. Ma in una prospettiva più moderna, naturalmente: strutturalista nell’organizzazione dei dati, postcoloniale dal punto di vista ideologico.

Meno citato ma subito ben presente è anche Propp, e non a caso il racconto fiabesco è una delle prime proposte da sviluppare nel primo numero della rivista (e su questo Calvino non poteva non essere d’accordo). Poi arriva Northrop Frye, e le discussioni su Anatomia della critica tengono banco per tutto il 1969. Calvino getta acqua sugli entusiasmi celatiani: gli archetipi narrativi «ce li puoi trovare dappertutto, così come la borghesia per il critico marxista. Bisogna vedere se sono davvero tratti distintivi».

E subito dopo arriva Bachtin. Mentre il rovesciamento carnevalesco è interpretato da Celati come una sorta di “rivoluzione permanente”, Calvino segue più alla lettera la ciclicità bachtiniana e arriva a ipotizzare un pamphlet paradossale (che non scriverà mai) in cui proporre «che l’intera classe produttivistico-militare venga suppliziata e uccisa ritualmente in grandi feste popolari durante la fase contestataria», a cui farebbero seguito «le stragi di contestatari e di poeti all’avvento di ogni fase produttivistica».

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Molti altri nomi della semiotica, della filosofia e delle scienze umane di quegli anni sono letti e discussi dai nostri due, fino ai sociolinguisti americani scoperti da Celati all’inizio degli anni Ottanta. Ma la figura più rilevante è probabilmente quella di Foucault. Celati aveva già letto i suoi libri fondamentali quando lo incontra di persona durante il suo periodo di insegnamento alla Cornell University di Ithaca (New York) nell’autunno del 1972 e ne segue il corso su Sade. La ricezione del pensiero foucaultiano è un punto fermo delle sue posizioni, tanto che Calvino, dopo una delle varie messe a punto teoriche di Celati per la rivista, scrive a Carlo Ginzburg, nel frattempo cooptato nel progetto della rivista: «Bisogna partire chiarendo quali sono i nostri rapporti con Foucault, se no o ci facciamo belli con le penne del pavone o facciamo la rivista del foucaultismo italiano, che può essere una bellissima cosa ma dobbiamo prima esserne ben convinti. (…) Io di fronte a Foucault sono combattuto tra i nervi che mi fa venire tutta la sua messa in scena retorica e l’ammirazione per le cose intelligenti che spesso dice».

Non ci sono solo le star internazionali a stimolare gli sviluppi del pensiero di Celati. Molto nasce a Bologna, prima dell’avventura americana e ancor di più al ritorno, quando inizia a insegnare al Dams. Dopo l’incontro con Faeti, il suo progetto di rivista si riempie di libri per ragazzi, illustratori, fumetti, fotoromanzi (in quest’ultimo caso c’è lo zampino di un libro di Le Clézio, ma l’idea viene fermamente bocciata da Calvino). E dopo la frequentazione con Scabia, suo collega al Dams, Celati comincia a pensare che l’impasse della letteratura come fatto intellettualistico possa essere superato dal teatro. Non solo dal teatro in senso proprio (che pure pratica come mimo e negli spettacoli itineranti di Scabia), ma soprattutto come scrittura che deve farsi teatrale.

E poi c’è Carlo Ginzburg. A Celati piacciono moltissimo il libro sui Benandanti, visto come modello di narrazione, e le prime ricerche intorno al mugnaio Menocchio, che sfoceranno nel Formaggio e i vermi. Più che le innovazioni del metodo storiografico, Celati apprezza nelle ricerche di Ginzburg la cultura sommersa che viene alla luce, le classi subalterne e il mondo contadino che prendono la parola. La stessa operazione che, in tutt’altri modi, fa in quegli anni Dario Fo con Mistero buffo (citato in una lettera a Calvino) e con altri dei suoi recuperi parafilologici.

Il famoso saggio di Ginzburg sul paradigma indiziario, che aprirà Miti, emblemi, spie nel 1986 ma che era già delineato in diverse versioni negli anni Settanta, si incunea nel dibattito “archeologico” di Celati e Calvino in una posizione intermedia. Da un lato è lontano dal «bazar» di oggetti dimenticati dalla storia, accatastati senza gerarchie, che è l’idea di Celati. In Ginzburg è solida l’idea di un meccanismo di cause ed effetti nella storia, che invece Celati contesta. Però il saggio di Ginzburg mette in luce una conoscenza per via di esperienza, non meno importante di quella scientifica, che viene «dal basso» e non è detenuta dal «privilegio di pochi eletti». E il discorso sulle impronte digitali messe a punto nel secondo Ottocento conclude il saggio mostrando l’uso inquisitorio e di controllo sociale che il potere borghese fa del paradigma indiziario. Perfetto per Celati, meno per Calvino che ribatte citando uno studio antropologico dove si dimostra quanto il controllo sociale in un villaggio di indios cacciatori in una parte sperduta del Brasile sia ben più pervasivo che in una città moderna.

In tutta la vicenda di «Alì Babà» sembra che Celati, partito con mille idee, si ricalibri a poco a poco, secondo una sequenza di crisi e acquisizioni culturali personali (non ne ho parlato, ma è molto importante, a un certo punto, la scoperta di Benjamin) e nel dialogo con Calvino e con gli altri interlocutori del gruppo: all’inizio l’amico filosofo Enzo Melandri e il francesista Guido Neri, poi, come detto, Carlo Ginzburg. Anche Calvino modula i propri interventi prendendo da Celati quel che può prendere senza snaturarsi troppo. All’inizio del 1972 scrive un testo che dovrebbe costituire la presentazione della rivista cercando di trovare una sintesi fra le idee proprie, quelle di Celati e quelle di Carlo Ginzburg. Celati glielo smonta frase per frase criticandolo duramente. Calvino decide di ritirare il proprio testo e propone di rinunciare (non “ricominciare” come si legge nella lettera del 21 febbraio 1972, per un evidente errore di trascrizione) a discorsi di presentazione della rivista. Poi Celati riformula e addolcisce le critiche, Ginzburg lavora per un buon compromesso e, alla fine, Calvino riscrive il testo tenendo conto di alcune idee base di Celati (la critica all’umanesimo e all’antropocentrismo, l’archeologia come recupero di un passato frammentario, non decifrabile in chiave di continuità, un processo di conoscenza orizzontale non gerarchizzato) ma tenendo anche fermo il punto sulla regressione (dalla razionalità), di cui Celati fa una bandiera, sulla scorta di Melandri, e che per Calvino è «un pericolo preciso (sperimentato)».

La dialettica fra i due è a tutto campo e non può non riguardare le loro scritture narrative. Celati passa dai primi libri comico-deliranti fino a Lunario del Paradiso e poi, drasticamente, a Narratori delle pianure, tutti letti in anteprima e commentati da Calvino. Calvino discute con Celati Il castello dei destini incrociati, Le città invisibili, Palomar e il racconto della Poubelle agrée. L’apprezzamento di Celati verso questi testi calviniani è progressivo. Gli elogi dei primi due sono tutti all’interno di teorie narratologiche un po’ fredde (e la lettura delle Città invisibili è condotta in maniera posticcia sulla falsariga di quella di Alice nel paese delle meraviglie di Deleuze). Finalmente con Palomar c’è un’adesione che suona sincera: «il signor Palomar ha movimenti di pensiero astratti e arbitrari, vagamente comici nella loro assoluta inconcludenza; credo produca una commozione paragonabile all’effetto delle mosse, altrettanto astratte e intime, con cui il gran filosofo Buster Keaton si aggirava nello spazio». Ma ancora di più Celati si sbilancia per La poubelle agrée. Gli elogi per questo racconto sfociano in un momento di parresìa, in cui Celati dice quel che ha sempre pensato dei libri di Calvino (e che tutti pensavamo dovesse pensare): «A parte il tema pop che mi è sempre stato a cuore – gli scarti – è scritto in modo limpido ed empirico, con aperture sul tuo quotidiano tanto dirette da stupirmi persino. Tu che hai sempre adottato la tattica del distacco, che scappi sempre per la tangente sapienziale per non parlare di quel che ti riguarda più direttamente, qui per la prima volta sei tu, una specie di Monsieur Hulot meditabondo come sei, e per la prima volta ho sentito qualcosa di diverso dal mestiere dello scrittore che padroneggi e dove ti salvi sempre: finalmente tu che precipiti nella chiacchiera e dai spazi alla tua chiacchiera, al tuo quotidiano mediocre, ai tuoi pregiudizi, invece di ricorrere a giochi d’astrazione (…) Si sente una tua impotenza a costruire il discorso a partire dal sapere (come avevi sempre fatto), e il sapere che ci metti dentro, le stesse conclusioni che ci vuoi cavare, sembrano più la fissa di uno stordito che il sublime controllo della realtà attraverso la scrittura che inseguivi in altri testi».

Se Palomar è più celatiano delle Città invisibili e se la Poubelle è più celatiana di Palomar a detta dello stesso Celati, vuol dire che il modo di sentire la letteratura del più giovane collega scrittore aveva un’influenza sulla peraltro incessante evoluzione del “fratello maggiore”. E anche se non ne parlano i due interessati, si potrebbe ipotizzare che questa influenza tocchi pure Se una notte d’inverno un viaggiatore, per la provvisorietà e la non finitezza di ogni testualità predicata da Celati (seguendo Blanchot).

Che cos’è che legava questi due scrittori? Che cosa ha spinto Calvino a coinvolgere il giovane amico conosciuto casualmente a Urbino e poi subito invitato al Cinquale per la prima vacanza insieme con le relative famiglie? E poi soprattutto che cosa li ha convinti a perseverare nell’amicizia e nella collaborazione nonostante le divergenze caratteriali e di pensiero che via via emergevano? A parte le imponderabili alchimie che mettono insieme le persone, possiamo ipotizzare che fosse proprio l’oscuro desiderio del proprio opposto ad attirarli come calamita. Non è un caso che il fatale incontro sia avvenuto a due mesi dal maggio parigino. Calvino non aderiva al 68, che passò sotto casa sua, ma ne sentiva l’energia e ne provava grande curiosità. Si trovò Celati davanti al momento giusto. Celati aveva una gran voglia di rifare il mondo («letteratura come cosmologia» è espressione che ritorna nelle sue lettere, soprattutto le prime) ma sentiva la propria fragilità. Anche se a volte valorizzava la confusione e il disagio, sotto sotto doveva ammirare un pensiero più organizzato e più pacificato. E nel suo «schifo dell’intellettualismo, della corticalità, dell’oratoria dotta e sapiente» trovava in Calvino (che a «corticalità» non era secondo a nessuno) un’eccezione perché «accanito avversario dell’ovvietà», perché «scansava i noiosi, e i voli teorici sembrava che li vedesse più che altro come un’avventura immaginativa».

Alla fine la rivista non si è fatta. Con grande soddisfazione di tutti. L’impegno per realizzarla, le riunioni, i protocolli, le lettere sono stati un bellissimo gesto intellettuale gratuito, senza conclusione, come Celati pensava che la cultura debba essere. Fortunatamente, grazie a questo numero di Riga, restano le tracce di tutto il percorso e di questa straordinaria amicizia che ha attraversato la letteratura italiana lungo tre decenni.

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