festival scarabocchi 2020

– È meglio essere molto intelligenti o molto coraggiosi? – chiese retoricamente lo Spaventapasseri.

– È meglio avere il batticuore – rispose l’Uomo di Latta.

– A me se c’è un pericolo viene molto batticuore – disse il Leone Codardo.

– Forse hai un cuore difettoso – esclamò lo Spaventapasseri.

– Può darsi – rispose il Leone.

– Dovresti essere contento, allora, di averne uno – aggiunse sconsolato il Boscaiolo.

– E il cervello...? – incalzò lo Spaventapasseri.

– Il cervello non so... – ammise il Leone.

 

C’erano una volta tre traduttori. Volevano andare insieme alla magica città dei traducenti di Smeraldo seguendo la strada di parole gialle, che erano parole facili e difficili, antiche e moderne, perfino inventate. Ma tutte erano pericolose, come lo sono sempre le parole.

 

Uno di loro, detto lo Spaventaparole, era versato nelle strutture della lingua e ci teneva a non inventare niente e a studiare molto. Ma proprio perché aveva studiato molto, sapeva che non avrebbe mai potuto essere abbastanza intelligente da sapere tutto delle parole, e si disperava per questo.

Il secondo era coraggiosissimo, giocava con le parole, le inventava, ma si sentiva arido, diceva di non sapersi innamorare di quanto andava facendo, e si disperava per questo. I colleghi lo avevano soprannominato il Traduttiolo di Latta, ma lui non se ne aveva a male.

Il terzo era terrorizzato di sbagliare, cercava i significati esatti, i suoni più vicini, ma diceva di non avere abbastanza coraggio, e si disperava per questo. Era detto il Traduttone Codardo.

 

Cammina cammina, i tre traduttori parlavano di parole. Di parole per dire altre parole venute prima, che facevano cose magiche. E parlavano di come sceglierle, le parole nuove, perché facessero le stesse cose di quelle vecchie. Ma non riuscivano a mettersi d’accordo né su quali magie le prime parole facessero a chi le leggeva o ascoltava, né su quali basi scegliere le nuove parole per ridirle.

Lo spaventaparole viveva sepolto fra i dizionari, sempre in cerca dell’errore.

Il traduttiolo inventava giocolierismi e allitterazioni e rime, che però gli sembravano aridi.

Il traduttone restava attaccatissimo alle parole vecchie, non osando aggiungere o togliere nemmeno una virgola.

 

Ma tutti e tre sentivano che gli mancava qualcosa. Tutti e tre erano consapevoli dell’enorme possibilità di scelta che il mondo di parole gli lasciava. Se a volte “cuore” può voler dire “coraggio”, come si sceglie? Con intelligenza e studio? Con inventiva incosciente? Con rispetto reverenziale? I tre amici non ne potevano essere sicuri. Ciascuno aveva fatto la sua scelta, ma sentiva che una scelta ti inchioda alle tue responsabilità. Avrebbero preferito non doverla fare, ma sapevano che, se non le sceglievano, le parole sarebbero morte.

 

E così andavano avanti, senza mai mettersi veramente d’accordo.

Sotto i loro piedi, intanto, le parole sogghignavano. Sapevano che la città dei traducenti di Smeraldo non esisteva. Il vero posto magico era la strada gialla, una strada che non finiva mai proprio grazie alle scelte dei tre traduttori. I quali non dovevano mai smettere di scegliere, cioè di sbagliare, perché la strada continuasse all’infinito. E sapevano, le parole, di avere bisogno di tutti e tre. Di chi conosceva le loro radici, di chi sapeva fare innesti improbabili, e anche di chi invece le accarezzava e basta, perché gli piacevano così. Soltanto in questo modo, facendosi continuamente cambiare da scelte diverse, a volte opposte, ma tutte mosse dalla stessa volontà di trovare qualcosa che non c’è, sarebbero sopravvissute davvero. Diventando qualcosa di diverso.

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@ Mara Cerri