Solitudine

Il 9 febbraio 1821 Leopardi nel suo Zibaldone di pensieri annota:

“L’anima, i desideri, i pensieri, i trattenimenti dell’uomo felice, sono tutti al di fuori, e la solitudine non è fatta per lui: dico la solitudine o fisica, o morale e del pensiero. Vale a dire che se anche egli si compiace della solitudine, questo piacere, e i suoi pensieri e trattenimenti in quello stato, sono tutti in relazione con le cose esteriori, e dipendenti dagli altri, non mai con quelle riposte in lui solo”.

Quando inizio a scrivere questo pezzo sono le dieci di domenica 24 gennaio 2021 e mi trovo in una quasi perfetta congiuntura temporale: tra pochi giorni infatti saranno passati duecento anni da quando Giacomo Leopardi ha formulato e messo per iscritto il suo pensiero sulla solitudine umana. Nel mio giardino la pioggia batte incessante. Le foglie sulle sommità degli alberi risplendono quasi bianche, il cielo è crestato di una specie di spuma marina. L’aria, che di solito a quest’ora è pervasa da uno scintillio fresco e sottile, sembra sbiadire in un albore plumbeo. Osservo i laurocerasi che si drizzano sulla ringhiera di confine, le loro ombre si distendono, lo spazio che occupano si dissolve come in un’esplosione di atomi.

 

Per Leopardi ciò che rende un uomo felice è tutto al di fuori di sé. L’universo interiore, in cui tuttavia si forma quel sentimento di felicità, non è sufficiente a dare la felicità. La solitudine quindi, che pure per molti è uno stato che conferisce piacere, è sempre collegata alle cose esterne del mondo e mai in via esclusiva alla propria interiorità. L’interiorità dell’uomo non può, da sé, bastare per procurarsi piacere.

Un anno fa ero anch’io un uomo che si compiaceva della solitudine. La ricercavo, la ritenevo una condizione necessaria allo sviluppo, se non proprio del mio benessere, del mio equilibrio interiore. La solitudine di cui andavo a caccia era una solitudine fisica, poiché quella morale e del pensiero sono sempre state parte di me. Di questi tipi di solitudine, ciò che mi è mancata è proprio la solitudine fisica. Non c’è mai stato un momento della mia vita in cui io abbia vissuto da solo, né c’è mai stato un anno in cui io abbia soggiornato in un luogo remoto, in un eremo sperduto, o su un’isola deserta, ma sempre in una metropoli come Roma in cui la presenza degli esseri umani è tirannica, per non dire una condizione da cui neppure il più misantropo tra gli uomini può sfuggire.

 

Ciò che Benjamin diceva a proposito di Baudelaire, ossia che “amava la solitudine; ma la voleva nella folla”, è – come sappiamo – l’embrione da cui nasce l’uomo novecentesco. Tutto ciò che siamo diventati come società deriva da questa solitudine del singolo nella folla. Qualcosa che nel ventunesimo secolo si è accentuata con lo sviluppo delle nuove forme di social life. Da allora abbiamo iniziato a vivere in un tempo che assomigliava alla realizzazione del sogno di Baudelaire. Alla solitudine morale e del pensiero si era aggiunta la solitudine fisica, e si viveva ricercando le tre solitudini nella folla del web.

Tuttavia, pur essendo consci della solitudine che ci avvolgeva come un mantello per gran parte delle nostre giornate, fino al principio dello scorso anno il piacere che ne traevamo (se ne traevamo) derivava ancora dal fatto che esso era, come dice Leopardi, “in relazione con le cose esteriori”. Cioè avevamo un approdo sicuro nelle cose esteriori. In ogni momento della nostra solitudine sapevamo che fuori di noi c’era altro. C’era per esempio un universo di esseri umani, di fatti, di eventi, c’erano città brulicanti, c’era vita. E quindi la nostra solitudine di uomini connessi si determinava in base a una doppia folla, quella che germogliava oltre il vetro alluminosilicato dei nostri dispositivi e quella che pulsava altrove.

 

Cos’è accaduto da un anno a questa parte di così radicale da ridefinire il concetto stesso di solitudine? È successo che, per via di un evento immane e pervasivo come la pandemia, una di queste due folle è venuta meno. E non in senso astratto. La folla esteriore si è dissolta. Perciò, per alimentare il nostro baudelairiano desiderio di solitudine nella folla, abbiamo fatto ricorso all’unica folla ancora disponibile: quella delle relazioni virtuali in cui siamo immersi attraverso la rete. Una folla che tuttavia è rimasta a sua volta priva del riferimento fondamentale del mondo. E così per la prima volta nella storia dell’umanità, le relazioni tra le persone hanno fatto a meno della concretezza fisica delle persone, hanno omesso, per così dire, la realtà.

 

Opera di Ole Marius Joergensen.


La sostituzione della realtà concreta con una realtà immateriale non era mai stata così reale come in quest’ultimo anno del mondo. Ma la vita immateriale in cui credevamo di essere immersi dall’inizio del nuovo millennio era ancora perfettamente ancorata a un’idea dimensionale di mondo. Se conoscevamo qualcuno in rete, subito dopo sapevamo che volendo avremmo potuto incontrarlo nella realtà. Da un anno a questa parte rinunciamo a questa possibilità, diamo per scontato che questa realtà non esiste più, che è venuta meno come orizzonte concreto, e perciò ci limitiamo ad abitare soltanto la folla immateriale.

In questo nuovo ordine esistenziale, chi come me – nell’accezione leopardiana – ama la solitudine, ossia chi la ama ben sapendo che essa è pur sempre ancorata alle cose esteriori del mondo, non può che aver perso il piacere stesso della solitudine, per massacrarsi in una solitudine che non è più quel sentimento circonfuso dalle cose del mondo, ma che si è tramutata nel frattempo in un ceppo d’albero svuotato.

 

L’estate scorsa ho letto L’isola dei senza colore (Adelphi, traduzione di Isabella Blum), il resoconto di due viaggi in Micronesia fatti da Oliver Sacks negli anni Novanta alla ricerca delle cause di una misteriosa malattia ereditaria che affligge gli abitanti di due isole, Pingelap e Pohnpei. Una malattia che costringe chi ne è affetto a una completa cecità cromatica. La descrizione minuziosa di questi atolli tropicali in cui la natura è una detonazione di colori e che tuttavia appaiono agli occhi dei loro abitanti come il paesaggio di un film sovietico in bianco e nero, mi ha dato la chiave di comprensione del sentimento di solitudine che provo dal marzo scorso, da quando cioè il mondo si è imbattuto in un errore di sistema che lo ha progressivamente paralizzato. Racconta Sacks che gli acromatopsici (da acromatopsia, il nome di questo disturbo) tendono continuamente a sbattere le palpebre e a strizzarle, i loro occhi si muovono incessantemente e a scatti poiché non tollerano troppo a lungo la luce.

 

I miei sentimenti e gli oggetti della mia visione condividono il luogo in cui si generano: il cervello. Devo perciò immaginare il mio cervello come una fonderia in cui il calore e la materia cooperano alla trasformazione. Da quasi un anno esco pochissimo, lo stretto necessario, e non incontro nessuno. Come la maggior parte degli umani che popolano il mio tempo vivo in uno stato continuo di autosegregazione. Di recente mi sono accorto che la mia vista si è indebolita e che sto diventando fotofobico. Sempre più spesso affacciandomi alla finestra al mattino ho l’impressione che non solo la realtà materiale del mondo, le persone, la vita così come l’abbiamo conosciuta, non esistano più, ma che la mia visione possa fare a meno dei colori. Ho la sensazione insomma di essermi trasformato in un acromatopsico, un senza colore.

Forse tutto ciò rientra nei meccanismi chiave dell’evoluzione. La storia della vita sulla Terra è la storia dell’adattamento all’ambiente. Perciò io non starei facendo altro che adattarmi all’ambiente. E sarebbe un po’ come dire che fantasticare non serve a niente, che anzi, intralcia solo il nostro meccanismo evolutivo, e perciò un bel giorno il dio dell’evoluzione ci toglie dalla testa la facoltà di fantasticare, così ce ne restiamo privi di fantasia, con tutto il tempo a disposizione per restare concentrati su ciò che non è fantasia.

 

Del resto anche la bellezza esiste soltanto nel momento in cui se ne ha bisogno. Per eliminare la bellezza abbiamo due strade: ucciderla o soffocarne il bisogno. Ma la bellezza non la si può uccidere, perché è parte fondante della realtà. Si può invece soffocare il bisogno di bellezza, così come a un gatto si può castrare il desiderio.

E cosa prova un gatto castrato? La castrazione priva il gatto degli ormoni che regolano il comportamento sessuale, così da far cessare in lui il desiderio e l’istinto all’accoppiamento. Privandolo di questa necessità si evita il senso di frustrazione che deriva dal non poter realizzare il desiderio dell’accoppiamento. Privando il gatto del desiderio si uccide in lui la bellezza della cosa desiderata, ossia dell’accoppiamento, che da quell’istante in poi non sarà più desiderata, ma resterà una cosa né desiderata né indesiderata, una cosa mite.

 

Dal paesaggio del mondo siamo tornati nella stanza, in una stanza che però non è più una stanza nel mondo, ma una stanza in sé, da cui possiamo sentirci soli di una solitudine nuova, a suo modo perfetta, come nessun uomo vissuto sulla terra prima di noi ha mai avuto occasione di sperimentare.

A sfogliare la conclusione del pensiero sulla solitudine che Leopardi mette per iscritto il 9 febbraio 1821, e rileggendolo alla luce della realtà in cui siamo immersi, si rimane a bocca aperta:

“Che piacere o felicità o conforto ci può somministrare il vero, cioè il nulla? […] Altre illusioni, forse più savie perché meno dipendenti, e perciò anche più durevoli, sottentrano a quelle relative alla società. E questo è in somma quello che si chiama contentarsi di se stesso. […] Un sistema, un complesso, un ordine, una vita d’illusioni indipendenti, e perciò stabili: non altro”.

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Opera di Ole Marius Joergensen.