Tre domande sull'antifascismo oggi: Lagioia, Sarchi, Inglese

Per provare a interrogarci e confrontarci sull'antifascismo oggi abbiamo posto ad alcuni intellettuali e collaboratori queste tre domande, a cura dello storico Claudio Vercelli. Pubblichiamo oggi tre ulteriori risposte (qui le prime: Valerio, Cortellessa, Manera).

 

1.

Perché si dovrebbe continuare ad essere antifascisti se è vera l’affermazione, che si fa assunto di senso comune, per cui destra e sinistra sarebbero due distinzioni che non hanno più motivo di esistere? Se invece continua a sussistere una linea di differenziazione tra i due aggregati, quali ne sono le discriminanti in senso antifascista?

 

2.

Se l’antifascismo non si è esaurito, in cosa si deve allora sostanziare? Allo stesso tempo, se il fascismo non è mai del tutto scomparso, sotto quale natura e con quali aspetti si manifesta oggi?

 

3.

Prova a legare alla parola «fascismo», in successione, secondo una scala decrescente di pertinenza, questi cinque termini; ciò facendo ne deriverà quelli che per te sono i tratti salienti e prioritari in cui esso si sostanzia: A) razzismo; B) populismo; C) sovranismo;  D) identitarismo; E) [termine a tua scelta, da scegliere al di fuori dei quattro già indicati; es: nazionalismo]

 

Nicola Lagioia

 

1.

Ci sono differenze tra destra e sinistra. La sinistra dovrebbe avere a cuore la giustizia sociale e i diritti civili. La destra può fare a meno di uno dei due. Se è destra sociale, non metterà al primo posto i diritti civili. Se è destra liberale, non si interesserà troppo della giustizia sociale. Il fascismo è di solito prepotenza e primitivismo, è un controsenso storico, un riflusso premoderno nella laringe della modernità, un fraintendimento romantico: molti fascisti sono artisti falliti.

 

2.

Il rispetto della persona umana, la sua sacralità, che può essere anche un principio religioso – certamente un principio cristiano – è il vero canone dell'antifascismo. L'antifascismo è dunque prepolitico. Lo consideriamo politico perché il fascismo – che a propria volta ha una sostanza prepolitica – ha trovato un nome quando si è vestito da movimento politico.

 

3.

Non credo alle scale decrescenti di pertinenza, quando si parla di fascismo. Il fascismo è una scala crescente di barbarie, prepotenza, paura e stupidità. La civiltà ha una forma, dunque è limitata e misurabile. La prepotenza e la stupidità sono ancora troppo informi per essere misurati, e dunque sono smisurati. La camicia nera stringe un terribile vuoto.

 

Alessandra Sarchi

 

1.

L’abolizione della distinzione fra destra e sinistra piace molto, si sa, ai centristi e soprattutto alla destra, così come il revisionismo storico o meglio ancora l’abolizione stessa della storia, perché alla base del pensiero di destra c’è una massimalizzazione estrema: la storia non esiste, esistono solo valori indiscussi – i loro – che devono valere per tutti ed essere imposti. Certo, abbiamo assistito negli ultimi vent’anni alla drammatica resa della sinistra partitica alle ragioni, soprattutto economiche, della destra, ciò non significa che non esista un modo di essere di sinistra che si riconosce in una visione della realtà critica e dialettica, e che nell’antifascismo vede una delle proprie componenti essenziali. La storia non si ripete e le forme cambiano, ma il fatto che numerosi episodi di violenza si siano compiuti, di recente, in nome di un’ideologia neo-nazifascista dovrebbe togliere la voglia a molti politici di dichiarare con sicumera che non ha più senso parlare di fascismo. Non abbiamo bisogno di una marcia su Roma, e di un regime militare, per vedere seminata una mentalità di chiusura, di odio verso tutto ciò che è diverso, di semplificazione della realtà a favore dei più forti, di chi è già tutelato, perché il fascismo è anche questo: tutela della forza dei più forti, a scapito dei più deboli. Fascisti sono nell’animo, anche se magari tali non si dichiarano, i ragazzi del liceo Visconti di Roma che rivendicano di appartenere a un’élite che non prevede handicap, diversità etnica e via discorrendo.

 

2.

Essere antifascisiti oggi significa non cedere alla tentazione di semplificazioni come quelle che vedono negli immigrati il problema principale della nazione, promuovere una vera rivoluzione del ruolo della donna che, come molte altre parti sociali vulnerabili, continua a diventare facile corpo strumentale di un’inveterata prepotenza patriarcale. La diversità, la complessità fanno paura, e questa paura è il carburante del pensiero e delle azioni fasciste; è una realtà emotiva e sociologica che la sinistra dovrebbe imparare ad affrontare, senza cadere nell’errore della banalizzazione: non esiste la bacchetta magica per risolvere problemi di economia globale, integrazione etnica, di diversità religiosa, di sperequazione sociale che richiedono progetti articolati e di lunga durata, non meri spot elettorali. Essere antifascisti vuol anche dire pensarsi come cittadini responsabili di uno Stato che lo è a sua volta. Questo è molto difficile in un paese come l’Italia dove lo Stato si nasconde dietro la burocrazia elefantiaca, le connivenze, il malfunzionamento. Ma è importante ricordare che questo deve essere un obiettivo perché il pensiero fascista non vuole cittadini responsabili che interagiscono con lo stato, vuole adepti che seguano bovinamente il leader, che scambino la responsabilità per la violenza.

 

3.

Metterei al primo posto in eguale misura sovranismo e razzismo, dunque C e A, seguiti da populismo dunque B, infine D, identitarismo, aggiungerei l’intolleranza verso la diversità e il pensiero dialettico, come E.

 

Andrea Inglese

 

1.

Chiunque sia disposto a difendere lo stato di diritto non può che essere antifascista. L’antifascismo non è e non dovrebbe essere una prerogativa delle persone che hanno convinzioni di sinistra. E naturalmente ogni antifascismo non può che fondarsi innanzitutto su di un giudizio storico, che riguarda il passato e, nel caso italiano, il fascismo che è realmente esistito nel nostro paese. Intorno a questo giudizio sono state elaborate, nel dopoguerra, le più importanti carte costituzionali delle nazioni europee e degli stessi organismi internazionali. L’incompatibilità tra regimi democratici e regimi fascisti non è una semplice constatazione elaborata in sede di studi storiografici o politici, ma costituisce un presupposto istituzionale cardine delle società democratiche in Europa e nel mondo dopo il 1945. Inoltre è un dato storico che nella resistenza antifascista confluirono anche gruppi e persone che non erano comunisti. Queste circostanze non eliminano, però, la contraddizione che il marxismo ha sempre denunciato tra le promesse tradite della democrazia formale (ossia la nostra democrazia liberale) e la democrazia sostanziale, quale potrebbe essere realizzata unicamente in una società senza classi.

 

A questo si aggiunga la valutazione, sempre da parte del marxismo, del fenomeno fascista come una mera variante storica del capitalismo. Sono questi, mi sembra, i due nodi maggiori che hanno ostacolato, a sinistra, una concezione “repubblicana” dell’antifascismo, ossia l’idea che possa esistere un autentico fronte interclassista e ideologicamente composito contro il fascismo. (Nonostante, per altro, sia stato proprio Togliatti, nel 1944, al ritorno da Mosca, ad assegnare all’antifascismo comunista la priorità della liberazione nazionale rispetto alla rivoluzione sociale.) Di qui l’abitudine di sovrapporre sinistra e antifascismo, come entità perfettamente coincidenti. Che non lo siano, me lo ha insegnato anche la mia diretta esperienza. Ho conosciuto persone prive di qualsivoglia simpatia comunista, che hanno vissuto sotto il fascismo senza aderire minimamente ai suoi riti e valori. Conosco persone giovani, che non si riconoscono nella sinistra (o nelle sinistre), e tuttavia si sentono risolutamente nemiche delle attitudini e delle parole d’ordine dei gruppi neofascisti esistenti. 

 

Io credo che l’antifascismo non debba porsi come pregiudiziale anticapitalistica, ma come pregiudiziale democratica. (Anticapitalisti, per altro, si proclamano anche genuini neofascisti.) E perché questo sia possibile non è sufficiente né denigrare semplicemente le democrazie liberali né dimenticare la contraddizione che portano in seno tra democrazia formale e democrazia sostanziale. Una persona di destra (una destra non fascista) dovrebbe essere una persona che vive in una democrazia liberale, pensando di appartenere al regime politico migliore che l’umanità abbia realizzato, e che considera, quindi, ogni critica radicale indirizzata ad esso come un pericolo da combattere. Una persona di sinistra dovrebbe cogliere alcuni valori importanti che le democrazie liberali anche solo formalmente proclamano, pur continuando a battersi perché la democrazia sostanziale rimanga un obiettivo centrale per l’umanità, da raggiungere attraverso una critica radicale delle istituzioni e dei modi di pensare. Più in generale, il fronte antifascista potrebbe individuare il suo punto di coesione non in una concezione condivisa di democrazia, ma nella legittimità di disputare intorno ai valori autentici e alle forme storiche più compiute che tale concezione dovrebbe esprimere. Fuori dal terreno della disputa si delineerebbero tutte quelle attitudini e convinzioni autoritarie che sono incompatibili con la democrazia sia nell’accezione formale che in quella sostanziale. 

 

2 e 3.

Provo a rispondere alla domanda, partendo dalla fine. Ma innanzitutto farei una distinzione tra un antifascismo rituale e un antifascismo militante. In un regime democratico “sano”, ossia aperto alla possibilità di critiche radicali di carattere sociale, l’antifascismo può assumere carattere rituale. Uso questo termine non in senso negativo, ma nel suo significato antropologico. Anche la democrazia, per “repubblicana” e formale che sia, ha bisogno di riti che ricordino appunto alcuni presupposti condivisi e le sue frontiere di sicurezza. Si esce dall’antifascismo rituale in quelle fasi storiche dove il fascismo acquista un nuovo radicamento sociale sia attraverso alleanze con poteri economici o politici interni alla democrazia liberale sia attraverso una diffusione territoriale, fatta di militanza e di propaganda. Come la stagione delle stragi neofasciste ha insegnato tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio anni Ottanta, anche il neofascismo più eversivo e violento è sempre invitato, e trova sostegno in uomini delle istituzioni e della politica parlamentare. Quel che oggi si tratta di capire è se vi siano ragioni per uscire dall’antifascismo rituale.

 

Una delle caratteristiche del fascismo è la sua natura politicamente e culturalmente ambigua, e questo vale per il fascismo storico come per il neofascismo attuale. In La sollevazione, un libro del 2011, Franco Berardi Bifo scrive: “Il fascismo storico è stato modernista e tradizionalista insieme, progressivo e reazionario. Il fascismo sembra sfuggire a ogni possibilità d’identificazione, al punto che avanzo l’ipotesi che il fascismo sia proprio un effetto dell’ansia identitaria che si manifesta in soggetti incapaci di identificarsi discorsivamente”. E aggiunge: “Incapace di ammettere la complessità del divenire o di ammettere la sua debolezza o inadeguatezza di fronte alla complessità, il fascista pretende di conoscere la soluzione, anche se non sa niente: la soluzione è l’affermazione di sé”. Un’altra delle “doppiezze” del fascismo è poi la sua possibilità di manifestarsi, a seconda dei casi, in “doppiopetto” o con estrema brutalità. Ora la compresenza di queste linee di condotta apparentemente contradditorie è forse da ricondurre ad alcune delle componenti che strutturano l’identità fascista e che hanno a che fare con una discorsività guastata.

 

Il fascismo in doppiopetto è quello che affronta le sfide del presente brandendo dei feticci tratti dal passato, dei simboli e delle figure vuote, che suggeriscono però il contatto con una qualche fonte inestimabile di valori. Il fascismo brutale è quello che, di fronte all’inservibilità di tutta la sua paccottiglia simbolica e discorsiva, si risolve per la violenza come unica soluzione. Quest’esaltazione del gesto violento in sé, ormai scollegato da ogni giustificazione discorsiva, può sfociare nel culto fascista della morte data e subita. In realtà, è possibile scomporre i due momenti solo per chiarezza espositiva. Come il fascismo e il nazismo storici hanno mostrato, la brutalità e l’esaltazione della violenza si dispiegano all’interno di un’abbondante paccottiglia rituale e simbolica. Detto questo, non è possibile limitarsi a considerare la paccottiglia come mero ornamento della violenza. Furio Jesi ha individuato con chiarezza questo punto. In Cultura di destra (1979, ristampato nel 2011), Jesi mostrava come la “macchina mitologica” della cultura di destra, con il suo linguaggio vuoto, fatto di stereotipi triviali o di allusioni esoteriche, conforta l’atteggiamento violento, gli fornisce un orizzonte perfettamente inintelligibile, nel quale egli può realizzarsi senza impaccio, ripensamenti, considerazioni critiche. Scrive Jesi: “È l’elemento più caratteristico e diffuso della cultura di destra: possiede tutta la sua oscurità che è dichiarata chiarezza, tutta la sua ripugnanza per la storia che è camuffata da venerazione del passato glorioso, tutto il suo immobilismo veramente cadaverico che si finge forza vivente”. 

 

Può sembrare, oggi, che questo riferimento alla macchina mitologica sia fuori luogo e che non sia pertinente per comprendere e identificare una reale minaccia neofascista. Credo, al contrario, che possa darci una chiave di lettura per connettere certi discorsi, che hanno l’apparenza di analisi politiche d’attualità, e certi gesti violenti, che trovano o possono trovare in quei discorsi un perfetto conforto, ossia sostegno, conferma, esortazione. Se c’è una minaccia neofascista, essa si trova all’intersezione tra discorsi incomprensibili, che circolano diffusamente e legittimamente in parlamento come sui media e per le strade, e azioni brutali realizzate in contesti e situazioni in apparenza molto specifiche. Sforzarsi di rendere evidente questa connessione è allora uno dei compiti dell’antifascismo odierno, non più rituale, ma attivo, militante. Anche se non il solo.

 

Jesi ad un certo punto, nel libro che ho prima citato, parla a proposito di Liala di un linguaggio (letterario) che trae la sua popolarità dal fatto che non esige di essere capito, in quanto “per goderselo basta rimanere nel meno faticoso degli stati di torpore della ragione”. E aggiunge una riflessione che cito per intero: “Ma il ‘capire’ può essere faticoso e tormentoso non solo come attività razionale. Nel ‘capire’ pensiamo che vi sia anche uno sforzo di simpatia, di partecipazione affettiva che può non essere soltanto razionale e che costa, fino a divenire angoscioso”. Quanto detto da Jesi su Liala, si può applicare oggi al linguaggio di Salvini, degli editorialisti del “Giornale” e di tutti coloro che, consapevolmente o meno, persino a sinistra si situano sul loro terreno discorsivo. In una società, in cui da decenni il lavoro e lo stato sociale sono sotto attacco, e garanzie e diritti dei cittadini sono considerati alla stregua di capricci lussuosi, si riesce a rendere responsabili dell’insicurezza delle condizioni di vita (disoccupazione, precarietà, povertà, esclusione) una categoria sociale tra le più sfuggenti, ossia gli “immigrati”. Siamo di fronte a un discorso che tutti capiscono senza capire. Non si sa mai, infatti, di che sicurezza si parla né di che immigrati si parla. Quello che in tutto ciò è reale sono la rabbia e la paura conseguenti all’insicurezza sociale, che si ha l’opportunità di dirigere su alcuni gruppi di persone particolarmente indifese e marchiate ancora da pregiudizi dell’epoca coloniale. Ho cercato di mostrare, in un intervento recente, come questa palese operazione di spostamento degli affetti tristi (a parità d’incomprensione delle loro cause), possa avvenire secondo una tranquilla ripartizione dei compiti tra forze di governo (moderate e tecnocratiche) e forze estremiste (razziste e neofasciste) 

 

Tra i discorsi che si capiscono senza capire, che tengono lontani da ogni effettivo sforzo di conoscenza intellettuale e comprensione empatica, e che preparano come loro soluzione il gesto brutale nei confronti dell’inerme, vi sono tutti quelli che prosperano in Italia lungo l’arco che dalla xenofobia conduce al razzismo più compiaciuto. Inoltre, questi discorsi già emergono con la soluzione “squadrista” o “nazista” incorporata, seppure generalmente in forma di desiderio. E non emergono soltanto all’interno di palestre frequentate da giovani rasati e tatuati con le celtiche, ma anche sulla bacheca di Facebook di una giovane laureanda di venticinque anni, nel vagone della metropolitana dove una cinquantenne elegante reagisce al passaggio di un mendicante, tra due impiegati che armeggiano con le tastiere dei loro computer portatili in treno: “le sprangate si meritano”; “bisognerebbe bruciarli tutti”; “in quei paesi, andrebbe buttata una bella bomba, e via”. Naturalmente non è possibile appurare chi davvero siano, e per quali ragioni meritino tali disumane punizioni, i soggetti che provocano quotidianamente queste frasi. Sono talmente vaghi e opachi da essere perfettamente interscambiabili: rom, neri, musulmani. Ma la loro opacità di “stranieri” li rende supporto immediato per le più specifiche e turpi attribuzioni: il rom può divenire ad ogni istante sinonimo di rapitore di bambini, il nero di mafia nigeriana, il musulmano di terrorista islamico.

 

La minaccia neofascista, in paesi come l’Italia o la Francia, non è legata allora a movimenti imperialisti e nazionalisti eversivi dell’ordine democratico. Ma si configura come un funzionamento ordinario, “repubblicano”, di discriminazione, sfruttamento e persecuzione nei confronti di minoranze straniere, considerate inassimilabili. Anche in questo caso, però, ritroviamo il duplice aspetto del fascismo storico: in doppiopetto amministratori, politici, intellettuali e opinionisti, per la formulazione dei mantra xenofobi, e all’azione brutale poliziotti zelanti, squadristi esaltati e di tanto in tanto “normali” cittadini.

L’antifascismo attivo, allora, dovrebbe consistere in un impegno costante per reintrodurre elementi di effettiva conoscenza e forme di ragionamento nell’universo degli scambi quotidiani, proprio intorno agli argomenti meno discutibili come “l’immigrazione”.

 

Ma l’antifascismo attivo ha bisogno anche dell’esemplarità del rapporto concreto, empatico, con la varietà delle persone di cui la macchina mitologica razzista si nutre per omogeneizzazione e inclusione indifferenziata. La lontananza mitologica deve essere combattuta con la prossimità degli incontri e delle relazioni, in cui effettivamente italiani e immigrati (a vario titolo) sono in gran parte coinvolti nella vita quotidiana. Infine, su di un piano più politico e di ampia portata, la lotta alla cultura xenofoba e alle pratiche razziste che essa legittima dentro e fuori le istituzioni dovrebbe essere fatta in nome di una democrazia da ripensare in modo radicalmente critico. Una democrazia che finisse per legittimare la preferenza nazionale non è più solo una democrazia formale, ipocrita, ma la negazione di principio e in atto di alcuni suoi fondamenti, quali il riconoscimento che tutti gli esseri umani hanno uguale valore e che le istituzioni devono accordare loro le stesse opportunità perché possano sviluppare le loro doti.

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