Undici tonnellate sopra la testa

Quand’eravamo bambini, qualcuno aveva scoperto che c’era un modo per neutralizzare gli acari rossi, quei minuscoli e insignificanti ragnetti che prosperano sui marmi, sulle balaustre, sulle ringhiere, sui muri. Era un gioco sadico. Si tracciava un cerchio con un pennarello, facendo in modo di racchiudere ogni acaro rosso in un cerchio, così gli acari rossi non erano in grado di fuoriuscire dal cerchio e restavano immobilizzati. Ci eravamo accorti che in seguito accadeva qualcosa di strano: gli acari rossi tentavano di oltrepassare il cerchio, venendo però respinti dalla linea tratteggiata col pennarello, per poi desistere, e dopo un po’, letteralmente, si volatilizzavano. Non morivano, ma scomparivano dall’interno del cerchio, senza che nessuno riuscisse a cogliere il momento della loro trasfigurazione. Avvinti dall’arcano fenomeno, finimmo per imbrattare il cortile con una sterminata miriade di piccoli cerchi, e gli adulti impazzivano perché non riuscivano a comprendere il significato di quei misteriosi segni.

 

Venerdì, alle due e un quarto del pomeriggio, avevo un appuntamento con una troupe del tg1 a largo della Fontanella Borghese. Ho raggiunto il centro col solito anticipo, perciò ho pensato di fare una passeggiata sul Tevere, per poi imboccare via Tomacelli in direzione del Tridente. A Largo Goldoni, all’incrocio con via del Corso, mi sono fermato. A Largo Goldoni ci sono gli alberi di Giuseppe Penone. Si tratta di un’imponente installazione artistica che raffigura due fusti di bronzo. Tra i loro rami, sospeso a cinque metri d’altezza, è collocato un enorme blocco di marmo. L’opera s’intitola Foglie di pietra. Da qualche parte ho letto che il blocco di marmo pesa undici tonnellate. Mi sono fermato al cospetto degli alberi di Penone, ho guardato a destra e a sinistra per decidere dove andare, ma all’improvviso non sapevo che direzione prendere. Mi sentivo bloccato.

 

Nel secondo Cinquecento nei giardini italiani si diffuse la cosiddetta cultura del labirinto. La nuova moda battezzò il gusto della peregrinatio, sviluppò il piacere della casualità della scelta del percorso, e fondò una vera e propria poetica del bivio. Il flâneur parigino del diciannovesimo secolo è la diretta emanazione di questa poetica di cui mi dichiaro fiero praticante. Stavolta però la mia indecisione non era la solita indecisione, non era dettata dal bisogno di assoggettarmi alla sapienza assoluta del dedalo a cui il passante come me, durante le passeggiate, si affida anima e corpo. Se c’era una sensazione, venerdì, che m’impediva di muovermi, direi che era una sensazione di assoluta pesantezza. Una pesantezza che non era data dalla mia scarsa agilità né dalla mancanza di scioltezza nei movimenti, ma da una totale staticità, una staticità che definirei, senza mezzi termini, scultorea. In quel momento mi sentivo pesante come il blocco di marmo sospeso a cinque metri d’altezza tra i rami dei due alberi di Penone.

C’è da dire che ogni volta che passo a largo Goldoni, sento affiorare un timore istintivo, un sospetto che m’impedisce di camminare sotto i due alberi, e di conseguenza sotto il gigantesco blocco di marmo. A volte, a largo Goldoni, mi soffermo a osservare i passanti. Alcuni di loro non hanno paura a camminare sotto l’asse verticale del blocco di marmo, altri girano prudentemente alla larga dall’istallazione. Quelli che girano alla larga dall’installazione muovono le leve dell’immaginazione per figurarsi nella mente la sciagura del marmo che si stacca dai rami bronzei, per precipitare all’improvviso sulle loro teste, spianandoli come Willy il Coyote sotto il peso di quelle undici furiose tonnellate.

 

 

Ma la sensazione che ho provato nel primo pomeriggio di venerdì, mentre mi trovavo bloccato a largo Goldoni in procinto di raggiungere la troupe del tg1, non era un turbamento derivato dal pensiero di finire come Willy il Coyote, bensì di essere io stesso il marmo sospeso a cinque metri d’altezza, di essere io stesso incagliato tra i rami della scultura arborescente. Non solo, ma di essere io stesso il marmo sospeso in procinto di disincagliarsi e precipitare senza emettere alcun segnale, senza uno scricchiolio preventivo. Di essere io stesso un crollo potenziale, netto, puro, repentino e definitivo.

Il venerdì di cui sto parlando si colloca agli inizi di giugno. Da pochi giorni, con l’attenuarsi della morsa del contagio, la gente ha ricominciato a uscire di casa. Ma i segni del finimondo sono visibili ovunque. Il centro è un pianto. Le strade sono spettrali, i negozi vuoti, in disarmo, le vetrine spoglie, le serrande abbassate, i camerieri a braccia conserte illanguidiscono in attesa sulle soglie dei ristoranti. L’aria pullula di sospensione, di storie finite, di un tempo di transizione. Roma assomiglia a un enorme appartamento appena lasciato da una famiglia finita sul lastrico per colpa di una disgrazia imprevedibile. E tutto questo ha un peso.

 

 

Le metafore di cui ci serviamo per tratteggiare gli eventi della vita si riferiscono sempre al peso dei corpi. Ciò che è leggero è gradevole, fausto, godibile; ciò che è pesante è disagevole, doloroso, intollerabile, è un fardello. L’impressione che ho avuto venerdì camminando per le strade di Roma è che le persone negli ultimi tempi hanno guadagnato peso. Parlo di un peso morale, ma anche materiale e psichico, parlo del risultato di una presa di coscienza che ha fatto lievitare in ciascuno l’effetto della gravità, che li ha resi carichi di una zavorra inverosimile. E questa pesantezza è una pesantezza incombente, che trova un suo equilibrio nella sospensione. È la stessa pesantezza del marmo tra i rami esili degli alberi di Penone. Ogni persona che incontro lungo la strada ridesta in me un’esitazione ancestrale, richiama la sciagura del marmo che si stacca dai rami bronzei per precipitarmi sulla testa. Io stesso rappresento per gli altri questa sciagura potenziale. Ed è per questo che ci muoviamo guardinghi, respingendoci come magneti dotati della stessa polarità. Da quando siamo tornati nelle strade abbiamo stabilito questo nuovo sistema gravitazionale nel quale fluttuiamo inermi.

 

È qualcosa che non mi era chiaro finché sono rimasto chiuso per tre mesi nella mia stanza, finché mi sono limitato a gironzolare intorno alle vie asfittiche del mio quartiere, finché ho tentato qualche occasionale sortita in macchina lontano da casa. Ma mi è diventato improvvisamente chiaro venerdì, mentre andavo all’appuntamento con la troupe del tg1, e mi sono fermato davanti agli alberi di Penone, e ho guardato a destra e a sinistra per decidere dove andare, ma senza sapere dove andare, senza percepire più la leggerezza del mio corpo, il suo spazio interiore illimitato e vuoto, la facoltà del salto agile o della peregrinatio, ma avvertendone solamente il peso, questo nuovo peso inaudito, la durezza e l’impenetrabilità, la sua intrinseca capacità di rappresentare una minaccia, di produrre negli altri strazio e dolore.

 

 

Alla fine però mi sono deciso a muovermi, nonostante quel peso che mi sentivo addosso, e ho cominciato a camminare, o forse dovrei dire a incombere, verso largo della Fontanella Borghese, attraversando questa città disadorna. E dopo una manciata di minuti sono arrivato a largo della Fontanella Borghese, dove c’è un famoso mercato delle stampe, dove tutti i giorni dell’anno ci sono bancarelle in cui si vendono libri, stampe antiche e francobolli, e dove però venerdì c’erano solo chioschi serrati, e una fettuccia perimetrale che ne sbarrava l’accesso ai passanti. Ho fatto il giro della piazza percorrendo la fettuccia perimetrale e sbirciando tra i chioschi, finché non ho individuato tre uomini in attesa: l’intervistatore col microfono, il microfonista con l’asta telescopica, e l’operatore con la macchina da presa. Ho fatto un cenno alla troupe da dietro la fettuccia perimetrale. Avrei dovuto raggiungerli nel centro del cerchio in cui mi aspettavano per l’appuntamento delle due e un quarto. Ho gridato: “Da dove si entra?”. E l’intervistatore col microfono mi ha risposto: “Si deve scavalcare”. Allora ho sollevato la fettuccia, ma con tutto quel peso che mi sentivo addosso non ero in grado di chinarmi, intendo chinarmi quasi fino a terra facendo passare la nuca e poi la schiena, come fanno i pugili quando salgono sul ring. Ma poi ho fatto uno sforzo e mi sono chinato, e sono entrato anch’io nel cerchio. Così, dopo tutti quegli sforzi, ero finalmente lì a onorare l’appuntamento delle due e un quarto con la troupe del tg1. Ora eravamo in quattro all’interno del cerchio delimitato dalla fettuccia perimetrale. 

 

A quel punto mi sono disposto nella zona che mi ha indicato il microfonista, ho ripiegato la mascherina e me la sono infilata in tasca. L’intervistatore mi ha fatto l’intervista (due domande da trenta secondi ciascuna). Poi ci siamo salutati con un cenno della mano. Ma quando mi sono ritrovato a dover uscire dal cerchio, la mia nuovissima e iperbolica pesantezza è tornata a farsi sentire con più forza di prima, e se in quel momento avessi potuto scegliere di possedere una qualità sovrumana, avrei senz’altro scelto il potere degli acari rossi, quell’incommensurabile leggerezza che permette loro di tramutare la propria forma in un alito invisibile, per sfuggire a se stessi e spiccare il volo, lontano dalla trappola in cui un gioco sadico di origine misteriosa li ha costretti, e andare a posarsi non meno rapidamente da qualche altra parte, nel posto giusto.

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