Vivibilità

Che cosa c’è di più ovvio dell’aria?

Eppure guai a non respirarla!”

[Proverbio arabo]

 

Aria, acqua, suolo, le più scontate risorse della nostra esistenza, scontate non sono più. Il clima è peggio del previsto. L’acqua è sempre più scarsa. Lo stesso accade per il suolo. Erano le fonti della nostra vita e non ce n’eravamo accorti. Così cambia la vivibilità sotto i nostri occhi. Ci consegniamo, nella maggior parte dei casi, all’attesa e alla speranza, ma di azioni e comportamenti effettivi all’altezza dei problemi se ne vedono pochi. “Tant ‘ll’aria  s’adda cagnà”, cantava Pino Daniele e dicono a Napoli. Che l’aria si cambi è certo, ma non sappiamo in quali direzioni. Anzi, abbiamo molti elementi che la direzione ce la indicano, e non è proprio favorevole alla nostra sopravvivenza come specie sul pianeta che ci ospita. Ad ogni evidenza le nostre posizioni prevalenti sono di negazione, di rimozione o di indifferenza, miste a levate di scudi tanto acute quanto passeggere, somiglianti per lo più a fuochi di paglia.

 

Da recenti ricerche ricaviamo che sono almeno tre le sindromi con cui rimuoviamo o neghiamo i problemi relativi all’ambiente e al sistema vivente di cui siamo parte e che ci vedono responsabili in prima fila. La prima sindrome possiamo chiamarla quella del “dopo di te”. Tendiamo a dire che certo saremmo disposti a impegnarci per usare i mezzi pubblici, per mangiare meno carni rosse o per consumare meno acqua, ma dopo gli altri. La seconda sindrome si può definire del “Titanic”: impegnati come siamo nello “show goes on!” facciamo di tutto per continuare a vivere come viviamo contro ogni evidenza di rischi e pericoli effettivi. La terza sindrome è quella del “rinvio ad altri”: ci deve pensare chi governa, o la scienza, che troverà la soluzione. Eppure abbiamo evidenza che abbiamo adottato modelli e stili di vita che non possono essere perpetrati senza incorrere in problemi gravi e vicini. Le più ordinarie delle sostanze, pur avendo una funzione fondamentale nella nostra vita, pur essendo la condizione della nostra vivibilità, si manifestano solo ora alla nostra consapevolezza per quello che sono.

 

E quella consapevolezza pare proprio non bastare per farci cambiare idea e comportamenti, perché presto si dissolve, e la forza dell’abitudine si richiude sulle nostre preoccupazioni facendo prevalere la consuetudine e il conformismo. Procediamo così verso il conformismo delle scelte, neutralizzando ogni discontinuità che potrebbe aprire a prospettive alternative. Fu David Foster Wallace, tre anni prima di morire tragicamente, a iniziare un suo discorso ai laureandi del Kenion College nel 2005, raccontando la famosa parabola dei pesci: “Due giovani pesci, mentre nuotano, incrociano un vecchio pesce che procede in senso opposto, il quale li saluta e chiede: com’è l’acqua da dove venite voi? I due pesci lo ignorano e mentre proseguono uno dice all’altro: l’acqua?! Ma cos’è mai l’acqua?”. Lo scrittore commentò così il significato della parabola: “Il succo della parabola dei pesci è questo: le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e discutere”. Quella della forza dell’abitudine diventa in tal modo la questione forse più problematica per affrontare le trasformazione in atto riguardo alla vivibilità; trasformazioni che nella maggior parte dei casi sono indotte dai nostri stessi comportamenti. Il fatto è che quei comportamenti, almeno per la maggior parte delle popolazioni dei paesi cosiddetti sviluppati, e ora per quelli neo-sviluppati, si sono mostrati vantaggiosi nell’immediato.

 

La loro vantaggiosità è stata possibile a due condizioni: esternalizzare gli effetti collaterali e presumere l’illimitatezza delle risorse, usando materie prime ed energia come se fossero tutte e per sempre riproducibili. Rimane evidente che, se la forza dell’abitudine tende a vincere nella maggior parte dei casi rispetto alle possibilità di cambiare e innovare, ancor più si mostra tenace quando, per un periodo magari anche lungo, un certo modo di fare si è dimostrato vantaggioso. La forza delle abitudini, un antico problema per noi esseri umani, che pur essendo capaci di creare e cambiare idea, vediamo spesso i comportamenti automatici governare le nostre vite. Le azioni coscienti, quando diventano abitudini, si mostrano difficili da cambiare. Voler cambiare le abitudini non basta, perché intervengono comportamenti inconsci che sono profondamente radicati nel nostro corpo, nel nostro cervello e nella nostra esperienza. Quei comportamenti sono la nostra storia e in buona misura coincidono con noi. Anche volendo considerare la buona volontà ci rendiamo conto che non basta perché non siamo sempre in grado di discriminare fra abitudini che avranno effetti desiderabili e vantaggiosi per noi e abitudini con esiti rischiosi e problematici. Le abitudini riguardo all’ambiente, al paesaggio e alla vivibilità sono radicate profondamente nella nostra storia, come la presunzione della superiorità del genere maschile su quello femminile, e hanno subito e subiscono un effetto di naturalizzazione. Cambiarle vorrebbe dire riconsiderarci e riconsiderare la natura di cui siamo parte: mettere in discussione quello che ci appare ovvio. 

 

Secondo il modello di spiegazione più utile e potente di cui disponiamo oggi, un pezzo di roccia è composto da particelle che si muovono in modo dinamico, atomico, subatomico. Quel pezzo di roccia è pieno di energia e di movimento. Questo è un esempio efficace di come la scienza contemporanea riveli ciò che non è ovvio per gli occhi: per quegli stessi occhi, i nostri, che nella maggior parte dei casi si affidano proprio al senso comune, a ciò che appare ovvio e consueto, a ciò che è intuitivo e che molto spesso è sbagliato. Anche ciò che riteniamo vita sopporta il peso del senso comune e dell’intuizione immediata e pratica. È proprio in base al senso comune che ci siamo separati dal sistema vivente, collocandoci sopra le parti, attribuendoci una generale e presunta superiorità rispetto a tutto il mondo vivente. La distinzione tra vita e non vita richiede molte ridefinizioni e solo per quella via noi possiamo giungere a trovare i modi per sentirci finalmente parte del tutto di un sistema vivente che non è fatto per noi, ma di cui siamo ospiti provvisori. A esigere un inedito modo di pensare sono sia la sostanza che l’intensità del sistema vivente di cui siamo parte. Possiamo farlo noi esseri umani, che non solo sappiamo, ma sappiamo di sapere. A lungo abbiamo considerato la sostanza della natura dandola per scontata, disponibile senza limiti e condizioni e l’abbiamo usata come se fossimo sopra le parti, con una posizione di superiorità; come se non ne facessimo parte, con effetti di spreco e distruzione. Le intensità sono più rilevanti e interessanti delle sostanze per noi esseri umani, animali simbolici, che giungiamo al mondo mediante il senso e il significato. Anzi, possiamo sostenere che sono le intensità, per noi, a consentirci di accedere alle sostanze. 

 

Facciamo l’esempio dell’acqua. Se la consideriamo una sostanza e basta, sarà per noi qualcosa che sta là fuori, di cui decidere di volta in volta l’utilizzo, ma disponibile senza limiti in base alle nostre preferenze. Eppure l’acqua rappresenta circa il sessanta per cento del nostro stesso corpo. Viviamo su un pianeta che chiamiamo Terra che è composto per due terzi di acqua. Il rapporto tra l’acqua e la vita, tra l’acqua e la vivibilità è talmente stretto che non bisognerebbe neppure impegnarsi a dimostrarlo. Abbiamo invece separato profondamente noi umani dall’acqua fino al punto di giungere al limite delle riserve idriche e di rischiare guerre per l’acqua nel presente e nel prossimo futuro. Sottolineare l’intensità del valore dell’acqua andando oltre le denunce di maniera, vuol dire riconoscere il rapporto tra l’acqua e la vivibilità. Esistiamo, infatti, in un tempo in cui le denunce, anziché attivare le coscienze, sembrano fare da propaganda ai problemi. La reazione dei soggetti interessati alle cause dell’inquinamento e della crisi delle risorse, tra una generica risposta e l’altra, tra un palleggio di responsabilità e l’altro, mette come sempre al centro le ragioni del mercato, della concorrenza e della produzione agricola e industriale. 

Di fronte alle risorse in crisi o distrutte accade quasi sempre la stessa cosa: l’aspettativa che una catastrofe o una situazione critica attivino la responsabilità e generino il cambiamento è molto spesso smentita dal dissolvimento della compassione che quegli eventi ci procurano nell’immediato, e alla fine ci resta solo la devastazione che è sotto gli occhi di tutti.

 

Siamo di fronte a una delle principali fonti di crisi della capacità democratica di decidere, in ragione del fatto che la forza dell’abitudine tende a prevalere e si mettono sempre davanti in maniera tecnocratica gli imperativi dei mercati, senza che emergano di fatto posizioni critiche o resistenze. Non solo. Spesso quelli che sembrano obiettivi di sviluppo di una parte, finiscono per agire negativamente sul sistema complessivo e non si vede di non vedere. I processi politico-decisionali si mostrano sconnessi dal bene pubblico e comune che dovrebbero tutelare. In questo scenario i riferimenti così esibiti e insistiti sui “valori comuni” rischiano di risuonare sempre più vuoti; di somigliare a spot pubblicitari a cui non corrispondono comportamenti effettivi. Si crea uno scarto pericoloso tra principi e valori dichiarati: i primi non sono affermati con coerenza nelle azioni e nei fatti; i secondi si svuotano quanto più sono dichiarati in ogni circostanza, ma rimangono semplici dichiarazioni, appunto. 

 

Sarebbe bene, per ragioni di vivibilità, oltre che per motivi civili ed economici, che non ci fosse uno scarto così evidente tra il dichiarato e l’effettivo. Quello scarto può essere molto costoso. Conviene da ogni punto di vista ascoltare il padre Dante: nel ventitreesimo canto dell’Inferno, infatti, egli scrive: “sì che dal fatto il dir non sia diverso”. Il fatto è che quello scarto è sostenuto dalla nostra presunzione di centralità come specie “homo sapiens”. Abbiamo creato, con la nostra pervasiva presenza sul pianeta Terra una situazione di predominio tale da indurci a definire Antropocene l’epoca in cui viviamo. Di quest’epoca siamo architetti e dominatori, come sostiene Edward Wilson nel suo libro Metà della Terra, pubblicato prima da Le Scienze e ora da Codice. Lasciamo segni evidenti della nostra presenza in ogni ambiente, ma una delle conseguenze di questo potere smisurato è una spinta verso il baratro dell’estinzione di un numero sempre più grande di forme di vita con cui condividiamo il pianeta. Nel 2015 il numero di specie note ha superato due milioni, ma, dice Wilson, questo numero è ancora di molto inferiore al numero effettivo di specie. La Terra è un pianeta ancora da scoprire, se lo guardiamo dalla prospettiva della vita. 

 

Metà della terra, Edward Wilson. 

 

Altre stime però indicano che oggi i tassi di estinzione delle specie sono quasi 1000 volte superiori a quelli che hanno preceduto la diffusione della nostra, emersa circa 200.000 anni fa in Africa orientale. Stiamo portando il pianeta sull’orlo di una catastrofe, e a salvare la biosfera e i suoi abitanti non saranno misure economiche legate ai servizi ecologici e ai potenziali prodotti riconducibili alla biosfera stessa. Non sarà sufficiente nemmeno la percezione di una volontà divina, visto che le religioni tradizionali sono centrare sulla salvezza degli esseri umani. E non sarà nemmeno sufficiente creare aree più o meno grandi e isolate di conservazione, oltre a quelle che già ci sono. Da questa analisi derivano i motivi profondi della proposta di Wilson: destinare a riserva metà del pianeta, o una porzione addirittura più estesa, in modo da salvare la parte viva dell’ambiente e raggiungere la stabilizzazione richiesta per la nostra stessa sopravvivenza, perché piaccia o no, spiega l’autore, continuiamo a essere una specie biologica in un mondo biologico, adattata a condizioni ambientali precedenti e diverse rispetto a quelle che stiamo creando nell’Antropocene. Superando la soglia della metà, dice Wilson, la vita entra nella zona di sicurezza, come dimostrano analisi biogeografiche. Metà della Terra è l’ultimo libro di una trilogia che descrive come la nostra specie è diventata la dominatrice di questa epoca.

 

I due precedenti erano La conquista sociale della Terra (uscito per Raffaello Cortina nel 2013), in cui Wilson ha descritto l’emergere di organizzazioni sociali avanzate nel regno animale e le conseguenze di questo fenomeno quando ha riguardato la nostra specie, e Il significato dell’esistenza umana (uscito in allegato con «Le Scienze» e in libreria per Codice Edizioni a gennaio 2015), in cui Wilson ha considerato quello che la scienza rivela sul nostro sistema sensoriale e sul ragionamento morale e per quali motivi sono entrambi inadeguati agli scopi dell’umanità moderna.
In questo terzo volume, l’autore ci pone di fronte a un bivio esistenziale. Se scegliamo la via della distruzione, la Terra precipiterà nell’Antropocene, un’era in cui il pianeta esisterà quasi esclusivamente grazie a noi e per noi. Vivremo in un futuro distopico rispetto alla natura di Homo sapiens, al punto che Wilson parla di transizione dall’Antropocene all’Eremocene, l’era della solitudine.

 

Noi esseri umani siamo diventati una minaccia per la biodiversità, come appare ad ogni esame di realtà. I danni sono evidenti, in particolare per quanto riguarda la relazione tra la perdita di habitat e il tasso di estinzione delle specie. Come sostiene Wilson: "Studi recenti hanno mostrato che un quinto dei vertebrati, gli animali meglio studiati (uccelli, mammiferi, pesci, anfibi, rettili), è ormai a rischio estinzione, anche se con sfumature diverse (da "vulnerabile" a "minacciato" a "seriamente minacciato"). Tutti i nostri sforzi di conservazione hanno avuto come risultato un rallentamento del tasso di estinzione, ma solo per un quinto di questo gruppo a rischio. La causa principale dell'estinzione delle specie è la distruzione degli habitat. Se un habitat si riduce, il numero di specie che quell'habitat può sostenere diminuisce approssimativamente con la radice quarta dell'area: se si vuole salvare l'80 per cento delle specie si deve preservare il 50 per cento dell'area originale".


Secondo Wilson l’unico modo che abbiamo per salvare la maggior parte dei dieci milioni di specie che costituiscono la biosfera è trasformare la metà della Terra in una riserva naturale. Ciò non solo sarebbe possibile, ma anche più facile di quanto si immagini. In tutto il mondo oggi sono protetti il 15% delle terre emerse e il 3 per cento dei mari. Ma rimangono molti altri territori ricchi dal punto di vista biologico che se trasformati in riserve ci permetterebbero di raggiungere il 50 per cento. Per il mare è più facile: molti studi dimostrano che si vietasse la pesca in mare aperto, la produttività delle acque costiere finirebbe per aumentare. Homo sapiens può essere protagonista di questa scelta o diventare il simbolo della perdita di biodiversità. In quest’ultimo caso saremmo noi a soffrire e a tramontare come specie per l’incosciente distruzione della biosfera, che ha impiegato tre miliardi e mezzo di anni per evolvere ed è da essa che dipende la nostra sopravvivenza.
La vivibilità così come la conosciamo in base alle nostre consolidate abitudini risponde principalmente alla formula EcoDeBe (Economy-Demography-Behavior), dove vi è il predominio dell’economia, con l’espansione demografica e il comportamento trattato come fattore dipendente o spurio. Abbiamo la necessità di riconoscere la rilevanza e la centralità della formula BeDeEco (Behavior-Demography-Economy), in quanto i nostri comportamenti sono i fattori critici fondamentali da cui far dipendere la demografia e le scelte economiche per la nostra sopravvivenza e la nostra stessa vivibilità. 

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